"Sabato, addio", Marco Archetti – L’addio che si ricorda…

Immagine presa da qui

Se fossi costretta ad usare una parola sola per descrivere questo libro sarebbe “indimenticabile”. Questo è un libro che non ti abbandona ma che continua insistentemente a stare con te. Ci ho messo un po’ di tempo a scrivere questa recensione perché, come al mio solito, speravo di poter prendere le distanze, guardarlo da lontano e capire se veramente mi ero innamorata di una descrizione della solitudine. E invece no, non mi è riuscito. I problemi possono essere di due tipi o di trama ingegnosamente incastrata mettendo una vita in un momento o concettuali ovvero la possibilità di avere nella penna le parole più adatte per descrivere la solitudine. In entrambi i casi il libro ti prende e rimane con te perché, al di là della trama straordinariamente semplice, sia il fattore tempo, che determina gli avvenimenti e rivela solo alla fine quel che si sta leggendo, che il fattore descrittivo sono sinonimi di quel “saper scrivere” che tramuta una storia di tutti i giorni in un vero lavoro eterno.

Ora detto così, potrebbe sembrare l’ennesimo libro che narra il male del secolo e che sarà sicuramente triste e noiosamente introspettivo. E invece nulla di tutto questo avviene.  Rimanendo fedele ad un concetto di base che è molto minimalistico, Marco Archetti, riesce a farci fare un passo indietro nel tempo in una Milano che non c’e’ più (percorrendo le strade seguendo lo sguardo del suo protagonista sembra quasi di sentire le voci, gli odori dei rioni di una volta) e  al contempo a farci fare un viaggio nelle emozioni dell’essere umano, non in modo autocompiatiuto o retorico bensì, mantenendo le distanze dal proprio personaggio che parla in prima persona, franco. In entrambi casi scenografia e personaggi non sono sommersi di aggettivi e quindi pomposi o stucchevoli. La descrizione corrisponde a quello che lo sguardo umano intercetterebbe camminando per la strada, ora non guardando chi ci passa vicino e ora fissandosi su un particolare ed e’ probabilmente questo approccio felice che dona uno splendido ritmo alla sua scrittura. 

La storia è molto semplice, due amici sempre insieme e sempre pronti a spalleggiarsi contro “il mondo” con cui tentano invano di entrare in contatto e da cui sono respinti. Non si sentono soli, l’abitudine di vedersi e di sapere che entrambi hanno la stessa sorte con gli amici e le donne danno loro la certezza di essere compresi. E se, da un momento e l’altro, uno conosce una ragazza? Finiscono le uscite, le passeggiate, le chiacchierate al bar per sfoggiare l’ultima conquista o la donna con cui non si è riusciti ad andare oltre i bacio. Insomma finisce tutto. Questa è la base del racconto, da dove si parte per capire ciò che l’autore e il suo personaggio hanno congegnato per i loro lettori. Ma già dalle prime pagine il male moderno della solitudine assume un’altra consistenza; non è più raccontato per informazioni asettiche, bensì vissuto. Io uomo normale, con una vita decente, un lavoro cos’ho di meno degli altri? Mi rifiutano? No sono io che rifiuto loro e mi creo un mondo parallelo, cui assegno il valore di “fisso” e di “infinito” e all’interno di quello ritaglio la mia dimensione. Ecco il concetto di Archetti che rende, forse meglio di uno specialista, il problema che genera il male. Mentre leggevo pensavo che ad Herling questo approccio sarebbe piaciuto, l’avrebbe amato. Perché il problema non è nella sua parte finale quella che si vede, come sembrano sottolineare entrambi, ma in ciò che genera questo isolamento e sul valore che si assegna al proprio universo parallelo.

Se poi l’universo parallelo, come può avvenire, si sgretola più è forte il valore che gli si è assegnato e più alto è il tempo che l’individuo ha per superare ed elaborare la “perdita” e la soluzione al problema. Non c’e’ solo questo fattore che emerge, ma ce ne sono molti altri e il fatto che io possa averlo pensato come un libro in “stile Herling” è perché Marco Archetti riesce ad entrare talmente a fondo nella psicologia dei suoi personaggi da renderli quasi reali sia nelle azioni che nelle parole, così come avvenne per molti scritti di Herling. E quindi, oltre alle splendide cartoline della Milano nascosta o andata, che attraverso la sua penna assume un fascino come mai nessuno era riuscito fino ad ora, si aggiungono queste storie intrecciate e poi disgiunte ma sempre correlate fra loro anche quando non le vedi come tali.

E come foglie sull’albero che sfidano la forza di gravità rimanendo tenacemente attaccate al ramo che le ha generate, tutto in un attimo si conclude, la foglia ingiallisce, dondola e cade; allo stesso modo Marco lascia che la sua storia si svolga accompagnandoci per mano fra le righe folte di parole ma sempre con un ritmo deciso, fino ad arrivare ad una fine che non ci aspettiamo, ma è li, inesorabile e sorprendente. E la storia di una vita si condensa in quell’unico attimo, come se si fosse svolta così solo per la conclusione, lasciando il lettore con l’ultimo fiato sospeso in gola.

Se fosse un mestiere scomparso, Marco Archetti sarebbe un “cantore”, quelli con lo strumento che giravano nelle piazze e nelle corti dell’Italia rinascimentale. Avrebbe incantato le folle con le sue storie, come fa oggi nei nostri tempi con questo libro che racconta emozioni.
Forse è per questo che il libro in questione non vuole lasciarmi…

Davvero imperdibile,
buone letture,
Simona


Sabato, Addio
Marco Archetti
Feltrinelli Editore, ed. 2011
Collana “I narratori”
Prezzo 13,00€

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