[Dal libro che sto leggendo] Vite immaginarie


Quando la faccia dell’autore anticipa i contenuti dei suoi lavori!
Marcel Schowb
Pubblicata qui

Io trovo interessanti le storie, o meglio biografie, raccontate in questo modo creativo e spesso anche molto divertenti. Questa è una raccolta di vite “celebri e non” rivedute e corrette alla maniera di Marcel Schwob e con tale curiosità va letta. In questo caso il libro è realmente ancora in lettura (oggi è il 27 Novembre), quindi non ho ancora un giudizio “short” da mettere a cappello al racconto relativo a questo testo. Posso solo dirvi la casualità mi ha regalato l’opportunità di leggere due libri dello stesso secolo (uno della prima metà- “Mozart”, Paolina Leopardi, Il notes magico Edizioni ed.2010- e questo edito circa 50 anni dopo) che affrontano le “biografie in maniera del tutto personale prescindendo dalla verità storica e rappresentando i soggetti secondo la sensibilità o l’estro di chi scrive. E, l’unico consiglio che mi sento di suggerire caldamente è, in questo caso, di leggere la prefazione dopo aver letto il libro e non prima.Per la restante parte di commento, dovrete attendere la recensione. 

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Empedocle 

Nessuno sa quale fu la sua nascita, né come venne sulla terra. Apparve presso le rive dorate del fiume Acragas, nella bella città di Agrigento, non molto dopo che Serse aveva fatto frustare il mare con le catene. 
La tradizione riferisce soltanto che il suo avo si chiamava Empedode: nessuno lo conobbe. Senza dubbio ciò significa che egli era figlio di se stesso, come si conviene a un Dio. Ma i suoi discepoli assicurano che prima di percorrere nella sua gloria le campagne della Sicilia, era già passato per quattro esistenze nel nostro mondo, e che era stato pianta, pesce, uccello e fanciulla. Portava un mantello di porpora su cui ricadevano i suoi lunghi capelli, aveva attorno alla testa una fascia d’oro, ai piedi sandali di bronzo e teneva in mano ghirlande intrecciate di lana e di alloro.
Con l’imposizione delle mani guariva i malati e recitava versi, alla maniera omerica, con toni pomposi, in piedi su un carro, e la testa levata verso il cielo. Una grande folla lo seguiva e si prosternava dinanzi a lui per ascoltare i suoi poemi. Sotto il cielo puro che illumina i campi di grano, gli uomini venivano da ogni dove verso Empedocle, con le braccia cariche di offerte.
Li sbalordiva cantando loro della volta divina, fatta di cristallo, della massa di fuoco che noi chiamiamo sole, e dell’amore, che tutto contiene, simile a una vasta sfera.
Tutti gli esseri, diceva, non sono che pezzi distaccati di questa sfera d’amore dove s’insinuò l’odio. E ciò che noi chiamiamo amore è il desiderio di unirci e di fonderci e di confonderci, così come eravamo un tempo, in seno al dio globulare che la discordia ha spezzato. Invocava il giorno in cui la sfera divina si sarebbe gonfiata, dopo tutte le trasformazioni delle anime. Poiché il mondo che noi conosciamo è l’opera dell’odio, e la sua dissoluzione sarà l’opera dell’amore.
Così cantava per le città e per i campi; e i suoi sandali di bronzo venuti dalla Laconia gli tintinnavano ai piedi, e davanti a lui suonavano i cembali. Intanto dalla bocca dell’Etna sprizzava una colonna di fumo nero che gettava la sua ombra sulla Sicilia.
Simile a un re del cielo, Empedocle era avvolto nella porpora e cinto d’oro, mentre i pitagorici andavano in giro nelle loro sottili tuniche di lino, con le scarpe fatte di papiro. Si diceva che sapesse far sparire la cispa, dissolvere i tumori, e cavare i dolori dagli arti; lo supplicavano di far cessare le piogge o gli uragani; scongiurò le tempeste su un cerchio di colline; a Selinunte, scacciò la febbre facendo deviare due fiumi nel letto di un terzo; e gli abitanti di Selinunte l’adorarono e gli innalzarono un tempio, e coniarono delle medaglie in cui la sua effigie era posta a fronte dell’ effigie di Apollo.
Altri pretendono che fu divinatore e istruito dai maghi della Persia, che dominava la necromanzia e la scienza delle erbe che rendono pazzi. Un giorno che pranzava da Anchitos, un uomo furioso irruppe nella sala, con la spada levata. Empedocle si alzò, tese il braccio, e cantò i versi di Omero sul nepente che dà l’insensibilità. E subito la forza del nepente s’impadronì del furioso, ed egli rimase fisso, la spada in aria, e dimenticò tutto, come se avesse bevuto il dolce veleno mischiato nel vino spumeggiante di un cratere.
I malati venivano a lui fuori dalle città, ed egli era circondato da una folla di miserabili. Alcune donne si mescolarono al suo seguito. Baciavano i lembi del suo mantello prezioso. Una si chiamava Pantea, figlia di un nobile di Agrigento. Doveva essere consacrata a Artemide, ma fuggì lontano dalla fredda statua della dea e votò la sua verginità a Empedocle. Non si videro mai le loro manifestazioni d’amore, perché Empedocle manteneva una insensibilità divina. Non proferiva parole se non in metro epico, e nel dialetto della Ionia, sebbene il popolo e i suoi fedeli non si servissero che del dorico. Tutti i suoi gesti erano sacri. Quando si avvicinava agli uomini, era per benedirli o per guarirli.La maggior parte del tempo rimaneva in silenzio. Nessuno di coloro che lo seguivano riuscì mai a sorprenderlo nel sonno. A tutti e sempre apparve maestoso.
Pantea era vestita di lana fine e d’oro. I suoi capelli erano disposti secondo la ricca moda di Agrigento, dove la vita trascorreva mollemente. Aveva i seni sostenuti da una fascia rossa, e la suola dei suoi sandali era profumata. Per il resto, era bella e dal lungo corpo, e dal colore molto desiderabile. Era impossibile avere la certezza che Empedocle l’amasse, ma egli ebbe pietà di lei. Accadde infatti che il soffio asiatico generasse la peste nei campi siciliani. Molti uomini furono toccati dalle dita nere del flagello. Anche i cadaveri delle bestie cospargevano i bordi delle praterie e si vedevano qua e là pecore spelate, morte con la gola spalancata verso il cielo, le costole sporgenti. E Pantea languiva di questa malattia. Cadde ai piedi di Empedocle e non respirava più. Quelli che le stavano attorno sollevarono le sue membra irrigidite e le bagnarono di vino e di aromi. Slegarono la fascia rossa che stringeva i suoi giovani seni, e la arrotolarono nelle bende. E la sua bocca semiaperta era trattenuta da un laccio e i suoi occhi infossati non avvertivano più la luce.
Empedocle la guardò, staccò il cerchio d’oro che gli cingeva la fronte, e lo pose su di lei. Adagiò sui suoi seni la ghirlanda di alloro profetico, cantò versi ignoti sulla migrazione delle anime, e le ordinò per tre volte di alzarsi e di camminare. La folla era piena di terrore. Al terzo richiamo, Pantea uscì dal regno delle ombre, e il suo corpo si animò e si erse sui piedi, tutto fasciato nelle bende funerarie. E il popolo vide che Empedocle era evocatore dei morti.
Pisianatte, padre di Pantea, venne a adorare il nuovo dio. Sotto gli alberi della sua campagna furono disposte delle tavole, per offrirgli libagioni. Ai lati di Empedocle degli schiavi reggevano grandi torce. Gli araldi proclamarono, come per i misteri, il silenzio solenne. D’improvviso, alla terza veglia, le torce si spensero e la notte avvolse gli adoratori. Ci fu una voce forte che chiamò: «Empedocle! ». Quando si fece luce, Empedocle era scomparso. Gli uomini non lo rividero più.
Uno schiavo spaventato raccontò che aveva visto un tratto rosso che solcava le tenebre verso la cima dell’Etna. I fedeli si arrampicarono per le chine sterili della montagna nel chiarore tetro dell’alba. Il cratere del vulcano vomitava un fascio di fiamme, Sulla sponda porosa di lava che circonda l’abisso ardente fu trovato un sandalo di bronzo lavorato dal fuoco.


Questo pezzo è tratto da:

Vite immaginarie
Marcel Schwob
Adelphi Edizioni, ed. 2012 (ristampe del 1972)
Collana “Gli Adelphi”
Prezzo 12,00€

2 thoughts on “[Dal libro che sto leggendo] Vite immaginarie

  1. Sai che non ci avevo fatto caso? Sappi che sei la persona che mi ha strappato la prima risata di cuore della giornata! :DDDD
    Credo che continuerò a ridere per un po'…:D

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