"Gomorra", Roberto Saviano – L’insostenibile leggerezza dell’interpretazione..



Questo libro mi ha dato piu’ di un pensiero. Non che nessuno mi costringa a scriverne ,se non me stessa. Questo perché dopo più di un anno di osservazione del *fenomeno Saviano* le mie considerazioni sull’autore sono mutate da un giorno all’altro indipendentemente dai fattori con i quali sono entrata in contatto. La risposta su “cos’è” questo libro, infatti, mi è arrivata da altre fonti, che sono del tutto indipendenti da quelle di riferimento di quel *giudizio comune* che poi ha catalogato un romanzo in un atto di mera denuncia della criminalità.
Non che il *giudizio comune* sia errato completamente, ma io credo – anzi ne sono convinta – che il “bluff” sia stato dato dalla postilla aggiunta come descrizione sotto il titolo.
Gomorra
Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra
Ecco, nella mia personale convinzione il sottotitolo non c’era inizialmente ed è stato aggiunto dopo non tenendo conto di quel che era il contenuto e le intenzioni dell’autore. Le risposte a questa mia personalissima convinzione, ovvero che non e’ un romanzo di camorra, mi vengono dall’aver letto nel corso del 2010, non solo scritti legati al mondo del giornalismo o meno ma comunque inerenti prettamente il mondo della camorra, ma proprio da chi non è inserito in questa particolare categoria ma appartiene di fatto al mondo culturale campano.
Morganti, De Silva, Cappuccio, Marsullo, Herling (anche se napoletano non era (!) ma ha vissuto a Napoli a lungo dopo essersi sposato in seconde nozze con la figlia di Croce) e anche gli autori di Scampia Trip. Tutti con una loro personalissima maniera per descrivere la vita, la filosofia e le emozioni, utilizzano quel che conoscono ovvero la propria quotidianità. E se nella quotidianità, una parte non poco ingombrante, è occupata da un fenomeno criminale ne parli, non per una questione di denuncia, ma per evitare di censurare una parte della tua realtà. E’ un pezzo del puzzle ed evitando di prenderlo in considerazione il quadro non è completo. Così, gli scrittori di Scampia Trip la usano per descrivere scelte di vita radicali o le opportunità di creare una vita *diversa e piu’ sana* in un quartiere difficile; Cappuccio la trasforma in lirica e metafora di passione umana e di amore per la sua città natale; De Silva ne parla in maniera seria, inserendola fra una situazione e l’altra che vede come protagonista il povero avvocato Malinconico che, suo malgrado, ci deve entrare a contatto per lavoro; Morganti la usa per entrare nella psicologia di una donna contesa fra sentimenti fra loro contrapposti; Marsullo la utilizza per descrivere le paure umane che tutti noi abbiamo e infine in Herling, non ha un *nome specifico* ma e’ latente nei “fatti” che istigano qualche racconto che come base di partenza ha Napoli. Anche Saviano usa la camorra per descrivere il senso di vuoto, di abbandono e di rivolta (che non e’ adolescenziale!) verso una realtà che non garantisce futuro ma solo necessità di emigrare e lo fa, come tutti gli altri, ovvero utilizzando il suo quotidiano di cui “la camorra” stessa e’ parte integrante.
E’ infatti leggendo i lavori di questi e altri appartenenti alla stessa categoria che ci si rende conto che Gomorra è un vero e proprio romanzo, avulso dalla categorizzazione fino ad oggi assegnatagli, che riflette e narra le prospettive di vita della gioventù del Sud. Ovviamente per fare questo deve per forza elencare cosa impedisce lo sviluppo e la possibilità di crearsi un futuro nella regione cui fortemente il suo personaggio principale vuole appartenere. Chi parla in prima persona è un giornalista, probabilmente free lance, che descrive la sua inchiesta; e le inchieste da che mondo e mondo si fanno sul campo, almeno se vuoi fare la differenza ed è quello che e’ descritto nel libro. Ed è col piglio del giornalista che viene descritto ogni fatto, affrontato con l’attenzione che viene data oggi al *valore* dell’informazione che e’ veloce, diffusa e talvolta sovrapposta a se stessa. La stessa notizia, in vari frangenti, prende conformazioni differenti anche a seconda delle finalità di chi scrive e dal momento contingente in cui deve riferire di un fatto; il ritmo delle morti incalzante sembra, in alcuni capitoli, avere la connotazione di un elenco ma è invece da leggersi come un’affollarsi di nomi -che sono quelli dei caduti nella guerra dei casalesi o in quella tra la nuova famiglia e i Nuvoletta – che sono metafore di come noi abbiamo percepito quegli eventi, uno dietro l’altro, con la naturale confusione di chi sente il telegiornale ma ha difficoltà a capire chi è morto e da che lato della barricata stava. Nei periodi elencati, infatti, la lista dei nomi dei morti, vittime o no, era diventata una consuetudine quasi noiosa per chi questo fenomeno non lo viveva direttamente e, al contempo, un elenco in continuo aggiornamento dei caduti sul campo delle varie fazioni in guerra per chi, alla mattina, usciva guardingo sperando di non trovarsi sulla traiettoria di un possibile bersaglio o veniva svegliato di notte per attentati incendiari o affini.
Questo libro, che probabilmente in origine sarà stato sicuramente più lungo di quello che abbiamo l’opportunità di leggere noi è il frutto di un consapevole taglio ai fini, sicuramente, editoriali. Quindi, ogni capitolo, pare staccato dal precedente in maniera così netta che l’unica connessione tra uno e l’altro rimane solo la voce narrante che vede  ma non riesce a fornire collegamenti fra le varie inchieste svolte dal protagonista che si sposta da un luogo all’altro; rimane affidata al lettore la deduzione che si tratti di periodi o inchieste differenti.
Pertanto la differenza tra i precedenti scrittori sopra citati e l’autore in questione è data unicamente dalla formula scelta per il racconto che si avvicina forse solo lontanamente a Morganti. Entrambi sono decisamente asciutti nelle descrizioni; ma, mentre Morganti unisce alle visioni estreme dei suoi racconti un linguaggio diretto che però nasconde un mirato e sapiente voler veicolare l’attenzione e i sentimenti del lettore su questo o quel particolare, Saviano, dal canto suo, affida il suo punto di vista al fattore emozionale. Quel che, infatti, il taglio editoriale non è riuscito a togliere a questo romanzo è proprio questo: l’utilizzo dell’emozione. Può essere gioia o disgusto, ma l’emozione è quella che ci tiene vivi e che ci dovrebbe far ricordare un fatto, indipendentemente dai fattori che lo compongono. E’ una specie di *fotografia sensoriale* con la quale memorizzare le situazioni. Ci fa ricordare che quella cosa ci piace o ci disgusta o ci stupisce.
Questo fattore emozionale, chiamiamolo “fattore Saviano”, è proprio suo e si ritrova nei numerosi scritti o articoli, ora mitigato dall’esigenza della pubblicazione redazionale che pretende spazi ben definiti, ora nel libro successivo che racchiude saggi scritti in tempi differenti in cui si intravede quella che e’ la crescita naturale della persona e in questo caso dello scrittore. Questo *fattore*, caratteristica tutta particolare di Saviano, è contemporaneamente punto di debolezza e di forza per due motivi principali.
Il primo e’ la gestione del “ricordo” di quello che scrive. In Morganti ogni sensazione concorre all’obiettivo finale del libro e quindi non è solo un ricordo sensoriale. In Saviano invece, se è vero che ti entrano nella pelle certe descrizioni è altresì vero che quello che si scrive, se non così evidente nel proprio obiettivo o veicolato dall’autore in tal senso e se descrive un’immagine che non appartiene al nostro quotidiano, ci lascerà solo la memoria della sensazione ma non del fatto. E’ per questo che se si chiede in giro qual è la cosa che più si ricordi del libro, solitamente ci viene risposto “l’io so” e qualcuno aggiunge “di Pasolini”. Perché quell’ “io so” e’ una delle poche cose che sia comune quasi a tutti perché l’abbiamo appresa sui banchi di scuola. Eppure di un libro che, pari ad un ottovolante, ha una parabola prima ascendente poi giù a precipizio discendente per poi risalire una volta ancora fino alla fine del libro, ci si dovrebbe ricordare di più del momento più basso del romanzo dove il protagonista elenca non solo quel che sa ma anche la sua totale impotenza al contrasto di quello che l’opprime sentenziando quasi come fosse una nenia “io so….ma non ho le prove”. E invece, occorre rileggerlo ogni tanto per rinfrescarsi la memoria.
Il secondo, è il pregio della scrittura; non è affatto semplice descrivere situazioni in modo tale da suscitare tante emozioni in persone di diversa età, estrazione sociale e culturale. E questo pregio riesce ad emergere nonostante al libro sia dato un taglio che non ha. Ed è sicuramente per questo talento che riesce a mietere così tanti consensi e altrettanta disapprovazione.
Spesso la disapprovazione riguarda l’esposizione dei fatti e in altri meramente il successo. In effetti, così tanti fatti elencati in ogni capitolo non ne permettono la memorizzazione e favoriscono, a volte, la confusione di eventi e date a chi non è ferratissimo sul tema. Ma sicuramente questo viene a favore della mia tesi, perché “la camorra” non è il motivo centrale che muove Saviano che, invece, pare essere interessato a far capire qual’e’ la *disgrazia* e al contempo *la fortuna* di essere nati in quei luoghi. Subire ma poi contrattaccare, e andare oltre -“nonostante tutto io sono ancora qui!”- divenendo così eroi dei tempi moderni. Ma gli eroi dei giorni nostri non partono più come crociati, la battaglia non si combatte più sul campo di guerra schierati come soldatini. I tempi moderni pretendono altro e anche la situazione descritta in Gomorra lascia chiaramente intendere che i luoghi del contrasto sono altri. Gli *eroi* moderni, analizzano il loro presente prima di attaccare. E questo particolare attacco non è quello frontale dello scontro all’ultimo sangue ma quello della parola e del racconto. Ecco qui che si comprende anche il grande interesse per l’autore di spiegare che l’unico modo per contrattaccare uno stato di fatto è  quello di parlarne e non passare più sotto silenzio quello che accade. E ancora, il problema dell’errata interpretazione e’ anche dato da uno sbilanciamento del racconto a favore dei fatti narrati dal giornalista e a sfavore della storia principale quella del giovane che lavora e che non si arrende alle imposizioni che la società fino ad oggi ha sempre subito in silenzio; storia principale che, invece, manca totalmente nella trasposizione cinematografica che probabilmente ha dovuto asservirsi a quella che era la nuova richiesta del mercato ovvero la conoscenza del fenomeno camorristico. Ed è qui che il protagonista viene scambiato per l’autore (come in ogni storia l’autore avrà sicuramente messo qualcosa di autobiografico!) e allo stesso viene definitivamente appioppata una battaglia differente.
In un anno di riflessione, questo libro ha avuto varie valutazioni su Anobii, 5 stelline (il massimo), poi 4,3,2 e invece con queste considerazioni ritorna a 5 stelline. Per vari motivi tra i quali spicca sicuramente il “fattore Saviano”, per la storia che e’ un ottimo inizio e speriamo che i due libri scritti non siano gli unici e sopratutto che non siano tutti dello stesso stampo. Altro punto a suo favore è lo stile. E’ una cosa che fa ridere molti, ma io dico spesso che mi è rimasto impresso, di questo libro, che a Napoli non c’e’ l’ “asfalto” ma solo il “catrame”, perché rileggendolo a distanza di tre anni (anzi a dir la verità nel 2007 lo abbandonai a pagina 167, perché non abituata a certe descrizioni forti) e, forse per il tempo passato o perché vedo le cose sempre con occhi differenti, ho notato una nutrita selezione di vocaboli messi ad hoc per mantenere il pathos legato al momento che si racconta. Così, caso strano, se vi capita di rileggere il libro noterete che e’ vero, in Campania l’asfalto non c’e’, almeno per Gomorra. Pure qui, mi si potrebbe dire che secondo l’impostazione data alla mia recensione, questo possa essere una questione di revisione bozze ma, in questo caso, la parola asserve l’emozione (nel caso specifico già il suono dei due vocaboli da una sensazione diversa) e, siccome il fattore emozionale e’ quello che più appartiene e caratterizza lo scrittore, è facilmente assimilabile che certi vocaboli o descrizioni particolari siano propri dello stesso e siano difficilmente tagliabili o modificabili se non modificando il realismo di ciò che è oggetto di descrizione. Per quanto attiene la consequenzialità storica degli avvenimenti, ammetto che, per chi era ignorante come me in materia, questo libro ti lascia la sensazione di aver capito e poi ti accorgi che invece fai confusione perché i fatti narrati, asservendo una logica narrativa che si sottomette alla dicitura *romanzo*, sono a volte un po’ differenti da quel che realmente è accaduto nelle varie situazioni o nella loro consequenzialità.
Per chi mi legge e segue la pagina delle letture concatenate che mappano le ricerche che hanno avuto come inizio da un particolare libro, sa perfettamente che nella sezione “camorra” io avevo inserito Gomorra come libro d’inizio della mia ricerca volta a sanare una curiosità per un periodo e un fenomeno di cui non avevo percezione. Ebbene, il libro rimarrà lì, linkato come tutti alla sua recensione, ovvero questa, perché dopotutto ne rimane l’istigatore principale.
Come già accennato poco sopra – per l’elevato numero di articoli, saggi, recensioni e affini tra loro uguali o contrastanti che commentano questo libro – la linea di demarcazione tra quello che è reputato “accettabile” e quello che invece è inteso come “denigrante” è decisamente sottile e instabile. Pertanto sono cosciente che questa mia personale visione di un libro quanto mai famoso possa essere considerata o letta non con l’intento che ho messo nello scrivere questo pezzo e ne accetterò gli eventuali commenti. Ritengo che, in qualità di colui che giovanissimo si avvicina alla scrittura ufficiale ovvero che pubblica il suo primo libro – in questo caso Roberto Saviano pubblica a 26 anni-, questo sia un ottimo inizio confermato anche dal numero elevato di pubblico che dichiara di averlo letto e non nego che, almeno per il mio punto di vista, il modus utilizzato per scrivere questo romanzo, diventato simbolo per alcuni della *lotta antimafia*, abbia cambiato il modo di scrivere e di parlare di certi argomenti.
E’ un fattore evidente che dopo la scalata in classifica è stato chiaro a tutti che per far arrivare determinati argomenti alla massa non era più sufficiente scrivere dei fatti, mettendo solo nomi e descrizioni delle situazioni, ma che bisognava trovare un modo nuovo e che il racconto doveva essere più completo e forse con toni meno retorici per arrivare chiaramente al grande pubblico. Questa “novità” però non ha sempre significato acquistare materiale di qualità perché, nonostante la dicitura “romanzo denuncia”, a Gomorra, nel tempo e a detta anche degli stessi addetti ai lavori, ha corrisposto l’uscita o la messa in evidenza di romanzi e libri d’inchiesta di indubbio valore oggettivo e contestualmente di testi che sono un’accozzaglia di luoghi comuni pubblicati da editori più interessati al profitto che all’effettiva diffusione di reale materiale di informazione.
Contestualmente la questione della *popolarizzazione* dell’informazione volta ad una massimizzazione della semplificazione del sistema mafioso, degli eventi e di tutto ciò che attiene il mondo antimafia -dovuta a motivi differenti da quelli della denuncia almeno per la mia convinzione – hanno aperto un dibattito interessante sull’opportunità dell’estrema semplificazione dell’informazione a favore dell’arrivo della stessa a tutti o alla necessità di riportarla in un ambito, meno di nicchia ma pur sempre piu’ professionale, che però comporterebbe per la maggior parte dei lettori prestare un’attenzione molto maggiore nel seguire gli eventi e le evoluzioni di ciò che gli addetti ai lavori hanno da dire in merito ai vari fenomeni criminali. Dibattito che comunque è sinonimo non di denigrazione o esaltazione di una particolare branca della cultura e del giornalismo, come da alcuni e’ stata percepita complice anche qualche dichiarazione a priori dello scrittore in questione, ma di una rinnovata vitalità ed evoluzione di questo ambiente prima luogo di relegazione e di emarginazione a *trafiletto di ultima pagina della cronaca* ora diventato improvvisamente di interesse nazionale.
E tutto questo grazie ad un’abile mossa editoriale, a un buon romanzo e anche a Saviano.
Tutto sta a non perdere la direzione e non fare di un possibile momento di crescita un fattore di “moda fine a se stessa”.
Come di consueto, per i libri di questo genere, mi è d’obbligo dire che anche Gomorra non e’ un libro di camorra.

Gomorra
Roberto Saviano
Mondadori editore, Ed. 2007
Collana “Strade blu”
Prezzo 15,50€




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