[Dal libro che sto leggendo] Non è successo niente

Immagine presa da qui

Questo l’ho letto un po’ di tempo fa e infatti la recensione la trovate qui: “Non è successo niente“. E’, stato l’unico libro letto sin’ora, che mi ha messo il dubbio di essere più interessante de “Lo splendore dei discorsi” che, allo stato attuale rimane fra i miei preferiti. Come detto tante volte ci si affeziona ad un autore non solo per il modo di scrivere ma anche per i temi affrontati e, devo ammettere, che qui un punto di contatto c’è nonostante le storie siano distanti anni luce nella trama. Chissà se la città innominata del primo e del secondo sia la stessa, rimane comunque il fatto che questo è veramente un libro bello e piacevole da leggere.,
Buone letture, 
Simona

Più tempo passa e meno sento il rimorso della storia. Quel fiato gigantesco che alitava sul collo è diventato un soffio, un refolo, un leggero passaggio di vento. Guerre, cadaveri, morte, conquiste, sacrifici, ferocia, non sono altro che bagattelle, messe una dietro l’altra come le borse della spesa. Saranno gli anni che si sono succeduti,uno dietro l’altro, come trappole in una radura. In ognuna una parte considerevole di me. Un risentimento,un pensiero, un migliaio di pensieri, un cognome, un bacio.Cose del genere.
È così che mi sono alleggerito dal peso della storia. La mia, innanzitutto, e quella di tutti gli altri. Nazioni, eserciti, rivoluzioni, colpi bassi, parole al cianuro. Cianuro.
Ora me ne vado per i miei camminamenti e mi sento leggero. Come un uccellino che debba finalmente ricostruirsi un nido. Sente la sua fatica come un residuo ora che è a casa. Quelle lunghissime ore a volare sugli oceani, sui boschi, sulle pianure, fra le doppiette dei cacciatori, sono un niente. È tutto passato. Ora si sente più libero.
Una volta una mia paziente, mentre mi ero piegato sul letto per constatarne il delirio, aprì gli occhi, mi guardò fisso e mi disse: – Prenda l’altra parte di me e la porti là – indicandomi l’altro letto vuoto che stava accanto. L’altra parte di me. Me la ricordo bene. Aveva il naso appuntito e gli occhi grandi. Irrecuperabile. Le diedi una carezza, poi agguantai nel niente l’altra parte di lei – sbracciandomi come un macaco nell’aria – e la trasportai sul letto adagiandola.
Lei non si accorse di nulla. Glielo dissi, allora, le dissi che avevo fatto quello che mi aveva chiesto, ma lei era già nel suo deliquio, lontana come una barca in mezzo alle correnti del-lago. Ma anche lei, il cui ricordo,per anni mi tormentò, è così lontana ora, così fievole, che mi pare di non essere stato io a sollevare quell’aria e adagiarla sul letto. 
Tutti i miei anni in manicomio si sono allontanati da me come un miracolo. Non c’è niente che mi assalgadi notte e mi serri la gola. Le mie notti sono un profluvio di sonno. Continuo e rilassato. Sono un animale che dorme. Ma ora sono vecchio. Ho quasi ottanta anni e tutti, quando mi incontrano, sembrano riverirmi, come di solito capita con le statue dei santi. Non è la mia saggezza a intimorirli, o il mio sguardo ancora acuto, ma la vicinanza alla morte. È un riflesso condizionato, come la campanella di Pavlov.
L’ho diretto per vent’anni quel manicomio, l’ho cambiato. Era un campo per internati. Un aborto a cielo aperto, una cloaca. Ora è una casa accogliente, con tanto di parco e campi per praticare sport. Certo ne’ho guariti ben pochi di pazienti. Guariti nel senso che se ne andavano a casa, ritornavano nelle loro famiglie completamente ristabiliti, senza mai più ricadere nella pazzia. Ben pochi. Ma questo è il nostro lavoro. Vi sono delle situazioni per le quali non esistono sforzi, non basta la volontà per cambiarle. Quelle sono e quelle rimangono. Uno può alleviare i sintomi, diminuire il dolore, levigare la catastrofe, ma tant’è, la malattia rimane. Diminuita forse, ma sempre al suo posto, vigile e costante.
Qualche rara volta mi chiamano in istituto per delle consulenze e io vado. Cosa rimango a fare a casa?A girare dalla sedia al divano, a guardare i muri che non si spostano di un centimetro, mentre tu vorresti vederli sparire di colpo. Listituto non è lontano da casa mia, io abito in una fiorente periferia, circondata da parchi e case a due e tre piani. Qui mi sento vicino ad un cuore segreto. Di cosa? Un cuore segreto di cosa?
È proprio dell’ultima visita che intendo raccontarvi. Successe quasi un anno fa. Sembra che da allora siano passati trenta e passa anni. E invece solo trecentossessantacinque giorni. Più o meno. Ottomilaseicentosettanta ore. Più o meno. E io nel frattempo cosa ho fatto? Mi sono liberato di un peso. Del mio peso. Succede come quando termina un sentimento. Che sia odio o amore, o quel che sia.
D’un tratto ti accorgi che è finito. Succede così. Me ne esco. Vado in giro. A zonzo. A non fare niente se
non passeggiare. Non crediate che il mio passo sia quello di un giovanotto. Il mio passo è quello tipico dell’ottantenne ancora in gamba. Non potrei certo attraversare la città da un capo all’altro. Questo è un fatto. Ogni tanto, anzi mi devo fermare. Faccio sosta, mi siedo su una comoda panchina e guardo le persone. Da come si muovono, dal passo, dai lacerti di discorsi che mi arrivano all’orecchio, dagli sguardi leggermente furenti o a volte mansueti come quelli dei cani accucciati sui balconi, mi sembra che l’infelicità abbia guadagnato terreno. Tanto terreno. Una fortezza accerchiata. Più uno tenta di allontanarla, l’infelicità, più ne è stregato. Come nei giochi dei prestigiatori. Tu guardi la mano destra e quello il giochetto lo fa con la sinistra. Ma poi perché guardavi la mano destra? C’era un motivo. Forse l’agitava proprio per distrarre l’attenzione dalla sinistra. È un vecchio trucco dei tiranni.
È cosi che ti ritrovi dopo un’intera vita a non capire nulla, a pensare sul serio che niente abbia un senso. Che il senso, quelle rare volte che l’intravvedi, sei tu a mettercelo, e con la forza per giunta.


Questo pezzo è tratto da:

Non è successo niente
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, ed.2009
Collana “Hinc”
Prezzo 15,00€

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