[Dal libro che sto leggendo] Sacrè blue

Immagine presa da qui


Questo è un libro un po’ particolare. E’ la comunione di diversi approcci alla scrittura, tutti possibilmente fra loro antitetici, ma che in questo connubio trovano una nuova definizione non totalmente sconclusionata. Premettiamo che, se in questa lettura volete trovare messaggi reconditi o morali finali, ebbene qui, non ne troverete affatto. Troverete un pizzico di approccio dell’assurdo che ignora quasi Tim Burton, ritornando al Bulgacov  de “Il maestro e Margherita” (attenzione i due scritti sono vicini per un recondito sapore dell’approccio ma nascono per motivazioni e in tempi totalmente differenti). C’e’ un po’ di sapore fantastico, parecchia Storia della pittura abilmente spruzzata qui e là come si farebbe agitando il pennello intriso di colore troppo liquido davanti ad una tela bianca candida. E c’e’ anche quella brutta e orribile nonchè inutile abitudine degli scrittori che non vogliono concludere la storia, pertanto c’e’ un finale a “balzelli” ovvero finisce, per poi iniziare nuovamente, come se l’autore non fosse certo di quel che ha scritto sin lì.
Sicuramente di storie di questo genere ce ne saranno state moltissime nella storia della letteratura ma non sono state mai così evidenti se non dopo il periodo del boom di Dan Brown, probabilmente perché dopo l’inaugurazione di questo genere, chiamiamolo pure thriller storico si è sempre sentita la necessità di fornire ai propri lettori una parvenza di “Storia” nella storia (quest’ultima leggasi come trama) in cui, quel che è la vicenda narrata, possa essere inserita  all’interno di un periodo più prolungato di tempo che la renda più accettabile dal lettore che vi incappa.
Nonostante questo la storia legge, una sorta di giallo alquanto surreale che vede coinvolti i pittori francesi del periodo che va dalla metà avanzata dell’ottocento fino quasi agli inizi del ‘900. Godibile, ma c’e’ sempre di meglio. Voto 3,65 su una scala da 0 a 5.
Buone letture,
Simona


Campo di grano con volo di corvi 

Anvers, Francia, luglio 1890 

Il giorno in cui lo uccisero, Vincent Van Gogh, incontrò una zingara sul pavé davanti alla locanda dove aveva appena finito di pranzare.

“Cappello grande” disse la zingara.

Vincent si fermò e si levò il cavalletto sulla spalla. La salutò sollevando il cappello. In effetti era proprio grande.

“Sì, signora” disse. “Serve a proteggermi gli occhi dal sole quando lavoro”.

La zingara, che era vecchia e malconcia, ma meno vecchia e maglio conciata di quanto delle a vedere – perché nessuno dà un centime a una mendicante pulita e ordinata- puntò un occhio marrone scuro verso il cielo che sovrastava la valle del fiume Oise, dove la nuvole del temporale ribollivano sopra i tetti di tegole del Pontoise, poi sputò ai piedi del pittore.

“Non c’è sole, olandese. Tra un po’ piove”

“Be’, servirà a proteggermi gli occhi anche dalla pioggia”. Vincent osservò il foulard della zingara, giallo con un’edera verde ricamata sill’orlo. Dallo scialle alla gonna, ognuno di un colore diverso, traboccava un arcobaleno cencioso che si spegnevaai suoi piedi sotto un velo di polvere. Poteva ritrarla, perchè no. Come le spigolatrici di Millet, ma con una tavolozza più accesa. Facendo spiccare la figura sullo sfondo del campo.
“Monsieur Vincent”. Una voce di ragazza. “È meglio che torniate a dipingere, prima che venga il temporale”. Adeline Ravoux, la figlia del taverniere, comparve sulla porta della locanda con una scopa, pronta ad usarla non per spazzare ma per scacciare le zingare fastidiose. Era una biondina di tredici anni, la cui bellezza futura si nascondeva ancora dietro n anonimato splendido e straziante. Vincent l’aveva già ritratta tre volte da quando era arrivato, in maggio, e per tutto il tempo la giovane aveva civettato con lui con il fare goffo e impacciato di un gattino che tormenta un gomitolo senza sapere che i suoi artigli possono far sanguinare. Puro e semplice allenamento, sempre che i pittori pveri e tormentati, senza un lobo, non avessero comnciato di punto in bianco a far furore tra le ragazzine.

Vincento sorrise, annuì ad Adeline, prese il cavalletto e la tela e girò l’angolo, allontanadosi dal fiume. La zingara lo seguì mentre arrancava sulla collina, oltre i giardini recintati, verso il bosco e i campi che domnavano il borgo.

“Mi dispiace, vecchia madre, ma non mi avanza neanche un sou” disse alla zingara.

“Mi prendo il cappello” rispose slei. ” E tu puoi tornare alla tua stanza, ripararti dal temporale e dipingere un vaso di fiori”.

“E cosa mi dai in cambio del cappello? Mi predici il futuro?”.

“Non sono quel tipo di zingara” disse la zingara.

“Poseresti per un ritratto, se ti dessi il mio cappello?”.

“Non sono neanche quel tipo di zingara”.

Vincent si fermò ai piedi dei gradini scavati nella collina.

“E che tipo di zingara saresti, allora?” disse.

“Una zingara a cui serve un gran cappello giallo” rispose lei. Fece una risata stridula e mostrò i suoi tre denti.

Sacré bleu
Christopher Moore
Elliot Edizioni, ed. 2012
Collana “Scatti”
Prezzo 18,50€

– Posted using BlogPress from my iPad

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