"La famiglia Radley", Matt Haig – Forse lo "Scrittore automatico" avrebbe fatto di meglio…

Immagine presa da qui


Probabilmente avreste anche voi questa faccia se vi fosse capitato di leggere questo libro.  E’ veramente curioso che questo scrittore sia inglese come Roal Dhal scrittore cui farò riferimento per il resto della recensione e più in particolare ad un racconto che si chiama “Lo scrittore automatico” che assomiglia molto ad alcune descrizioni di “1984” di Orwell. In entrambi i romanzi che hanno finalità differenti – per il primo è il rifiuto e la ridicolizzazione  della tecnologia che pensa di poter ridurre l’arte della scrittura ad una serie di puzzle che vengono composti in base a quella che statisticamente è la caratteristica del genere e il secondo invece è usato per sottolineare la generazione di prodotti che asservono al potere soddisfando la necessità umana di svago – vengono ipotizzati calcolatori in cui sono inseriti tutta una serie di dati come generi, parole usate, trame fortunate e altro; lavoro dell’elaboratore è quello di comporre spostando parole e selezionando personaggi e situazioni usando statisticamente ciò che secondo i dati è gradito al grande pubblico. Questo avrebbe eliminato il lavorio della composizione e tutta una serie di scrittori da pagare e avrebbe favorito l’uscita di romanzi di successo e a poco prezzo. Ecco questo romanzo è stato concepito in maniera simile, ad uno di quegli elaboratori, da uno scrittore Matt Haig e messo sul mercato, tradotto da Einaudi con il titolo “La famiglia Radley”.

La trama è abbastanza semplice, nonostante non se ne accenni affatto nè in seconda e nemmeno in quarta di copertina (e dire che ero pronta a complimentarmi con loro perchè questa volta non si accennava a tutta la storia come invece solitamente avviene in tutti i libri afferenti a questa collana). I Radley sono una famiglia di vampiri “astinenti”, ovvero che hanno rinunciato alla propria natura per uniformarsi a quelli che loro chiamano i senza sangue, che vivono in un paesino satellite di Londra, quartiere borghese e di basso profilo, mescolandosi con la comunità del luogo con risultati a volte non troppo convincenti. Hanno due figli, che non sanno di essere anch’essi vampiri, e nel raggio di un week-end scoprono di essere cresciuti con delle convinzioni che sono del tutto sbagliate. 
Se questo racconto fosse stato generato dall’elaboratore automatico di Dahl i tasti dei romanzi di riferimento inseriti a forza in questo, senza nemmeno la preoccupazione che ci stessero bene, sono:
– “Il giovane Holden” come trama e come descrizione anche del giovane Rowan; 
– “Il codice da Vinci” per la modalità di come vengono presentati i riferimenti storici al fine di nobilitare il ruolo di vampiro, nel nicchiare ad una famosa società segreta che è in rapporti stretti con un ramo della polizia con il quale si accorda e protegge i vampiri assassini e per creare un finto thriller;
– un pessimo libro di sociologia che guardi alla classe media inglese;
– qualche sprazzo di “Harry Potter” (per manuali e terminologie es: senzasangue che ricorda molto i mezzosangue del genere pottiano) e non lo nascondo anche nella conclusione di questo libro;
– un pessimo romanzo d’amore per giovani adolescenti.


La storia è divisa in blocchi che rappresentano giorni (il romanzo si svolge guarda caso nel giro di un week end!) suddivisi in micro-capitoli che rappresentano il punto di vista di ogni personaggio (circa 8) nell’arco della giornata. Già questa scelta fa si che si faccia una fatica enorme a seguire il tutto. Nel momento in cui ai ragazzi viene data questa nuova informazione, che sono dei vampiri, improvvisamente il lettore viene sommerso di riferimenti storici di vampiri, si nicchia a teorie estremamente poco credibili tipo che lord Byron, vampiro incallito, abbia deciso di fingersi morto per poter vivere una vita parallela fino ad oggi e ora fa il deejay in qualche luogo di villeggiatura!!! Tralasciamo la questione pottiana o il romanzo romantico di basso profilo e andiamo ai fatti.


Questo libro segue la scia della saga dei vampiri più famosa che fa capo al famoso film di Twilight, dico film perchè sono fermamente convinta che i suoi fruitori finali abbiano prima visto il film e poi letto il testo della Meyer. Il problema non è tanto che lo si sponsorizzi come un capolavoro prodotto da uno scrittore/giornalista di successo, ma che sappia di essere diretto a giovani, che solitamente si impersonano nei protagonisti e che nicchi a delle convinzioni nettamente errate. A parte cercare di trovare il favore dei ragazzi presentando la vita di una famiglia normale come noiosa e borghese, mano a mano viene citato un fantomatico “manuale degli astinenti” che viene presentato come una bibbia di sofferenza e una serie di consigli utili non per migliorare le proprie inclinazioni, ma solo per contenerle. Viene così implicitamente detto nei pezzi inseriti qui e li, che un cammino che dovrebbe volgere al cambiamento e al miglioramento di se stessi verso una vita normale (che è poi il percorso che fanno tanti per la lotta contro le dipendenze) non è altro che una lotta al contenimento di inclinazioni, giudicate da altri ovvero i senzasangue, come riprovevoli e che traguarderanno non in un  miglioramento dello stile di vita (della serie in fondo al cammino c’e’ la luce) ma solo in una vita inetta e di sofferenze quasi si stesse nicchiando all’arrivo a una vita da perdente. In più, quando Rowan cerca di trovare riferimenti per comprendere la sua voglia di suicidio, detto manuale cita che laddove non si riescano a combattere le proprie inclinazioni criminali il suicidio è forse una soluzione “auspicabile”. E questa è la cosa che io reputo più grave specie tenendo conto della fetta di pubblico che potrebbe leggere questo libro, che sa benissimo di essere appannaggio dei giovani in età adolescenziale, che potrebbe non sempre comprendere la distinzione fra “finzione” e “realtà”.


Ora, è possibile che io sia bacchettona ma l’inconsistenza della storia è già una buona indicazione visto che sembra piatta anche quando teoricamente avrebbe dei picchi. Tutti i personaggi non riescono ad emergere, anzi il cattivo della situazione Will sembra essere non solo più profondo ma anche più intelligente e forse anche più sensibile dei suoi contrapposti che sono “i buoni” della situazione. La storia non ha motivazione per essere scritta, non c’è morale ma si presenta come una serie di fotogrammi che ti passano davanti per puro caso. Non ha uno stile particolare di scrittura e quindi non emerge, che sia per la traduzione o perché proprio l’originale in inglese fosse già così non è dato sapersi, ma comunque per questa e tutta la serie di ragioni sopra citate questo è un libro che è prodotto non per raccontare una storia ma solo per vendere un’accozzaglia di stili, generi e parole che si pensa essere appetibili per il grande pubblico al pari di una macchina come quella partorita dalla fantasia di Dahl. Il risultato è quel che è una confusa raccolta del nulla cosmico e soldi buttati letteralmente dalla finestra.
Sarebbe il caso, qualora foste a contatto con giovani che leggono libri di questo autore e nello specifico questo, che trovaste il tempo di spiegare l’enorme differenza che passa fra finzione e realtà perché possano prendere quel che stanno leggendo come una totale finzione che si perderà nel tempo e nei loro ricordi. Chiaramente sostenere che il libro è una porcheria, non aiuterebbe perché anche io a quell’età forse avrei giudicato le idee di mia madre come vecchie, ma aiutare a valutare determinati concetti come la vita di famiglia, l’importanza dei rapporti umani e della auto-realizzazione e il valore della vita è comunque compendio indispensabile per non esporli a certe teorie cretine.


Non si può bollare come un romanzo flop perché sicuramente sarà letto da molti, che magari come me sono incappati nella copertina accattivante e nella descrizione stringata che suggeriva un giallo e non una storia di vampiri. Ma sicuramente il fatto che sia pubblicato da Einaudi e nella collana “stile libero” non aiuta gli scrittori degni di questo appellativo che condividono, con questo pessimo esempio di scrittura, lo stesso editore e catalogazione.




La famiglia Radley
Matt Haig
Einaudi Editore, ed. 2010
Collana “Stile libero big”
Prezzo 19,00€






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