[Dal Libro che sto leggendo] Giancarlo Siani. Passione e morte di un giornalista scomodo.

Immagine presa da qui

Questo bellissimo libro mi ha accompagnato per ben due settimane di lettura. E’ un’inchiesta, una di quelle che ci piacerebbe vedere magari a puntate su un giornale, quelli di una volta, che qualificano il lavoro di quelli che generalmente vengono descritti “Giornalisti”. E Bruno De Stefano un giornalista lo è, in questo blog trovate anche un commento ad una sua partecipazione ad una antologia che ha curato con Marcello Ravveduto e che si chiama “Strozzateci Tutti“, e ha anche scritto altri libri inchiesta ( ne ho un altro che devo trovare il tempo di leggere!) e quello che lo contraddistingue è la meticolosità. Delle volte sembra che smetta i panni del giornalista per vestire quelli di storico o statista e persino in qualche punto di sociologo. In fondo è questo il motivo per il quale questi libri si scrivono per approfondire e non per convincere il proprio uditorio che la propria parte è quella giusta. A decretare chi abbia ragione o no dovrebbero essere i fatti, presentati con la dovizia di riferimenti e di particolari che Bruno mette nei suoi lavori. Un lavoro improbo certamente, ma che in questo caso rende sicuramente i suoi frutti restituendo al lettore la possibilità di avere una visione quantomai completa di una vicenda che troppo spesso rimane nelle mente delle persone non per quello che è realmente accaduto, come dalle ricostruzioni giudiziarie ed extra-giudiziarie ma per la ricostruzione a volte fantasiosa della filmografia in argomento. E forse non è un caso che stessa conclusione venga fuori anche da un libro che trasferisce su carta i ricordi degli amici di Don Pino Puglisi trucidato dalla mafia nel 1993 (“Pino se lo aspettava”, Marco Corvaia – di questo ne parleremo nei prossimi post).
1.
23 SETTEMBRE
Un cadavere nella Méhari
«Integro, inodore, cereo, tiepido, rilassato». Nel descrivere un uomo morto ammazzato, un altro al posto suo avrebbe utilizzato un lessico diverso; ma Mauro Pelella, sovrintendente in servizio alla polizia scientifica, per mestiere ha l’obbligo di essere distaccato e neutrale. Del resto non deve affascinare il lettore con una prosa ricercata ma solo compilare un verbale; e i verbali della Scientifica non contengono emozioni ma soltanto
un’ asettica ricostruzione dei fatti.
E nel caso specifico, il fatto è che la sera del 23 settembre del 1985, al Vomero, il quartiere della borghesia napoletana, c’è stato un omicidio. Il sovrintendente Pelella, chiamato per eseguire i rilievi tecnici sulla scena del crimine, scatta fotografie e prende appunti mentre osserva una Citroen Méhari di colore verde bottiglia, targata NAK14314, parcheggiata in via Romaniello all’altezza del civico 21/b. Il sovrintendente scruta ogni
angolo della macchina, memorizza anche il più insignificante dei particolari, si sofferma su dettagli che un occhio poco allenato non noterebbe mai. E di tanto in tanto si consulta con il magistrato e i due funzionari di polizia arrivati al Vomero per seguire le indagini: il sostituto procuratore Felice Di Persia, il capo della squadra mobile Franco Malvano e il responsabile della Sezione omicidi Franco Gratteri. Il lavoro degli investigatori stavolta si annuncia difficile perché nella Méhari, al posto di guida, non c’è uno dei tanti camorristi abbattuti nel corso di una delle frequenti guerre tra clan. Il corpo senza vita che Pelella ha descritto «integro, inodore, cereo, tiepido, rilassato» è, infatti, quello di un bravo ragazzo: Giancarlo Siani, venti sei anni compiuti appena quattro giorni prima. Era un giornalista, Siani. O meglio, lo sarebbe diventato. Fino a un istante prima del delitto era solo un “abusivo”, cioè non aveva un contratto di assunzione; lavorava come cronista nel quotidiano «Il Mattino» e se in via Romaniello non gli fossero piombati addosso gli assassini, sarebbe stato regolarmente inquadrato entro la fine di ottobre.
Dalla relazione che il sovrintendente Pelella stende la sera del delitto, risulta che Giancarlo Siani è stato assassinato con due pistole calibro 7.65: i colpi gli hanno bucato il petto e la schiena. Non ha avuto neppure il tempo di scendere dall’auto, il quadro di avviamento e i fari e le luci di posizione sono ancora accesi. Ma mentre i flash dei fotografi e le telecamere dei Tg riprendono le immagini del cadavere nella Méhari tutti, dentro e fuori il mondo dell’informazione, si pongono la stessa domanda: chi era Giancarlo Siani? E cosa aveva scritto di così impegnativo per fare quella fine? Era un giornalista in prima linea? Seguiva inchieste o processi di camorra?
Le domande, come lo stupore, sono più che giustificate: Giancarlo, infatti, era sconosciUto ai più anche all’interno della redazione centrale del suo stesso giornale dov’era approdato da quasi quattro mesi dopo una lunga gavetta nell’ufficio di corrispondenza di Castellammare di Stabia. Il suo volto e il suo carattere gioviale erano noti forse soltanto a quei pochi che in estate lavoravano nello stanzone della Cronaca di Napoli, dove Siani occupava una delle ventuno scrivanie, alcune delle quali ancora vuote perché i giornalisti erano ancora in ferie. Nelle ore che seguono l’agguato di via Romaniello i redattori de «Il Mattino» hanno poco da raccontare ai tanti colleghi che da tutta Italia chiamano per avere notizie su Giancarlo; la sua biografia, del resto,è assai striminzita sia sul piano professionale sia sul versante privato. E non poteva essere altrimenti: aveva solo ventisei anni, era un giornalista ancora acerbo che aveva appena messo un piede nel mestiere e si apprestava a mettere anche l’altro.

Questo pezzo è tratto da:

Giancarlo Siani
Pannione e morte di un giornalista scomodo
Bruno de Stefano
Giulio Perrone Editore, ed. 2012 (Premio Siani 2012)
Collana “Bioton”
Prezzo 16,00€

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