“Gesù è più forte della camorra”, Don Aniello Manganiello – La vera Scampia…

Nonostante sia una lettura di Maggio ho scelto di pubblicare questa recensione il giorno del mio compleanno nella speranza che abbia la fortuna e la diffusione che, secondo me, merita.
Potete avere le opinioni che volete sul mondo della camorra e su quello di Napoli, ma oggi come oggi non potete prescindere da libri come questo che urlano che è l’impegno di tutti che fa cambiare il mondo!




Vi racconto una storia. Alla vigilia della messa in distribuzione di “Scampia trip” chiesi a Daniele Sanzone, e ancora mi stupisco di come non mi abbia mandato a quel paese all’epoca, se “Scampia era sempre uguale o nel tempo fosse migliorata”. Lui, paziente fino all’inverosimile, mi rispose: “Leggi il libro”. Ebbene io l’ho letto e da quel momento Scampia ha cessato di essere quel che vedevo sui telegiornali o raccontata da Saviano o da altri giornalisti; un po’ è colpa del mitico duo Daniele&Ciro e un po’ proprio di Don Aniello, cui devo l’avermi confermato che la mia fede non deve risiedere fra quattro mura consacrate ma che deve andare oltre. Nel tempo, ho avuto l’occasione di conoscere gente meravigliosa che mi ha accolto, spiegato e raccontato con estrema semplicità qualsiasi cosa chiedessi, ma già da “Scampia trip” era evidente che c’era stato un enorme immenso equivoco che stava danneggiando il lavoro di tutti.
L’equivoco sta nella generalizzazione fatta aprioristicamente su tutto. CamorraàNapoliàScampia quindi sono tutti camorristi o CasalesiàGruppo camorristico, quindi in provincia di Caserta sono tutti camorristi. E’ una legge dei media fare “di tutta un’erba un fascio” spesso, anzi quasi sempre, è dettata dalla profonda ignoranza di chi scrive e anche, e qui mi ci metto anche io, di chi legge. Non è che la camorra non sia esistente ma è un “di cui” della realtà. E’ come se la Campania fosse un immenso puzzle e una parte di questi pezzi piccoli fossero stampati male. Nonostante questo, il puzzle, riesce a restituire l’immagine che rappresenta. Ecco, il lavoro di Don Aniello e di tutti quelli che operano, non solo a Scampia, nel sociale, nelle forze dell’ordine e nell’informazione -non certo da primo titolo di giornale-, è proprio questo individuare le tessere fallate e se possibile rimetterle a nuovo.
Altra grossa incomprensione, data dalla differenza di tradizioni e della continuità delle stesse nella frenetica vita moderna, è dato dal valore da dare alla “storia in sè”, che come detto nel [Da non perdere in rete] di questo mese, ha il valore di “modello di vita”. Tutte le vite vissute hanno qualcosa da insegnare e quindi conoscendo le storie degli altri si può prendere spunto per fare “scelte consapevoli” che rappresentano le intenzioni che danno vita alla maggior parte della letteratura, blog  e di racconti di mafia o no che riguardano il sud d’Italia.
Quel che è scritto qui, non è la classica autobiografia, quella dove si esalta questo o quello, ma è la storia di un uomo, prima che sacerdote, che si descrive e si delinea attraverso gli occhi, i cuori e i silenzi della gente che è stata ingiustamente catalogata o di quella che cerca da lui la redenzione o un semplice attimo di ascolto. Sono i ragazzi che sono cresciuti con lui 16 anni, che hanno frequentato le scuole calcio o che hanno dato vita a gruppi indipendenti operanti nel sociale, che danno la testimonianza di quello che è stato il suo lavoro. E’ una storia scomoda perché scoperchia tutta una serie di volute omissioni che hanno tentato di fermare un disegno, e tentano di farlo tutt’oggi, che ha smesso di appartenere al Comune di Napoli per diventare patrimonio del quartiere che, con le sue forze ha creato qualcosa di grande. Un disegno che ha dimostrato che quello che è il “nostro quartiere” non è altro che la proiezione di ciò che noi siamo e che facciamo. L’impegno deve essere di tutti, nessuno escluso. 

Dopotutto, per sua stessa ammissione, Don Aniello si è avvicinato a questo quartiere con le remore che abbiamo tutti, fondate sui “si dice” e “si mormora”. Nonostante questo, ha eliminato barriere, ha creato opportunità di lavoro e di partecipazione, certo, non deve essere uno facile, ma probabilmente è la sua cocciutaggine che lo ha aiutato e supportato in tutti questi anni. Anche quando è stato minacciato più volte e quando tacere sarebbe stato più conveniente oppure avrebbe aperto più porte e sarebbe stato più semplice dire quello che la gente si aspettava di sentirsi dire. Non è sceso a compromessi, armato di fede e di amore si è battuto per la gente delle vele che rischiava di perdere la casa, per quelle famiglie che avevano il terrore degli spacciatori sotto casa e non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno. Era lì per tutti. Quel che di nuovo viene da questo libro è la spiegazione del perché rifiuti la definizione di “prete anticamorra” appioppatagli dal giornalismo italiano. Perché in effetti la dicitura è scorretta perché quel che viene prepotentemente fuori da questi ricordi di persone fatti e luoghi, è che alla base del suo cammino non c’è la redenzione postuma, ma la prevenzione. Si sofferma più e più volte su concetti che dicono che la camorra va bloccata prima che faccia proseliti e siccome l’entità camorra è conosciuta da secoli, ma mai è stata fermata, va combattuta in un altro modo: togliendogli la linfa vitale di cui si nutre ovvero i futuribili proseliti. Se si crea un’alternativa, e badate bene che Don Aniello non chiede lavori milionari, come sarebbero quelli che noi intendiamo quando parliamo di cercare lavoro, ma chiede lavori dignitosi, che permettano di arrivare altrettanto “dignitosamente” a fine mese e che non significa che chi lo fa deve andare per forza in vacanza alle Hawaii, ma così si riesce a togliere ossigeno a queste organizzazioni che non avranno più proseliti su cui contare per i loro traffici. In più si specifica che la cultura della legalità va di pari passo alla ricivilizzazione delle periferie e delle vite di tutti. Con questa intenzione vengono raccontate le storie e con quella citata precedentemente. Sono esempi di scelte giuste e sbagliate, ci sono anche esempi di grandi cambiamenti che urlano che, a volerlo davvero, si può fare ma rimane il fatto che questo martoriato quartiere, dal pubblico pensiero e  dalle istituzioni, quale alternativa può proporre a giovani che vogliono vivere nella loro terra? 
In più l’invito ad un coinvolgimento civile è palese e l’invito è rivolto a tutti, possiamo continuare ad indignarci, che fa tanto tendenza nell’ultimo periodo, o andare oltre ed essere fautori del destino della nostra epoca. E possiamo farlo cominciando a pensare che tutte le storie ed i reportage che riguardano Scampia non sono altro che la rappresentazione di una parte piccola della realtà, possiamo andare anche oltre aiutando e informandoci sulle numerose associazioni che lavorano su quel territorio e che sono state messe in difficoltà dalla cacciata del Don e farne i destinatari di fondi e anche di partecipazione. Il libro del Don, infatti non è l’unico che devolve i fondi a questi gruppi attivissimi sul territorio, ci sono anche “Scampia Trip” e il libro su Felice Pignataro del GRIDAS. Prendere parte alle loro attività anche da remoto non è difficile, basta solo volerlo, questo cambiamento, cominciando a ripulire un quartiere per volta città per città e creando veri esempi da seguire, e in questo, Don Aniello è un ottimo esempio da seguire!
Questa è la decima versione di questa recensione (almeno ufficialmente diciamo così, ma so che mi conosce sa che non è vero ;)). Ho provato veramente a farvi sentire il sapore di questo libro e  vi dico  nuovamente qui, prima di proseguire, che il ricavato andrà in beneficenza, per finanziare uno spettacolo organizzato dai *minori a rischio* per i quali tanto si è battuto che porti in giro le storie di “Scampia Trip” e il senso di unione e legalità che ne segue. 
Non posso, però, in alcun modo esimermi dal commentare ciò che ho visto scritto in rete tra maggio e gli inizi di giugno.
Come detto, Don Aniello ha l’allergia all’ipocrisia. E’ una malattia gravissima, probabilmente non riconosciuta dalla Asl, ma presente sempre. Non ce la fa proprio a stare zitto o a dire le cose abbellite come la gente vorrebbe, non ha mezzi termini. C’è anche una profonda ingenuità o genuità nel pensare che tutti possano comprendere le motivazioni di quel che dice, perché è convinto che concetti e valori, che dovrebbero essere uguali per tutti lo siano per davvero, magari proprio in virtù del fatto che spesso è andato a finire sui giornali o in televisione. Ma in questo c’è l’errore umano, non è detto che quel che finisce sui giornali o in tv sia pienamente compreso da tutti.

Così alla presentazione del docufilm redatto per presentare (R)esistenza e altre associazioni di quartiere, dal palco prima della proiezione, diceva che Scampia non è un luogo di perdizione ma di opportunità e che lui aveva accettato di lasciare con la mente, che lo istigava all’obbedienza ad una chiesa che non percepiva il danno che stava facendo, ma non con il cuore.
– cosa che molti hanno interpretato come gesto di superbia o come un semplice volersi ribellare, quando invece la parrocchia del Don Guanella era un punto di contatto, per associazioni laiche e non, per poter discutere progetti comuni e come appoggio per associazioni che ancor oggi non hanno una sede come ad esempio (R)esistenza. In più l’avvicendamento è stato fatto con un parrocco della vecchia guardia e se non vado errata prossimo alla pensione. Il che, quindi, sottintende un successivo avvicendamento, e forse un’altro ancora riportando instabilità  in un quartiere che invece ha assoluto bisogno di una istituzione stabile e di forte riferimento, che ha permesso la riduzione delle piazze di spaccio e la creazione di un “patto di non belligeranza” fra persone del quartiere e camorristi che ha tenuto questi ultimi a bada negli anni di attività di questo cocciuto sacerdote.

 In tv, ospite di Giletti, tentò di spiegare che Scampia è altro e che film come Gomorra avevano affossato le cose buone per mettere in evidenza quelle cattive. E successivamente, intervistato dal tg1 per questo libro, è stato messo in piazza con un’intervista tagliata per dare il solo risalto al fatto che c’e’ un capitolo “Saviano vieni a Scampia”. 
Ebbene, dopo questi due eventi si è scatenato un vero putiferio nella mia bacheca comune, sicuramente nella bacheca del Don nella sua posta privata e anche sulla pagina del citato scrittore. Tutto questo è il polso della situazione odierna. Tutto si scambia per reale, senza mezzi termini e l’ignoranza regna sovrana. Ho letto un commento che rimarrà nei mie annali *dell’idiozia più grossa* che diceva “Questo prete dovrebbe imparare da Saviano!”. 
Un sacerdote che è stato sul campo ove chiunque sarebbe andato e si sarebbe barricato aprioristicamente in casa, deve imparare da uno scrittore, il cui mestiere sono le parole e non i fatti e che ha quasi la metà dei suoi anni e sicuramente non la sua esperienza? 
Ecco questo è quello che genera l’informazione fasulla e farlocca travestita di autorità e pagata con i nostri soldi, basata sui colpi di scena e diretta ai veri e propri idioti. Si l’ho scritto, idioti. Vedere Giletti o sentire il tipo del tg1 e decidere che quello che viene propinato o interpretato a cavolo sia un insulto a chicchessia è altresì da idioti. Se la signora o signorina, nemmeno mi ricordo chi sia, avesse avuto la decenza di informarsi, forse nemmeno lo avrebbe scritto quel commento e si sarebbe arrabbiata come ho fatto io. 
In quel capitolo non si da contro a nessuno, men che meno Saviano, ma si evince che la lotta alla camorra non è solo fatta di sentenze. Le sentenze sono quelle che vengono dopo, quando il danno è già fatto, quando il marciume ha attecchito negli animi sfibrati e stanchi di gente che giornalmente da via l’anima per qualche euro in nero e che devono dire no ai soldi e le macchine nonché le donne, che sono cose facili da ottenere, basta solo vendere qualche bustina, fare il palo o il guardaspalle e si acquista questo e una nuova famiglia. Invece a loro si chiede di vivere nella legalità, però di non pretendere che alla fine di una giornata di lavoro magari di dieci ore, di avere i soldi per mettere un pasto caldo sotto il naso dei propri figli! 
Quello che queste ferventi – appartenenti ad un movimento anticamorra che si basa sul nulla dell’inoltro di articoli, ripetizioni di frasi a pappardella e di slogan- non hanno ancora capito è che la camorra e la mafia in generale, non sono cose che si possono sconfiggere solo con la giustizia. Le mafie di sconfiggono solo se si cambia la mentalità e il cambio della mentalità non si ha se ti puntano il dito addosso perché hai fatto una scelta di vita invece di un’altra  e qualcuno da qualche parte si indigna ma poi ti dice arrangiati! Il cambio di mentalità si realizza solo con il costante, lungo e minuzioso impegno di chi è li sul campo e che opera nel sociale perché “il contesto sociologico” è alla base del movimento mafioso, di qualsiasi natura essa sia! È quello che ti fa vendere droga e trovare corrieri e guardaspalle, il “contesto sociologico” ed è quello che ti nasconde quando sei latitante, ti osanna se porti un pò di soldi e subisce le angherie e rimane in silenzio, perché sa che se anche parlasse non risolverebbe nulla, se non mettere i pericolo i propri cari! E servono tanti buoni per combattere i cattivi, ma basta un gruppetto di camorristi armati fino ai denti per fare una strage, ma quel che la camorra sa fare è proprio questo agire sul contesto sociale legale per destabilizzarlo, mandando via il suo riferimento, per poter agire indisturbata!
E dire, che se, le signore sopra citate, avessero avuto la bontà anche di soffermarsi su alcuni passi di Gomorra, il libro e non il film, si sarebbero rese conto, che anche Saviano nicchia a questa cosa, sottolineando che in prima fila davanti ai morti nei vicoli c’erano sempre ragazzini, che ambivano a crescere nell’organizzazione. Ci ha dedicato quasi un capitolo! Ma pure li, per capire le sottigliezze del campano pensare, uno dovrebbe sedersi e non limitarsi alla lettura di un solo libro o ascoltare una sola voce, ma dovrebbe scendere ad un livello che gli permetta di comprendere e che prevede la lettura di più testi e il contatto con tante persone che ti raccontino la loro versione dei fatti, cosa che non è così semplice come il solo “indignarsi”.
E poi è più facile attaccare chi non ti può mandare a stendere, come avviene sempre quando il messaggio di Don Aniello viene mal interpretato, perchè nonostante tu lo pugnali offendendolo, lui continua ad amarti e a cercare di farti ragionare rispiegandoti anche milioni di volte quel che sta dicendo.
Quel che è oggi Scampia è anche grazie a Don Aniello, a Felice Pignataro e sua moglie, il Gridas, il GRU, (R)esistenza,il progetto degli A67, i gruppi calcio del quartiere, le Suore, e tanti altri di cui non ricordo il nome che hanno aderito nel tempo, chi prima e chi dopo, ad un grande progetto comune indipendentemente dalle visioni politiche o religiose. E come se qualcuno, metti caso il Don e Felice avessero cominciato a camminare e mano a mano si sono unite, famiglie, ragazzi, che nel tempo sono diventati giovani e famiglie, tutti li a formare un grosso corteo felice, festoso e colorato con musica e canzoni proprio come avviene al carnevale celebrato in questo quartiere, e vi assicuro, che nonostante la chiesa si sia messa di traverso, le istituzioni vogliano mettere a tacere, io lo so e lo vedo, stanno ancora camminando compatti e io, come tutti quelli che come me hanno subito il contagio da Don Aniello,  sono con loro, anche se da lontano.
Quel che è successo a me dopo aver letto questo libro è che per forma di protesta, la domenica invece di dare il mio contributo a messa nel cestino che mi viene porto all’atto della raccolta delle elemosine, quei soldi rimarranno nella mia mano, torneranno con me a casa e andranno in un barattolino con sopra scritto Don Aniello. Diciamo che quando il barattolino sarà pieno e consegnato a Scampia, mi sembrerà di aver seguito messa lì, al centro Don Guanella.
Buone letture,
Simona



Gesù è più forte della camorra
Don Aniello Manganiello, Andrea Manzi
Rizzoli editore, Ed. 2011
Prezzo 17,00€



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