Lettere salate, Christine Balint – La fuga attraverso il mostro…

Immagine presa da qui
Ci sono storie che nascono dalla necessità di comunicare; l’autore sa la storia, l’ha inquadrata e vissuta e, a volte, conosce più il suo personaggio che se stesso e, per non diventare come coloro che parlano attraverso le marionette e cessare questa coabitazione che alla lunga può diventare possessione, deve scriverla per esautorare l’entità, quasi fosse un rito di altri tempi. In fondo, scriverla equivale a raccontarla e quindi anche a lasciarla andare. Che sia di altri il problema, che il mio protagonista cessi di essere presente e di sussurrarmi cose mentre cerco di dormire o di urlarle quando mi guardo alla specchio e cerco di evitarne il suo sguardo. 
Ce ne sono altre che nascono per puro semplice diletto nello scrivere o quasi a scaricare la creatività accumulata leggendo altri libri e diventano un po’ la risposta a quello che abbiamo letto ma che avremmo scritto, chissà, in maniera diversa. 
Ci son infine scritti che nascono per necessità. Ovvero tesi di fine corso o semplice sopravvivenza o anche solo per ricerca di quella fama che identifichiamo con l’etichetta di “scrittore di successo”. Chi mi legge da un po’, sa bene che fin’ora, in questi casi, la mia bocciatura è arrivata senza “se” e senza “ma”. Stavolta invece la questione è differente. Questo libro nasce per una tesi di corso universitario, ma la storia appartiente intimamente alla sua scrittrice. Sembra quasi che, il criterio che fin’ora sentivo associato e determinati scrittori non sia assoluto bensì ci siano altri modi per dare sapidità alle parole e alla storia.

Così sembra che sia la “storia” colei che si impossessa della sua autrice e che la trasporta nel tempo e nello spazio. Dalla Melbourne contemporanea si torna indietro al 1854 a Brikenhead, in Inghilterra. È la storia stessa, che rincuncia ad una trama classica, che prende per mano tutti, lettori, protagonisti e autrice e ci porta attraverso il viaggio verso l’Astralia dell’epoca, in una evoluzione indotta, non dalla crescita ma dalla necessità, dalla vita di mare che si distingue per carenza di spazi, cibo e sopratutto di acqua, la stessa che, ironicamente, invece abbonda fuori bordo. Così le leggende si mischiano con le verità, i suoni raccontano storie, le lacrime nostalgie e gli sguardi le speranze di una vita migliore. Ognuno con una sua storia personale alle spalle, che non è detto che voglia condividere con i compagni di viaggio, ma questo coro di sussurri e di pensieri appena accennati da tutti i coinvolti nelle vicende forma un’unico vento che sembra sospingere vascello e occupanti al di là del mondo.

La storia sembra prendere la sua autrice non solo nelle parole, non dette e magari accennate, ma sopratutto nella descrizione del rapporto madri e figlie, generazioni di donne che si trasmettono nevrastenie e fobie quasi fosse un dono di famiglia; è un dono male accetto, che però si accoglie, quasi con rispetto, nel momento in cui si accettano le stesse “convenzioni di vita” cui ha sottostato chi ci ha preceduto e generato. Quasi a sottolineare che l’evoluzione non sta nel ripercorrere supinamente i passi delle nostre madri, ma nel coraggio di cambiarle laddove queste interferiscano con il nostro modo di essere. Così la famelica necessità di nutrirsi di solo pesce, che la tenga vicina al proprio amore, della nonna di Sarah diventa nella madre da nevrastenia a fobia. Pesce, vive nell’acqua, anche i vascelli come quello dello zio sono in acqua, l’acqua non è certezza, in acqua si può morire. Ecco da dove si genera la fobia che diviene incubo di una famiglia che improvvisamente si trova a combattere un male oscuro che non è la fobia (ricordate in quale secolo siamo e che “i nervi” delle signore più o meno occupate erano la malattia del secolo) bensì è l’oggetto di questa: “l’acqua”. Tutto deve essere asciutto perchè come sostiene la signora e madre ” l’acqua non è sicura”. In Sarah la salvezza sarà la fuga, dalle convenzioni di chi dice cosa è “accettabile o no” e proprio attraverso l’acqua, unico vero ostacolo per non essere rincorsa. Ed è forse questa consapevolezza che le impedisce di spiegare, raccontare perché abbia preso tale decisione e perchè proprio un viaggio verso l’ignoto Nuovo Mondo, sia necessario per sancire il suo pensiero e il suo volere.

È un libro “sapido” che non necessita di grandi spazi ma si svolge all’interno di un vascello in cui i protagonisti non sempre ci sono e nemmeno parlano ma si sa della loro presenza e delle loro azioni, nonchè dei loro pensieri come se le voci venissero trasportate dal vento. Persino nelle situazioni, il movimento delle presenze aumenta o diminuisce a seconda del luogo in cui il vascello si trova. Una storia che sembra prendere l’autrice come i lettori mano mano che si viaggia e si evolve, non per questioni di natura ma per adattarsi agli spazi e alle persone e per rinnovarsi, resistendo alla incombenza della natura che, nel bel mezzo dell’oceano, contrasta selezionando nella vita e nella morte chi è più forte da chi non è all’altezza.
Veramente un libro bello e intenso,
Buone letture,
Simona

Lettere salate
Christine Balint
Marcos Y Marcos Editore, ed. 2002
Collana “Gli alianti”
Prezzo 12,90€




– Posted using BlogPress from my iPad

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.