"Il condominio", James G. Ballard – 40 piani di società…


Non è il primo libro che leggo di questo autore ma è sostanzialmente differente dal precedente (che trovate qui “Un gioco da bambini”) nella rappresentazione, ma non nell’oggetto che tanto interessa Ballard. Se infatti, nel precedente, la riflessione sul comportamento umano – inteso come l’evoluzione dei rapporti umani – passava per un giallo qui quelli che vengono presentati sono comportamenti legati a differenti status sociali. Potrei anche spingermi a definirla come una versione contemporanea de “La fattoria degli animali” di Orwell. Ma mentre Orwell e’ più interessato agli effetti che ha sulla massa chi gestisce il potere Ballard, invece, pone il suo sguardo fra i vari ranghi e partendo dalla massa ne analizza la naturale necessità di autodefinizione.
La storia si svolge in un condominio come suggerisce semplicemente il titolo. Siamo in una città americana e lo spazio è una questione commerciale quindi alle abitazioni basse si preferiscono i grattacieli che hanno dalla loro la potenzialità di occupare poco spazio come superficie ma massimizzano i ricavi con la moltiplicazione dei piani e delle unità abitative in altezza. Quel che invece non cambia, rispetto ai condomini composti di pochissime unità abitative, è la gestione, molto spesso difficile, della convivenza.
E cosi’ 40 piani di grattacielo divengono ben presto la rappresentazione metaforica della convivenza di piu’ classi sociali suddivise in tre grandi categorie e separate da piani di servizio dove chi ha meno sta ai piani bassi, parcheggia lontano e ospita fra le sue file famiglie con bambini e passatempi di basso livello come le hostess/escort; c’e’ il ceto medio che non è ne carne e ne pesce, vorrebbe avere di piu’, ma in fondo e’ rappresentativo di una classe in crisi di identità con i mezzi migliori rispetto a coloro che sono piu’ in basso della gerarchia sociale ma con una inaccettabile impossibilità di infilarsi nelle maglie e nei meccanismi della “società buona” che abita gli ultimi piani di questo particolare condominio e che, nella sua vita normale, sfrutta la voglia di rivalsa di chi vorrebbe entrare nelle sue fila e contemporaneamente nasconde la sua mancanza di contenuti circondandosi di begli oggetti, feste e cani.
L’analisi di Ballard non si ferma alla rappresentazione delle varie categorie, ma va ben oltre e dopo averle suddivise in piani (1°-25° il basso ceto dal 26° -35° il ceto medio e dal 36° al 40° il ceto ricco) ne racconta le caratteristiche e l’estenuante lotta di classe volta al miglioramento. Una lotta che ha inizio quasi per caso con l’uccisione di un cane nella piscina comune del 10° piano. Di avvisaglie già ce n’erano state perche’, come in un qualsiasi condominio, ci sono le incomprensioni; fra famiglie con bambini e coloro che invece non ne hanno, fra single che hanno una vita quantomai movimentata dettata dai ritmi di una gestione della vita che comprende come unica preoccupazione solo se stessi ma che al contempo cozza pesantemente con i ritmi delle famiglie che hanno orari ed esigenze ben differenti. Su queste basi e pensando al cambiamento che comporta la formazione di una famiglia nella visione della prospettiva di vita degli uomini, è lampante che lo scontro non avviene solo verticalmente sul piano del miglioramento all’interno della gerarchia sociale, ma anche sulla diversità dei valori che si pretendono comuni in modalità orizzontale.
Ora, cosa succederebbe se la lotta di classe avesse luogo non piu’ su un piano ipotetico e politico, ma andasse oltre e si dovesse invece gestire fisicamente in uno spazio di 40 piani? Questo non posso dirvelo se non rovinandovi la lettura del libro, cosa che non ho alcuna intenzione di fare.
Pertanto mi limito a darvi solo indicazioni di massima su questa lettura che oltretutto mi fu suggerita da una amica di Milano che si chiama Monica. Il fatto che non si tratti di un giallo rende questo libro meno scorrevole rispetto a quello precedentemente presentato. Questo perchè, nell’interesse dell’autore, non trova spazio la necessità di motivare l’uccisione di questo o quel personaggio ma piuttosto quella di rappresentare le insofferenze di ogni ceto e ipotizzare l’involuzione di un sistema che si regge, in equilibrio quantomai precario, sui desideri dell’uomo di migliorare il proprio spazio occupato all’interno della società.
Non e’ un giallo ma nemmeno un romanzo, per caratteristiche di scrittura e di rappresentazione puo’ essere paragonato solo ad un racconto lungo piu’ dell’usuale. E’ un testo che potremmo dire filosofico-politico e, come già fece Orwell ne “La fattoria degli animali”, ogni rappresentante della scala gerarchica preso ad esempio rappresentativo della categoria cui appartiene non viene descritto per le sue qualità intrinseche ma attraverso i suoi difetti e le sue azioni che contribuiscono all’architettura della trama e allo svolgimento delle intenzioni dell’autore.
Quel che differisce dal racconto di Orwell è “l’intenzione”. Qui, grazie ai tempi che sono passati, non e’ piu’ in discussione “l’ignoranza del popolo” ma il punto di partenza è il miglioramento e in particolare che in uno status che potremmo pensare come “un limbo dove tutti sono se stessi, indipendenti da fattori esteriori (famiglia e luogo di nascita e possibilità dettate dalla classe sociale cui si appartiene per nascita stessa – passatemi la ripetizione -)” abbiamo tutti le medesime possibilità di riuscita nel “cambiamento migliorativo delle nostre condizioni di partenza” e che l’appartenenza a questo o a quel ceto e’ dato dalle risorse che abbiamo successivamente per nascita o che ci costruiamo intorno. Quindi “Il condominio” di Ballard analizza l’evoluzione del problema ovvero: avendo di partenza tutti le medesime possibilità tutti, oggi, vogliamo le medesime cose che il villaggio globale ci propone come indicatori di qualità di vita e come “status simbol” di chi, a nostro giudizio, non ha piu’ nulla da desiderare. Il problema successivo è come arrivarci, non tenendo conto di quelle che sono le evidenti differenze di risorse di cui si dispone e, non meno importante, come arrivarci ovvero modellandosi su quella che, nel nostro immaginario, è la rappresentazione di quello cui ambiamo (questo significherebbe una perdita dei propri valori) oppure, mantenendo le proprie caratteristiche conservandole a rischio di non essere accettati nella mischia di coloro al cui ceto si ambisce di appartenere e sopratutto di apparire una “brutta copia” o una “macchietta” cui si associa il ben piu’ fatidioso termine dispregiativo “arricchito”? Come al solito a Ballard, non interessa fornire delle risposte perche’, darle, significherebbe probabilmente rendere meno universale lo scritto e aprire un dibattito, sulla condivisione o meno, di queste ultime spostando l’attenzione dall’assunto di base che invece questi 40 piani di edificio propongono in maniera quasi ossessiva.
Anche qui non credo che questo sia il mio ultimo Ballard, ma temo (per le mie finanze!), che proseguiro’ nella lettura dei suoi numerosi scritti.
Nonostante sia stato un po’ arduo finirlo e’ un libro che consiglierei vivamente a chiunque.
Buona lettura e grazie Monica 😉
Nota: per completezza, per chi cercasse la recensione di Orwell cui faccio riferimento, è qui
Il condominio
J.C. Ballard
Feltrinelli editore, ed. 2003
Collana “Universale Economica Feltrinelli”
Prezzo 7,50€

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