[Dal libro che sto leggendo] La morte non è una cosa per ragazzine

Immagine presa da qui


Trattandosi di un giallo non posso che mettervi l’inzio del libro, che comunque a me è piaciuto molto. Qualora vi interessasse e io mi fossi dimenticata di inserire il link alla recensione, vi invito a consultare l’elenco dei libri recensiti per individuarla;)

” Giacevo morta al cimitero. Era passata un’ora da quando i miei cari mi avevano dato l’ultimo affranto addio.

A mezzogiorno in punto, nel preciso istante in cui normalmente ci saremmo messi a tavola, eravamo partiti da Buckshaw: la mia bara in legno rosa ben lucidato era stata portata fuori dal soggiorno e condotta con grande cautela lungo i grandi di pietra del vialetto, per poi scivolare con struggente facilità nel carro funebre che attendeva a porte spalancate, schiacciando il mazzolino di fiori di campo affettuosamente deposto da una fanciulla del paese.

Avevamo poi percorso il lungo viale dei castagni fino al cancello dei Muldford, i cui grifoni rampanti distolsero lo sguardo dal nostro passaggio, chissà se mossi dalla sofferenza o dall’apatia.

Dogger, il devoto tuttofare di mio padre, camminava a passi lenti accanto al carro funebre, a capo chino, una mano a sfiorarne il tetto, come per proteggere i miei resti da qualcosa che soltanto lui vedeva. Al cancello, uno dei sordomuti dell’impresa di pompe funebri lo aveva finalmente convinto, con il linguaggio dei segni, a salire sull’autovettura presa a nolo.

E così mi avevano portata al villaggio di Bishop’s Lacey, passando con tanta pena lungo gli stessi sentieri erbosi e le stesse siepi polverose che avevo percorso in bicicletta tutti i giorni, da viva.

Arrivati all’affollatissimo cimitero della chiesa, mi avevano tirata giù piano dal carro funebre e trasportata a passo di lumaca lungo il sentiero fiancheggiato dai tigli. Mi avevano poi deposta per un attimo sull’erba appena falciata.

Era seguita la benedizione al bordo della fossa spalancata, e nella voce del vicario che pronunciava la formula tradizionale c’era una nota di autentica afflizione.

Era la prima volta che ascoltavo la liturgia della sepoltura da una posizione tanto vantaggiosa. L’anno prima avevamo partecipato, insieme a mio padre, al funerale del signor Dean, il vecchio droghiere del villaggio. La sua tomba era a pochi metri dal punto dove mi trovavo io. Si era già assestata, e nel erba non restava che un leggero avvallamento che spesso si riempiva di pioggia stagnante.

Ophelia, la mia sorella maggiore, diceva che la bara era sprofondata perché il signor Dean era risorto e non era più lì fisicamente, mentre Daphne, l’altra mia sorella, diceva che ra precipitata in una tomba sottostante, il cui inquilino precedente si era oramai disintegrato.

Pensai alla zuppa di ossa che c’era li sotto: una zuppa in cui stavo per diventare un altr ingrediente.

Flavia Sabina de Luce, 1939-1950” avrebbero fatt scrivere sulla mia lapide, un oggetto semplice e di gusto, in marmo grigio, senza sfoggio di inutili sentimentalismi.

Peccato. Se fossi vissuta più a lungo, avrei lasciato istruzioni scritte, con la richiesta di un tocco di Wordsworth.

Una fanciulla di cui nessuno cantava le lodi

e che ben pochi amavano.

E se si fossero rifiutati di mettere quella, avrei indicato una seconda scelta:


Un cuore sincero cui si fa torto

più facilmente cede allo sconforto.

Soltanto Feely, che le aveva suonate e cantate al pianoforte, avrebbe riconosciuto questi versi dal “Terzo libro delle arie” di Thomas Campione, e sarebbe stata troppo rosa dal senso di colpa e dalla pena per dirlo agli altri.

La voce del vicario interruppe i miei pensieri.

“?..terra alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere, con la fondata e certa speranza della Resurrezione alla vita eterna, grazie al nostro Signire Gesù Cristo, che muterà il nostro vile corpo…”

E poi, all’improvviso, se n’erano andati tutti, lasciandomi li sola, in compagnia dei vermi.

Era la fine del viaggio della povera Flavia.

oramai la famiglia sarebbe già stata di ritorno a Buckshaw, si sarebbe riunita attorno al lungo tavolo da pranzo: mio padre seduto nel suo solito silenzio di pietra, Daffy e Feely strette l’una all’altra con i volti rigati di lacrime, mentre la signora Mullet, la cuoca, portava un vassoio di fagioli al forno.

Ricordai una cosa che mi aveva detto Daffy mentre stava divorando l’Odissea: nellantica Grecia i fagioli al forno erano il classico cibo da funerale, e io avevo risposto che, per quanto riguardava la cucina della signora Mullet, le cose non erano cambiate molto in duemila cinquecento anni.

Ma adesso ero morta pensai che forse avrei dovuto allenarmi a essere un pò più caritatevole.[…]”


Il libro da cui è tratto è:
La morte non è cosa da ragazzine
Alan Bradley
Mondadori editore, ed 2011
Collana “Le strade blu”
Prezzo 17,50€


– Posted using BlogPress from my iPad


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.