"La città degli angeli", Christa Wolf – Il cappotto e il passato…

Immagine presa da qui

Quando ci si guarda indietro, non è sempre semplice farlo con la tranquillità e la distanza dalle proprie azioni e scelte o  da quelle di altri che hanno decretato interruzioni o decisioni forzate nel percorso della nostra vita. C’è chi analizza il passato raccontandolo in maniera netta, scegliendo le parole che restituiscano nel modo più crudo una realtà. Sono quelli che scrivono in funzione della “creazione di un ricordo” e che, forse, sono convinti che, istigando il dolore immenso di quello che hanno vissuto, gli altri ricorderanno e non incorreranno ancora nel medesimo errore. Scelta comprensibile, ma non sempre la più felice. Probabilmente perchè, non è nutrendosi del sangue altrui che l’umanità può sinceramente evolvere e creare l’opportunità non solo di andare oltre – “non dimenticando”- ma di creare modelli di pensiero migliori che rendano ogni concezione che si discosti dal principio di uguaglianza di tutti gli uomini e di inviolabilità della vita di tutti come un assurdo, non condiviso, ma necessariamente endemico.

Ci sono anche altri scrittori, come la Wolf, che invece raccontano il passato, anche quello più buio, in una maniera forse particolarmente vincente, quella intimistica. Succede in quegli autori che, in fondo, prendono le distanze dal futuribile lettore e vivono il momento della scrittura quasi fosse un momento di regressione ipnotica. C’è dell’attenzione a non ferirsi, quasi si stesse camminando all’indietro a spasso nei tempi, fino a ritornare a quei momenti che sono sintetizzabili come “il Male”. Si cerca di non inciampare, perchè non si sa dove si cadrà e quale dolore genererà, quindi c’è una sorta di accortezza e di delicatezza nell’affrontare un fatto dietro l’altro perchè, questo processo di rielaborazione di un periodo oscuro e luttuoso, non ferisca ancora con rinnovata cattiveria.
Quindi lo scrittore si estrania dal suo lettore, pensando e preservando la propria anima. E il lettore più sensibile è grato di questa accortezza.

E mentre Salamov affronta il suo passato rielaborando il lutto a piccoli passi, con tanti racconti che si sommano e ,a volte, si sovrappongono fra loro, Christa Wolf, ad un certo punto, per sbloccare una situazione che ristagna, fa appello ad un cappotto – il sottotitolo anche nell’edizione italiana rimane “The overcoat of Dr. Freud”-, che ha avuto un illustre personaggio come primo proprietario per sbrogliare le matasse più intricate del passato. Non è un caso che questo viaggio fisico, che invece ha una natura introspettiva, abbia la necessità della “protezione” di Freud, dove il cappotto non solo diventa un paracadute per attutire la discesa nell’inferno del passato, ma anche una vera e propria protezione dei demoni che aleggiano nel nostro passato non solo cosciente – ovvero che sono riconosciuti come tali- ma anche di quelli nascosti dal nostro inconscio perché la certezza delle loro azioni sarebbe devastante non tanto per quello che hanno commesso quanto perché solo stati proprio loro a farlo. Man mano in questo “cammino”, come avviene con l’olio che si è tentato di mescolare con l’acqua, affiorano in superficie piccole e staccate immagini e situazioni che finalmente, grazie alla nuova coperta di Freud avuta in dono, la Wolf riesce finalmente a collocare nel tempo, nello spazio e a volte nel dolore.

Così il viaggio fisico perde la sua importanza a favore del senso di libertà interiore che si vuole guadagnare. I tempi cui guarda Christa sono quelli più bui della Germania, quella comunista. Un paese diviso in due, da una parte gli occidentali con la vita che sembra una chimera di felicità e sole cui s’oppone dall’altro lato del muro un mondo oscuro- che quasi sembra non condividere la stessa aria del primo – un luogo dove pure lasciarsi vedere assorti può essere pericoloso. È un dato di fatto che gli estremismi si nutrano della paura e quella vita che la Wolf descrive è pericolosamente vicina a quella della Russia di Salamov di inizio ‘900 e della Politkoskawja della fine dello stesso secolo. Non è cambiato così tanto, anzi nulla anche se sono paesi differenti, personaggi e interessi differenti. La vicinanza non è data dal fatto che siano sotto il “denominatore comune comunista”, bensì dalla circolarità della situazione che Salamov descrive in maniera significativa in un racconto, pubblicato in Italia, nella raccolta della Visera. In sostanza la descrizione di Salamov dà è che “è difficile distinguere gli oppressori dagli oppressi, perché quelli che oggi sono i forti domani saranno le vittime”. E’ la duplicità dell’ideologia moderna del regime totalitario, di cui anche Orwell profetizzava in “1984”; non si tratta più solamente di eliminare i dissidenti, ma di “eliminare qualsiasi traccia dell’eliminazione”. Tutto come se nulla fosse successo, niente campi, niente testimoni o reduci. E la vita ufficiale deve, invece, scorrere parallela e indipendente. Un po’ come se accanto alla casa del mulino bianco ci fosse a due km di distanza una discarica abusiva piena di materiale tossico. Non importa cosa succede nei due mondi, l’importante è che questi si ignorino volutamente o no- da una parte l’ufficialità e dall’altra l’oscuro di cui nessuno deve parlare. 
Succede anche nella Germania della Wolf dove non c’è galera più opprimente di quella che ti dà la sensazione di libertà, più libera ti senti e più il potere potrà conoscere le tue reali sensazioni e pensieri ed è in questo clima che l’uomo comincia a non fidarsi più di nessuno, perchè una denuncia non è questione di fede politica ma solo del temporaneo allontanamento degli occhi inquisitori dal proprio personale caso. Ed è per questo che è più pericolosa e fa  più male, perché nasce dalla disperazione della paura e, a quel punto, costa ancora di più scoprire le dicerie o le accuse che ci sono state rivolte, associate ai nomi di chi ha pronunciate.

Così, questo viaggio che ha portato la scrittrice dalla Germania a Los Angeles, per motivi di studio – che celano la ricerca di una persona che aveva una corrispondenza fitta con l’unica amica di riferimento dei tempi andati- avvicina sempre più l’autrice al suo passato e ai tempi e gli spazi che furono scenografia dell’oscurantismo comunista di un paese che oggi tenta sempre di andare oltre le sue colpe cercando di rimarginare le proprie ferite. Questo è l’ultimo lavoro, completato prima della morte dell’autrice stessa, quasi come fosse stata la chiave di volta di una vita che ha svelato alla Wolf se stessa e quindi la ricerca, finalmente, sia conclusa.
E così Christa potrà continuare a guardare quelle stelle, che tanto ha imparato ad amare, sdraiata, come fa in una bellissima descrizione di questo libro, circondata da amici (acquisiti e non necessariamente cercati) e  non della sua stessa età perché possa essere descritto questo “panorama celeste” non solo attraverso più occhi e più esperienze, ma anche attraverso le età della natura umana che insieme formano la corale sinfonia che descrive anche la vita di ognuno di noi. Ennesima metafora di come è concepito questo bel libro che vuole dare uno “sguardo” con gli occhi del momento in cui avvengono le situazioni e quindi contestualizzando ma riserva il “giudizio” alla distanza nel tempo, alla maturità che ci permette non solo di rivedere con una certa “distanza” quello che è accaduto ma anche di comprendere quel che si deve tenere caro da ciò che rimane futile o dannoso ricordo.
Un libro che va letto con calma e con lo stesso amore che si dedica ad una cara amica che ci confessa un segreto. Se sapremo conservare il suo segreto nei tempi delle nostre letture future, sapremo apprezzare non solo le storie ma imparare a guardarci attraverso le parole e le immagini descritte nei libri che ci capiteranno fra le mani.
Credo che sia il modo migliore per ricordare chi generosamente ci ha regalato attimi di se stessa.
Buone letture,
Simona


La città degli angeli
The overcoat of Dr. Freud
Christa Wolf
Edizioni E/O, Ed. 2011
Collana “Dal Mondo”
Prezzo 19,50€  






– Posted using BlogPress from my iPad

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