A Mosca! A Mosca!, Serena Vitale – Del valore storico e della cultura…

Immagine presa da qui


E poi si soffiò il naso, si alzò e uscì.

La domanda sarà di chi parla? Che ha fatto prima? E dopo?… Ecco questo libro è concepito come una piccola costellazione di accadimenti non inseriti consequenzialmente, ma per argomenti, che seguono i pensieri sparsi di una scrittrice che vaga nei suoi ricordi della Russia degli anni 60-70.
Come dicevo ad una amica, non importa se ci sei o no, le pagine continuano a scorrere, grondanti di ricordi e di momenti. Ma la sua preoccupazione non sembra raccontare a qualcuno ma ricordare a se stessa, con una certa nostalgia, ogni libro trovato al mercato nero e ogni faccia, ora sofferente e ora carbonara, che incontrato da giovane.

Ricorda lontanamente il cipiglio con il quale Gustaw Herling spiegava che il suo lavoro continuo del ricordo dei Gulag rispondeva alla necessità di mantenere una promessa fatta agli ex compagni di campo di concentramento. Quando fu liberato gli dissero: “Parla di noi, non fare in modo che ci dimentichino!”. Ed è una missione che Herling assolve tutta la vita lasciandoci “Un mondo a parte”, scrivendone nei suoi ricordi sparsi in “Diario di notte” e prestandosi a parlare di Salamov e della difficoltà evidente di portare gli scritti relativi al periodo dei gulag in Europa nonchè della ritrosia di alcune correnti pensiero a pubblicarli.
Ma la Russia di questo libro è successiva a quella di Herling, i gulag, non solo sono stati chiusi, ma anche smantellati, cancellati perchè nessuno abbia una possibile traccia cui possa appellarsi, per dire “Anche qui ci sono stati i campi di concentramento, non improntati a cancellare un intero popolo, ma solo per il gusto di eliminare cervelli, non importa se pensanti o no!”. Questa Russia, è a tutti gli effetti il risultato del periodo dei campi di concentramento chiamati “gulag” e ne parla, in silenzio, anche in assenza di prove e di notizie.

È importante capire questo concetto, per approcciarsi alla narrativa e al pensiero russo che va dagli anni ’50 fino all’ascesa di Gorbaciov e che in parte prosegue fin oggi a Putin. È nel momento in cui questa autrice entra in contatto con questo mondo che si gettano le basi per un rinnovamento che si vuole fortemente, ma che vivrà sempre nascosto nelle riunioni da carbonari nei salotti degli intellettuali, poveri in canna ma ricchi dei lasciti dei grandi autori russi, perchè le grandi idee ci sono sempre state, il problema si è sempre concentrato nell’attuazione. Questo perchè in generazioni che vivono nel terrore, questo incubo non passa da un giorno all’altro. E in questo la Russia porta una grande lezione, quella della malattia che non si debella con la quarantena, perchè se sei sempre vissuto in un mondo da cui ti sei nascosto per conservare salva la vita, anche se ti si da la possibilità di viverla alla luce del sole, sarai sempre e comunque guardingo. Così il trovare dei testi di autori messi all’indice dal precedente potere russo ha per Serena Vitale non solo un valore di scoperta per la cultura, ma un impareggiabile bisogno, per la cultura russa, di venire fuori e di dichiarare al mondo il proprio valore che non si è fermato a Puskin e a Tolstoi, ma che è riuscito a produrre capolavori anche successivamente. Lavori che attraverso il racconto dell’involuzione del concetto di cultura, che invece di essere portatrice di pensiero diviene mezzo di ideologie falsamente republicane, diventano pietre miliari di un tempo volutamente nascosto e messo sotto silenzio, prima dall’enstablisment russo e poi con il placet succube delle culture europee e americane. Un lavoro di cancellazione sistematica che ti mette di fronte ad un metodo di selezione da censura cinquecentesta, dove non serve un concetto, per mettere all’indice un libro, ma basta una parola. E questa selezione non viene fatta in base al potere di quella parola nel momento in cui viene messa al bando, ma nelle implicazioni future che questa potrebbe assumere.

E sempre attraverso i racconti di questo libro, si scopre che forse i gulag, non sono stati chiusi, ma si sono solamente spostati, nelle città e negli agglomerati. Non si è più rinchiusi in baracche, ma il senso di oppressione e di paura pervade ancora i prigionieri anche nella loro apparente libertà che, al momento in cui sono ambientati questi ricordi, come nei tempi della Siberia non hanno bisogno della scorta dei secondini perchè si autogestiscono da soli la proria pena; ed questo è una altro paradosso che a noi occidentali (ma era oggetto di riflessione anche per Herling) lascia basiti: sanno che le accuse non hanno alcun fondamento, ma solo perchè dettate da qualcun altro sono necessariamente da scontare comunque.

Questo insieme di storie, per queste motivazioni, non ha bisogno di coinvolgere il lettore perchè è concepito alla russa, come nel periodo cui risalgono queste situazioni. Non serve convincervi che sia necessario, non impone nulla, c’è. Non vi racconterà di panorami del secolo scorso che vi riporteranno agli antichi fasti di Leningrado o di Mosca, perchè non serve. Non è necessario, e sarebbe retorico. Però, al lettore che ci si avvicina senza pregiudizio, regala uno spaccato diverso dagli stereotipi creati da una cultura post-bellica di sinistra, anche italiana, che ha mitigato certi atteggiamenti dell’enstablishment al potere e della terribile polizia russa. Nell’Italia appena formata in repubblica, per esempio, il bisogno è quello di non contraddire un’entità nata come partigiana cui si deve per forza dare, come contrappeso al potere fascista sconfitto ( di destra), un valore di “sinistra” e di conseguenza tutto ciò che viene pubblicato deve essere consono a questa rinascita, o rivoluzione che dir si voglia, che si vuole fortemente individuare come oppositiva al periodo precedente, cancellando per sempre i valori che sono per secoli appartenuti a queste due fazioni ( destra fino al periodo prima del fascismo era sinonimo di conservatorismo e sinistra di progressismo) e appioppandogli nuove definizioni che oggi sono entrate pienamente in vigore nelle coscienze degli italiani dove destra è sinonimo di fascismo e sinistra di libertà. Allora, il movimento culturale si limita a non pubblicare, come avviene per Herling (per le sue prese di posizione viene relegato alla piccola editoria e alle riviste di cultura minori, come quella di Silone) e con uno scetticismo sulla letteratura russa del periodo dei Gulag che arriva in Europa negli anni ’50-’60 e attira traduttori che vogliono comprendere non solo i racconti, ma anche il lato oscuro delle terminologie russe da “campo di concentramento” per meglio rendere la potenza di quel momento e il valore di questo ricordo. Da noi, racconti come quelli di Salamov arriveranno alla fine degli anni ’70 e laddove possibile in forma “non commentata”. Autori come Herling verranno bollati come “oscuri” in maniera tale che possa essere messo alla berlina il valore del lavoro di una vita fatto per mettere la filosofia in forma nuova e più contemporanea.

E quindi, non deve stupire se racconti come quelli che popolano questo libro sono nella nostra letteratura rari, perchè è da intendersi un valore scomodo, che ci può attirare per un attimo con sincero disgusto per certe pratiche, ma non ci può interessare più di un attimo. È un libro non appetibile ai fruitori della letteratura mordi e fuggi da ultimo libro editato, ma è un libro che rimane un senza tempo, come un piccolo documentario di quelli in bianco e nero, dove una giovane donna, partita per una collaborazione e per redigere una tesi sulla cultura russa, scopre la vera Russia, quella fatta di gente che sta al gelo e che si scambia libri prendendoli con il reale valore che dovrebbero avere, ovvero quello di veri tesori, ponendosi davanti a loro non con l’usale reprimenda che è tanto cara al nostro approccio, ma con una mente aperta che ha la voglia di capire se davvero si trova davanti ad un capolavoro o no. Salotti dove ci si confronta dove non è il gusto di primeggiare sugli altri a muovere la riflessione culturale, ma il tutto è diretto dalla voglia di creare la differenza e di porsi davanti alla storia e alla cultura con un cipiglio di analisi scevra della politica imperante ma pregna di una voglia di conoscenza e di evoluzione che non ha paragoni in molti paesi dell’europa occidentale.

Ed è questa povertà imperante farà si che pochi comprenderanno il grande valore di questi ricordi e la piccola, ma grande lezione che vi si ricava.
Come detto, non è un libro dalle caratteristiche roboanti, e quindi se cercate questo, il genere non è il vostro, ma se siete più attirati dalle semplici riflessioni, questo testo è un ottimo mezzo per trovare spunti di riflessione.
Ottimo lavoro, edito da Mondadori, in cui udite udite, non ricordo di aver visto sbiadimenti di caratteri o errori comuni, che vale la pena di avere nelle proprie letture. A voi la scelta!

Buone letture,
Simona

A Mosca! A Mosca!
Serena Vitale
Mondadori Editore, ed. 2010
Collana “Scrittori Italiani”
Prezzo 19,00€




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3 thoughts on “A Mosca! A Mosca!, Serena Vitale – Del valore storico e della cultura…

  1. Ho letto i precedenti della Vitale,e mi hanno sempre emozionato ( Il Bottone di Puskin è addirittura strepitoso ).Ero curioso di sapere come fosse questo.Grazie per la recensione:)

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  2. Grazie Aedes, se cerchi altri spunti e non hai letto anche Herilg e Salamov, ti consiglio anche loro, sono due grandi autori!
    Blakswan, grazie a te! Io “Il bottone di Puskin” l'ho visto e mi sa che non l'ho acquistato, ma a questo punto credo che nel prossimo acquisto lo inserirò!

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