"Il festival a casa del boss", Pietro Nardiello – La logica della critica che crea evoluzione…

Immagine presa da qui

Quando la cultura chiama a sé gruppi di persone, allora lì, non solo la comunità evolve, ma fa vera lotta di contrasto contro l’inciviltà delle organizzazioni criminali di qualsiasi natura esse siano. In fondo potrei dire questo del libro che vi presento oggi, invece, non è rappresentativo del valore di questo contributo di Pietro Nardiello. La questione è molto più complicata. 
Il Festival dell’Impegno Civile della provincia di Caserta nasce e si pone come obiettivo il ritorno della Cultura nei luoghi che l’hanno generata, che non è un’idea nuova, ma appartiene alle dinamiche delle comunità umane dalla notte dei tempi. In fondo sempre i giovani, in momenti di disagio forti, hanno fatto riferimento ai saggi per trovare nuova linfa nelle proprie radici e per poter andare oltre. Ma il problema è sempre stato diverso nella contemporaneità, ovvero quello di scegliere il “saggio giusto” in un periodo storico che restituisce al pubblico tutta una serie di “nominati su carta” come “rappresentativi” e che tali non sono, o non hanno la soluzione più pertinente.

Quello che la Campania ha da insegnare all’Italia, e lo fa giornalmente anche a chi non sa ascoltare, è il suo profondo attaccamento alla cultura passata, che si trasmette, non solo per iscritto, ma anche e sopratutto oralmente nelle storie e nelle leggende che vengono tramandate, quasi a forza, dai genitori ai figli. Così, se vi capiterà di scendere a Napoli, ma è una cosa che avviene ovunque in Campania, e di chiedere in che strada vi troviate, il napoletano verace non vi darà un’informazione secca ma imbastirà tutta una serie di informazioni che diverranno una sorta di commedia “zippata”, passatemi il termine informatico, e di compendio alla storia campana. A me è successo un sacco di volte e oggi, dopo aver letto qui e là libri che provengono da figli di questa regione, so’ perchè succede ma, ammetto che, agli inizi, chiedere un’informazione, mi lasciava interdetta.

Cos’ha la cultura da offrire al contrasto della camorra? Semplicemente se stessa. In un libro che non ho mai finito (prima o poi mi deciderò a farlo) che si chiama “Dire camorra oggi” (2009) Giacomo di Gennaro sosteneva che il contrasto della criminalità nasce dalla comuntità che ne è infettata, dalla creazione di gruppi sociali e da iniziative statali che siano volte alla riqualificazione, non solo territoriale ma anche culturale. E, stabilito che, come testimoniano altri innumerevoli libri, studi e condanne la collusione fra stato e camorra è sempre stata una base certa da tempo immemore, possiamo, all’affermazione precedente, togliere la “partecipazione statale alla riqualificazione sociale”. Quindi rimane solo la comunità a difendersi e a crearsi alternative. In questa azione di difesa nascono eventi come quelli che narra anche Pietro, che non solo si impegnano in un evento sfidante “portare la cultura nei luoghi confiscati alle cosche”, ma anche di limitare la partecipazione statale ad un certo contributo (che si riduce alla concessione dell’utilizzo dei luoghi confiscati e di versamento di un piccolo importo per la presenza dei propri stemmi per “rappresentanza”) in modo da evitare di essere dipendenti dal contributo pubblico che potrebbe essere utilizzato come un modo per limitare certe decisioni qualora fosse invece rilevante (della serie se quello che fai non mi piace ti tolgo i soldi!).

Nella percezione di questo evento, voluto fortemente e gestito con la voglia di mettersi alla prova, subentra anche il fattore umano e di moda di fare di qualsiasi problema quasi un mito a cui riferirsi, ovvero la moda dell’antimafia. E’ un “modus” tutto italiano, quello che ci vede schierarci dal lato che si ritiene o che ci indicano come giusto e corretto. Se non ti schieri sei come gli altri, quelli cattivi e se ti schieri lo devi fare per forza con le regole che qualcun altro ha stabilito per te. Mi sono sempre chiesta da dove venisse questa “logica dello schieramento” e alla fine ho concluso che tale logica è figlia delle uccisioni di Falcone e Borsellino che gelarono il sangue degli italiani perché avvennero in un momento di cambio dell’establishment politico italiano, quindi destabilizzane delle certezze sino ad allora coltivate dalla massa, e contestualmente perché viviamo tempi in cui ci si sente soli, non solo fisicamente ma moralmente e sopratutto senza valori sociali forti e quindi ogni causa è cosa buona per sentirsi parte di un gruppo, una comunità che si configuri come una grande famiglia con dei valori condivisi cui puntare. E questa situazione, nonostante sia facile pensarlo, non è figlia di internet bensì dell’epoca industriale che ci vede proiettati verso la produzione e l’acquisto, senza proporci obiettivi sfidanti ulteriori che sono di carattere sociale che l’industria e l’economia poco ritengono di valore se non pubblicitario ai fini di vendita.

Nascono così, dal supino seguire l’obiettivo sfidante, i “personaggi di riferimento” che si dividono in due i “miti”, che sono morti e non sono tutti sullo stesso livello (dipende da quanto li hanno visti citati in tv), e i “guru”, termine preso in prestito da youtube, che invece sono vivi e qualsiasi cosa dicono, anche la più sbagliata, va presa alla lettera e mai smentita, pena, l’eliminazione dalla “comunità famiglia” cui si pensa di appartenere e mi spiace dirlo ma questo assomiglia prepotentemente,  alle dinamiche di affiliazione di stampo mafioso ma anche a quelle di una qualsiasi organizzazione criminale. Questo fa sì che non leggiamo più, perchè c’e’ qualcuno che ci fa il sunto che ci sta bene perché qualcun altro o la comunità ha deciso che “dice cose giuste”. Quindi improvvisamente la cultura e le azioni sociali si livellano sul modello proposto dal personaggio o dall’organizzazione di riferimento. Sono questi protagonismi non gestiti e queste frotte di uomini che cercano la via più semplice per arrivare all’obiettivo, che danneggiano le azioni che vengono messe in campo per contrastare le mafie. Così il movimento nato dai giovani studenti palermitani o i lenzuoli bianchi appesi alle finestre sempre a Palermo o anche il Festival perdono di valore, quello assoluto, per diventare eventi che per molti non sono più una vera e propria protesta, ma l’elemento distintivo per dire agli altri “da che lato sto”, basta avere la spilletta, o la foto con questo o quel personaggio o anche farsi una foto davanti allo striscione del festival per dire chi sono e cosa faccio.  

Sono i protagonismi che aleggiano latenti nel lavoro di direttore artistico del Festival che portano Pietro Nardiello ad un lento e inesorabile abbandono di tale partecipazione, non tanto perchè l’obiettivo non sia più condiviso, bensì perchè se “l’azione comune” non si rende disponibile all’autocritica o alla critica esterna allora quell’azione non è più mossa dal pensiero assoluto che punta al valore condiviso ma è diventata altro, un nuovo santino, da tenere nel portafogli perché tanto non si sa mai. E così, nonostante la facciata sia preservata, e la sostituzione sia presentata come alternanza o ricambio naturale per l’evoluzione, quest’ultima non c’e’ più, ed è fisicamente un arretramento che si maschera da novità.
Leggere questo libro che ospita una storia di un momento e movimento culturale che nasce in questo mondo è rappresentativo di questo viaggio all’interno delle stratificazioni sociali a volte anche sbrindellate ma che  sono rappresentative e metaforiche di quello che è il male italiano per eccellenza come la “mancanza di valori condivisi e subiti supinamente” e anche della, chiamiamola, “formazione” o “capacità” adeguata che ci permetta di capire come scegliere e perseguire questi obiettivi. Forse è proprio la mancanza dei veri saggi, sostituiti dalla tv e dagli imbonitori giornalistici che urlano come al mercato del pesce notizie che si contraddicono fra loro, ad aver creato questo clima di anestetizzazione della coscienza degli italiani e forse siamo ancora in tempo per salvarci e per permetterci di darci una possibilità di cambiamento, ma questo presuppone il rimboccarsi le maniche e ripartire faticosamente dalla cultura pregressa. Proprio il punto da cui era partito il Festival. Ed è per questo, che per chi vuole comprendere le dinamiche di questo mondo,che questo titolo della letteratura di genere, legata all’analisi sociale dei territori che da anni cercano di creare un contrasto alternativo alla collusione stato-camorra* (dove per camorra leggasi “organizzazione criminale dalle caratteristiche mafiose”), è da leggere.
Buone letture,
Simona


* Si narra che quando a Monnier, uno dei primi a scrivere del fenomeno camorristico con il suo trattato “La camorra. Notizie storiche e documentate”(1865), veniva chiesto “Cos’è la mafia?” da un giornalista dell’epoca lui rispondesse “La mafia è una forma di camorra”

Il festival a casa del boss
Pietro Nardiello
Phoebius Editore, ed. 2012
Collana “La città sociale”
Prezzo 13,00€

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