[Dal libro che sto leggendo] Sabato, addio





Non è facile trascrivervi un brano di questo libro, perchè le immagini di Milano, i colori, i suoni e le innumerevoli sfumature della solitudine sono talmente tante che è facile selezionare un pezzo a scapito di tanti altri bellissimi.

Trovo che sia bello segnalare uno scrittore che io non conoscevo e che mi ha fatto rimanere con in fiato sospeso fino all’ultima riga. È un romanzo, che restituisce una atmosfera un pò noir ai quartieri meno abbienti di una Milano dimenticata a favore delle vie dello shopping e al contempo una storia al contrario. Vi incuriosisce? Ebbene questo è un un lavoro imperdibile davvero…

“Il metronotte sta raccontando una barzelletta stravecchia.

Papà gli parl sopra e mi dice che forse riprende la ragazza che veniva al mattino, i soldi non sa dove andarli a cercare ma in qualche modo farà. È che lei è albanese, nessuno le da da lavorare e deve mantenere anche un bambino.

Mi permetto di dirgli che non deve andare nella merda lui per colpa di questa tipa e che i bambini degli altri non sono affari che lo riguardano.

Dice:”Lo so, ma la devi vedere, è una così brava persona, e quanto ha pianto quando le ho detto che dovevo lasciarla a casa. Dice che non dorme più”.

Io non lo reggo, discorsi assurdi- i suoi soliti-, così saluto, esco e risalgo corso Mameli.

Ancora non ci credo.

Cerco di ripetermi ma ho dentro la lava, un furore, e la luce notturna è triste, grassa e oleosa. Il corso è un tunnel fosco. Un imbuto d’ombra e torbidume.

Non c’è rumore che sia uno che sembra che il mondo intero sia altrove.

Dove cazzo se ne vanno tutti?

Facile: a sposarsi.

E se non vanno a sposarsi?

Facilissimo: a scopare.

Perché scopare sembra niente, finchè scopi. Ma prova a non scopare. Prova a non riuscire a scopare.

Scusami, non dovrei farti questi discorsi. Il peggio è che non avrei dovuto farli neanche a me. Lì come un fallito… Un’educanda che agogna allo sposalizio…

È che sono rimasto solo io, pensavo, con queste stupide strade questi negri e questo niente di fatto.

Quella notte sono andato a casa a piedi, avevo bisogno d’aria.

Ci ho messo un’ora e mezzo.

Camminavo nella domenica appena cominciata -era l’una e un quarto- e incontravo solo qualche auto, o quelli della pulizia stradale.

Sentivo anche freddo.

Che giro mi faceva il cervello.

In cielo una luna di rame, e io lì a sfinirmi di parole. Parole, parole, parole… Tante parole per dirti, adesso, questa cosa sola: io ho la sensazione che la vita mi abbia respinto.

Proprio così.

O dovrei dire: mi respingerà?

Be’, lo dico.

Perché sai, oa che il mio tempo è agli sgoccioli, mi rendo conto che ci somo cose che non mi riguarderanno mai. Non c’è un motivo specifico, è andata così. Tra i tanti sono stato indicato proprio io. Che ci devo fare? Sarà per un’altra volta.

È un pò come nelle vetrine: mi specchio e sovrapposta a un manichino in doppio petto affiora in primo piano la mia sagoma. Così galleggio sullo sfondo di un altro, un altro che vorrei essere e non sarò mai.
Al di qua del vetro, la verità. La vedi? Tiro avanti così -spalle spente, pelle verde limone, mani come passeri. Tiro avanti che fino a ieri mi credevo giovane, poi la gioventù finisce e nessuno te lo dice.

Ma tu?

Non mi hai ancora detto che ci fai, qui, a quest’ora.

Mi spiace che mi. E di ridotto così, ma sai, ho combinato un gran casino…

Ho trentanove anni finiti in un buco e non avrò nessuna donna.

Trentanove volte niente per un totale di 1872 sabati.”





Il brano è tratto da:


Sabato, addio
Marco Archetti
Feltrinelli editore, ed. 2011
Collana “I narratori”
Prezzo 13,00€






– Posted using BlogPress from my iPad

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