"L’isola di cemento", James C. Ballard – Siamo lo spazio che occupiamo…

Immagine presa da qui

Vi è mai capitato di pensare di essere non in quanto “esseri pensanti” ma in quanto “esseri occupanti”? Ebbene per questo libro e forse anche per Ballard, noi siamo prima spazio e poi pensiero perché è lo spazio che restituisce quello che noi saremo come esseri pensanti. Così dopo aver utilizzato la contemporaneità per delineare i “rapporti fra differenti generazioni umane e il loro rapporto con la contemporaneità” in “Un gioco da bambini” e aver definito invece i “rapporti fra classi e la conseguente lotta al miglioramento della propria classificazione all’interno della società moderna” ne “Il condominio” in questo mio zigzagare fra i lavori ballardiani sono approdata in un vero viaggio all’interno dell’uomo grande quanto “L’isola di cemento”.

La trama è abbastanza semplice: il protagonista, architetto di successo, mentre sta tornando a casa sbanda, con la macchina lanciata ad alta velocità, all’uscita da una galleria in una autostrada vicino alla periferia di Londra finendo all’interno di un’isola spartitraffico che divide le varie strade e superstrade. L’auto caracolla fermandosi fra le sterpaglie vicino ai resti di altri veicoli. L’isola da dei limiti ben definiti che sono rappresentati nelle parti pianeggianti da alte reti di protezione e in quelle libere sono costituiti da scoscese pareti  fangose da scalare per arrivare al livello stradale.
Trama più che semplice, ma come nella migliore tradizione ballardiana è la “visione”  che caratterizza personaggi e azione in modo tale che essi divengano metafora di una rappresentazione che ci restituisce l’immagine della nostra contemporaneità.

Pertanto l’isola diviene come l’isola di “Robinson Crusoe” di Defoe, ma mentre l’occhio di quest’ultimo è mirato alla ricostruzione di una normalità per il suo personaggio in un mondo a lui sconosciuto, qui l’isola non è in un oceano sperduto ma all’interno di un contesto che già esiste e si è sviluppato, vive e continua a vivere indipendentemente da quel che può succedere nell’isola spartitraffico. E se il nostro mondo si restringesse improvvisamente? Cosa saremmo nuovamente noi? Che ne sarebbe delle nostre competenze acquisite e a cosa servirebbe l’esperienza maturata negli anni di crescita? Ballard, come detto altre volte, non sempre risponde alla domanda che pone. Però, in questo caso, da comunque una sua visione dell’argomento ponendo la domanda con quel che succede all’inizio del libro e svolgendone in parte la risposta nel suo proseguio: “Siamo spazio” perchè in un mondo che oramai si è sedimentato sul fattore industriale noi abbiamo adeguato naturalmente la nostra vita in funzione di quegli oggetti, spazi e macchinari che utilizziamo tutti i giorni. Solo ed esclusivamente quando ci vengono tolti noi diventiamo altro, a volte molto a fatica e più spesso sentendocene ingiustamente defraudati; non ci poniamo nemmeno il dubbio se quello che abbiamo perso effettivamente è per noi vitale ma continuiamo ad agire, non per trovare una soluzione alternativa e forse migliore, ma solo ed esclusivamente per restaurare lo “status quo” precedente. Questo stato di fatto di cui non abbiamo percezione, fondamentalmente non si può percepire la mancanza di ciò che non si è mai avuto, delinea non una società in evoluzione ma solo una in involuzione che ha perso perciò la voglia di miglioramento sociale e individuale a favore della realizzazione industriale. E’ come se avessimo perso di vista noi stessi per cui se lo spazio si restringe e vengono a mancare per spazio o gli oggetti d’uso comune noi non siamo più nessuno. Così lo specchietto retrovisore di una macchina può anche diventare, come avviene nel libro, un cimelio da custodire gelosamente quasi un’icona e la lotta per la definizione del proprio ruolo all’interno di un gruppo sociale costituto da individui che hanno le medesime radici di partenza -cioè hanno vissuto la stessa era – e che vive nella stessa contingenza, con l’unica differenza data da tempo di questa permanenza, è possibile solo con il ritorno ad un pensiero di tipo “atavico” ovvero dato dall’intelligenza affinata da necessità di sopravvivenza semplice e pura.


Mi si potrebbe contestare il titolo di questa recensione dicendo che non non siamo lo spazio ma gli oggetti che possediamo, ma in effetti leggendo il libro vi renderete conto che non è così. Lo spazio fisico che ci appartiene, casa, ufficio etc ci classifica all’interno della società. Non è una cosa inusuale vedere dei grandi open space nelle varie società che ospitano gli impiegati, mentre altri che hanno qualifiche superiori sono ospitati in stanze singole più o meno tutelati nella privacy. Questa è la definizione industriale che individua e classifica attraverso un open space, un villino, un appartamento (anche nel contesto ove l’appartamento stesso è ubicato) l’individuo che lo occupa. Questa categorizzazione è per noi talmente normale da non dare più nell’occhio in quanto tale ma solo in virtù dei benefici che da essa possono scaturire e sono considerazioni più che legittime ma parziali. Come avviene anche per “Il condomino” il valore dell’uomo in un contesto neutrale non è dato ne dalla casta in cui si nasce  e nemmeno dal valore che la società industriale gli associa ma è restituito solo ed esclusivamente dalle caratteristiche caratteriali di leadership e talentuose che questo ha e che sono valori intrinseci dell’individuo stesso che lo differenziano dagli altri. Questo non significa affatto che la società industriale e contemporanea riesca ad intravedere queste qualità e che queste siano premianti, ma più spesso è premiante il riflettere le aspettative che corrispondono alla classificazione in cui siamo inseriti. Per cui inseriti nel famoso limbo, azzerando tutti i contesti che possono cambiare la percezione di noi come individuo dobbiamo adattare il nostro io interiore alla nuova situazione e da questa ripartire. Lo spazio a disposizione ci aiuta a stabilire dei limiti e come fossimo entità primordiali ci ritroveremmo a prendere in considerazione ciò che ci circonda e che abbiamo a disposizione prima ancora di pensare a cosa fare per organizzarci nella nuova situazione in cui ci troviamo.


Ma come al suo solito Ballard nel concludere i suoi racconti lascia sempre un qualcosa in sospeso e in questo caso la domanda rimane immutata nonostante la risposta ma sotto una forma nuova. Una volta adattati alla nuova situazione, l’essere umano, si auto-limita e confidando nell’abitudine, che è caratteristica rifiutata ma parte integrante della nostra vita, non è in grado di evolvere o di portare la propria esperienza a contatto con la vita precedente. Limite umano o voluta provocazione? 
Come in tutti i libri di questo genere che viaggiano sulla sottile linea di confine che passa fra un noir, un racconto improntato sulla psicologia umana e sulla sociologia la risposta non è mai univoca, ma riflette quello che è il vissuto del lettore facendo si che ogni volta che ci ri-avviciniamo a questi libri ci sembrino sempre differenti dall’impressione che ci hanno restituito leggendoli in precedenza. E credo che proprio in questo stia la genialità di questo scrittore.
Non resta che dire al prossimo Ballard…




L’isola di cemento
James C. Ballard
Feltrinelli Editore, ed. 2007
Collana “Universale economica”
Prezzo 7,50€




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