"Igiene dell’assassino", Amélie Nothomb – Il paradosso della recensione…

La foto non è stata presa da nessuno, è mia! Ma, senza didascalia, non ci posso stare!

Ci sono due modi di raccontare la realtà: prendendola di petto oppure ironizzando su essa, magari con la complicità di una controfigura. Così, allo stesso tempo, ci sono due modi di leggere questo libro: prendendolo solo per la sua trama o andando oltre le sue parole. Ci sono stati migliaia di scrittori che hanno usato l’immaginario per parlare del proprio presente come Dante che sogna la sua Commedia 6 anni dopo di quando è ambientata dividendo tra condannati, postulanti e salvati i vivi e i morti del suo tempo, ma anche per contestare gli atteggiamenti della chiesa troppo attenta al potere temporale e non a quello spirituale. C’è anche Thomas More, cancelliere di Enrico VIII, che, poco prima della riforma luterana, nel 1516 immagina in “Utopia” un’isola che contenga i mali del suo tempo e ne propone possibili rimedi. La Austen che prende posizione riguardo le “donne civettuole” e un mondo preconfezionato almeno 50 anni prima del suo tempo. E infine, dopo tanti altri che magari nemmeno conosco, c’e’ Amélie Nothomb che sul finire degli anni ’90 scrive, in “Igiene dell’assassino”, una frase come quella che vi ho riportato in foto e tante altre che, se prese seriamente, fanno pensare che il suo scritto, come quelle che ho citato (e non solo loro), racconti una storia ma al contempo critichi il suo tempo, un mondo definito (quello letterario) non risparmiando nessuno, nemmeno i lettori.

La storia è molto carina anche se il finale è un tantinello arzigogolato da sembrare una via d’uscita troppo semplice. In sostanza un grande scrittore Tach, che per i suoi lavori ha vinto anche il Nobel della Letteratura, scopre di essere malato di cancro e di avere pochi mesi di vita. Tach è sempre stato schivo, ha sempre evitato eventi, interviste o convention, anzi non è nemmeno andato a ritirare il Nobel, quindi il mondo rischia di perdere la sua importante testimonianza diretta sul suo lavoro, ergo il suo segretario, seleziona un numero di giornalisti che avrà il compito di intervistarlo. Peccato che, i giornalisti in questione, non sappiano di trovarsi davanti ad un vero osso duro! Tach infatti, in dialoghi serrati con coloro che, mano a mano, gli si avvicendano davanti, non solo è ostile, ma dimostra un’acuta sapienza nel, come si dice in gergo, “rigirare la frittata”:

Giornalista – Ma insomma, quella scena intollerabilmente cattiva con la sordomuta, si sente che lei sta godendo.
Tach – Certo. Lei non immagina il piacere che si prova a portare l’acqua al mulino dei propri detrattori.
-Ah! Allora non si tratta di gentilezza, signor Tach, è un oscuro miscuglio di masochismo e paranoia.
-Oh oh! La smetta di usare parole di cui ignora il significato. Pura bontà, giovanotto! Secondo lei, quali libri sono stati scritti per pura bontà? La capanna dello zio Tom? I Miserabili? Certo che no. Libri del genere si scrivono per essere ben accolti nei salotti. No, mi creda, i libri scritti per pura bontà sono rarissimi. Sono opere che si creano in abiezione e in solitudine, ben sapendo che dopo averle scagliate in faccia al mondo, si sarà ancora più soli e più abietti. E’ normale, la principale caratteristica della gentilezza disinteressata è di essere irriconoscibile, inconoscibile, invisibile, insospettabile, perché beneficiario che dica il suo nome non è mai disinteressato. Vede che sono buono?
– C’e’ un paradosso in quanto ha appena detto. Lei mi dice che la vera gentilezza si nasconde, e poi proclama a gran voce di essere buono.
– Posso permettermelo, tanto nessuno mi crederà mai.
Quindi, se lo si vuole leggere solo per la trama ci si troverà, appunto, di fronte ad un serratissimo e sagacissimo dialogo che porterà in velocità il lettore fino alla conclusione della vicenda che, però, rappresenta una cesura debole rispetto alla tensione costante precedente. Se invece si va a fondo ai dialoghi, si troveranno affermazioni che parlano di letterati ed edotti che premiano i libri quasi senza leggerli, di giornalisti che addirittura parlano di libri senza saperne nemmeno un rigo, di scrittori che hanno bisogno dell’auto-celebrazione per sentirsi tali e via dicendo. Vi ricorda qualcosa? Magari quelle recensioni tutte uguali che si vedono sui giornali e riviste specialistiche che inneggiano spesso al “capolavoro del secolo” anche se si tratta di mera accozzaglia di parole nemmeno ben editata? Oppure a quegli scrittori che ritengono i propri lettori incapaci di interpretarli e si presentano con il naso all’insù per portare il verbo in mezzo agli eretici?

Quello che oggi vien da pensare leggendo questo libro è che la malattia degli anni duemila ha radici ben lontane e sono sul finire degli anni ’90. E’ da lì che abbiamo smesso di “selezionare” quel che leggiamo in deroga a quello che dice qualcuno che è reputato “giusto che dice le cose giuste”. E quel che leggiamo lo giudichiamo bello o brutto senza chiederci i motivi, proprio perché non leggiamo in funzione di quello che lo scrittore ci comunica ma in funzione di quello che qualcun altro dice che ne sia la “chiave di lettura”. E così sveliamo il grosso gioco del mondo delle parole, così semplici eppure così facili, ad occhio ingenuo, da interpretare e anche quello della lettura, è la prima cosa che ci insegnano a scuola perché ci aiuterà ad essere parte del mondo eppure, alloro stesso tempo, la lettura rimane un momento privato, solitario nonché un “esercizio” di pochi. E se in questo esercizio mettiamo  da parte il nostro “io” a favore di quel che ci viene propinato da chi si pensa ne sappia più di noi, della nostra lettura che rimane? Assolutamente nulla. Si legge non solo con gli occhi ma anche con la propria esperienza e quel che per qualcuno indica qualcosa per altri potrebbe sottintenderne un’altra. La lettura è un momento privato con l’autore, lui si impegna a raccontare e noi poniamo di fronte il nostro giudizio. Se non svisceriamo,se non andiamo oltre e se non siamo completamente sinceri e attenti con il mondo delle parole Tach potrebbe continuare a sollazzarsi vedendo sviscerati i propri racconti in mille declinazioni possibili fatti da gente che non va oltre una biografia scritta, ammesso sempre che la legga. Potrà continuare a dire anche cose così:
Giornalista – In fondo , quel Nobel non smentisce la sua teoria? Non presuppone che almeno la giuria l’abbia letta?

Tach – Nulla di meno sicuro. Ma mi creda: anche nel caso che i giurati mi abbiano letto, questo non cambia nulla alla mia teoria. C’è gente così sofisticata da leggere senza leggere. Come uomini-rana, attraversano i libri senza prendere una goccia d’acqua.

– Sì, ne ha parlato in un intervista precedente

– Sono i lettori-rana. Costituiscono la stragrande maggioranza dei lettori umani, e tuttavia ne ho scoperto l’esistenza molto tardi. Sono così ingenuo. pensavo che tutti leggessero come me; io leggo, come mangio: questo non significa solo che ne ho bisogno. significa soprattutto che entra nelle mie componenti e che le modifica. Non si è gli stessi che si mangi sanguinaccio o caviale; allo stesso modo non si è gli stessi se si è appena letto Kant (Dio ce ne scampi) o Queneau. In realtà, quando dico “si” dovrei dire “io e qualche altro”, in uno stato identico, senza aver perduto una briciola di in più. Hanno letto, ecco tutto: nel migliore dei casi, sanno di “cosa parla”. Non pensi che esagero. Quante volte ho domandato a persone intelligenti: “Questo libro vi ha cambiato?” E mi hanno guardato, gli occhi sgranati, con l’aria di dire: “Perché avrebbe dovuto cambiarmi?”
E’ ironico che, questo libercolo, riesca a restituire una “morale” del valore della lettura e degli scritti, condannando un’epoca e rimanendo valido anche nella successiva. E’ altresì interessante trovare condanne così nette messe in bocca ad un personaggio di fantasia ma che è un letterato stesso “immerso nel proprio tempo” che rifiuta qualsiasi categorizzazione, cosa a cui invece molti ambiscono. E, ad un certo punto, forse per non ritrovarsi scoperta  nella propria condanna Amélie, o anche proprio lo stesso Tach, in un momento di bontà acuto, per proteggere la penna che lo sta creando rispondendo al giornalista che lo interroga sulla “somiglianza con un personaggio da lui creato” risponde nettamente che essi vadano letti e non interpretati perché, in fondo, non si rispecchia affatto nelle sue creazioni e sviscerarle così è sinonimo di imperizia. E’ quasi un grosso cartello stradale che sottintende al lettore stesso che la trama è solo quella di superficie una specie di “Ogni riferimento a fatti o persone conosciute è puramente casuale” che diventa “ogni riferimento a fatti di attualità del mondo letterario è puramente casuale e asservito alla fantasia della storia”.


E la cosa divertente sta nel fatto che se ne parlassi, come Tach vorrebbe essere letto, questo libro avrebbe preso, su una scala da uno a cinque, un bel 3. Se invece vado oltre e considero che una scrittrice al suo esordio sia riuscita in una realtà fantastica a fissare un momento e un ambito così particolare della società come quello letterario, che è sempre intoccabile perché parato dal grande scudo di appartenenza ad un mondo che “fa cultura”, allora il mio giudizio prevarica la fine fiacca e va oltre una soluzione conclusiva un po’ forzata per assegnargli un bel 5.


Ma in fondo questa recensione è un paradosso per legge di Tach, se così mi è possibile definirla, della non interpretazione dello scritto. Ma confido nell’altra affermazione che sostiene che “leggere ti cambia” per dire che il mio giudizio è frutto di una presa di coscienza che viene fuori appunto da un cambiamento. Cambiamento che non è un assoluto reale a questo punto, paradossalmente, perché istigato da una storia fantastica che dichiara di voler rimanere ed essere considerata come tale.

Un libro che fa riflettere che potrebbe essere pensato al paritetico, in campo letterario, di quello che “La fattoria degli animali” o “1984” sono nella critica politica (ancora racconti della realtà che si mascherano dietro un mondo di fantasia), solo che Amélie è stata più brava, è riuscita comunque a evitare una possibile censura e a diventare un riferimento della narrativa di genere. 



Igiene dell’assassino
Amélie Nothomb
Voland edizioni, ed 1997
Collana “Amazzoni”
Prezzo 13,00€

2 thoughts on “"Igiene dell’assassino", Amélie Nothomb – Il paradosso della recensione…

  1. E' un peccato, è una grande metafora del mondo della letteratura. Però è sempre una questione di gusto, specie dal punto di vista della scelta narrativa. Mi auguro ci sia qualche altro libro che mi è piaciuto e che piaccia anche a te.
    Buona serata,
    Simona

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