[Dal libro che sto leggendo] Pino se lo aspettava

Presa da qui

Così comincia e prosegue questo racconto. In una maniera informale, fuori dalle schematiche gerarchie che vorrebbero riportati i dati statistici e a volte dell’elenco delle uccisioni. Sembra rispondere a due necessità, quella di raccontare ciò che già si dice, ma non ha trovato e non trova ancora spazio nei resoconti giornalistici, e quella ben più importante di sfatare il “mito” creando l'”esempio”. 
Concetto un po’ difficile da spiegare a parole, ma vediamo di capirci. 
L’eroe o il mito sono solitamente persone che nella vita hanno fatto qualcosa di estremamente eccezionale per il quale rimangono figure mitiche e irraggiungibili. Dire che Don Puglisi, Mario Francese o altri, sono un esempio da seguire, non è riduttivo come si possa pensare. In primo luogo sono portatori di messaggi spesso nascosti al grande pubblico, perché abbastanza scomodi come quello che dice: “Non devi fare nulla di eccezionale per spaventare la mafia, non servono pistole, ma solo fare il proprio lavoro”. Concetto adeguato all’esempio, ma che non fa vendere molto, perché non c’e’ nulla di eroico, almeno nel comune pensare, nel portar a casa i propri compiti giornalieri. 
Il secondo messaggio che porta è che, l’esempio, proprio per questo “pensiero comune” del “sono capaci tutti” non si associa bene alla “liturgia”, religiosa o laica che sia, contemporanea che vuole che vengano ammirati i “santi” o i “martiri”, che debbano essere ricordati con fiaccolate e riflessioni stantie, ripetute come nenie nei giorni in cui ricorre la data della loro morte. 
E’ così che si annulla la memoria collettiva e si anestetizza il pubblico, rendendogli lontano quell’esempio e, suggerendo il “messaggio comodo”, che “solo pochi portano con sè il coraggio contro le mafie e quindi che quello è affare di pochi, che i molti possono solo ammirare”.
Sono impostazioni devianti, che sempre più prendono piede nella società moderna che tende ad osannare senza approfondire e senza agire, delegando “altri” che per lavoro o vocazione continuano a  fare ciò che è il loro lavoro, lasciati soli 365 giorni l’anno e stando sotto i riflettori solo quando vengono uccisi.
Questo libro racconta ciò che un film non vi potrà mai dire, ricorda, come nella migliore delle tradizioni siciliane, che prima di pensare all’eroe irraggiungibile c’e’ un uomo, che non aveva nessuna intenzione di vivere martirizzato o venire ammazzato. Voleva solo, fare il suo lavoro.
Buone letture e buon Santo Stefano (auguri anche a mio fratello visto che è il suo onomastico!),
Simona Scravaglieri
Di norma la goffaggine non mi caratterizza, non sono maldestro, eppure mi sto lagnando e stringo le dita tumefatte che mi sono schiacciato nella portiera dell’auto, e non capisco come ho fatto a essere così disattento. Nessuno mi definirebbe imbranato. I miei gesti sono tutt’altro che sbadati, misuro i movimenti con attenzione e osservo ogni cosa che mi sta attorno, per calcolare lo spazio che mi separa da eventuali impatti che cerco sempre di evitare con accuratezza. Provo a comprendere questa distrazione. La musica del Teatro degli Orrori in macchina piegava i finestrini, la potenza elettrica faceva vibrare sia me che Felix e le urla di Pierpaolo Capovilla stimolavano i nostri sensi e le nostre ambizioni con parole di fuoco; mi godevo appieno quelle canzoni che ormai conosco a memoria, senza alienarmi dal luogo in cui mi trovavo. Non è lì la causa del mio incidente. 
Felix: – Ma come hai fatto? 
Faccio il giro della macchina per andare verso il portone della casa dei genitori di Felix e penso che è proprio una domanda maledetta, senza senso. Non so come ho fatto, non mi sono fatto male intenzionalmente. E non ero sovrappensiero. Pensavo al racconto che devo scrivere tra un paio di giorni ma non in maniera così assorta da divenire fantozziano; e adesso scriverlo sarà più complicato visto che, anche se ormai uso soltanto la tastiera del computer per lavorare, l’indice e il medio della mano destra mi sono indispensabili. Grondo sangue e il dolore è penetrante, dalle dita percorre tutte le cellule, le fibre, le terminazioni nervose e le ossa che raggiungono il cranio. La ferita pulsa e arde. Gocciolo plasma fino a destinazione, lasciando una scia che mi farà rivivere questo percorso quando andremo via, dopo cena. È sera e le luci gialle dei lampioni di questo piazzale fanno risaltare le mie macchie rosse. Devo essere ridicolo ma soffro troppo per preoccuparmene. 
Marco: – È un male sproporzionato e incommensurabile. 
Felix: – Ci credo. Ti sei spremuto la parte più sensibile del corpo. Il dolore è amplificato, – dice inserendo le chiavi nella serratura e aprendo poi il portone. Provo a non sporcare le scale mentre le salgo, continuando a non capire come ho fatto a essere tanto goffo. Arriviamo al secondo piano e non vedo l’ora di correre in bagno a mettere le falangi compresse sotto l’acqua e poi tamponare. Felix ci mette un po’ a indovinare la chiave giusta per aprire la porta d’ingresso, non vive più qui da diversi anni. Distolgo lo sguardo da ciò che mi affligge fisicamente e noto sulla sinistra una fotografia in bianco e nero, incorniciata: padre Pino Puglisi, piegato sulle ginocchia, che sorride e indica chi gli scatta la foto, reggendo una bambina su una gamba. Non provo nessuna simpatia per i preti né per la Chiesa, sono un ateo convinto, ma lui era diverso, ed è stato troppo importante per Palermo per rinchiuderlo in uno scatolone di ostilità generalizzata. Non che ami Palermo, ma persone come lui fanno pensare che questo posto potrebbe essere migliore. Ha avuto il coraggio e l’onestà dei giganti dell’umanità. Lo stimo e mi fa piacere notare la sua immagine a Romagnolo, a due passi da Brancaccio. Non l’ho notata le altre due o tre volte che sono venuto qui. Saluto la madre di Felix dandole del Lei, il padre invece vuole che lo chiami Pippo. È la prima volta che Felix mi invita a cenare con i suoi, di solito loro si trovano in campagna quando vengo qui. A trent’anni sono cose che tendo a evitare; in un tempo che non vuole farci crescere come le precedenti generazioni, mi fa sentire a disagio ritrovarmi a tavola a casa di un amico con la sua famiglia come mi accadeva da ragazzino. Ma nel caso di una lunga amicizia, zeppa di disinteressata lealtà e affettuose premure, faccio un’eccezione. Mi medico. La fitta non diminuisce d’intensità e la cosa mi tedia. Fascio le dita come viene, l’estetica in questo momento non mi interessa. A tavola evito tutti i piatti che contengono aglio o cipolla e non mi resta molto da mangiare, come al solito. Ci sono abituato. La televisione è accesa anche se nessuno la guarda. A questo non riesco ad abituarmi. Pippo mi è simpatico. Ha una bella testa rotonda, liscia e lucida, e un sorriso schietto; ha un bel modo di esprimersi e ironizza col figlio sulla sua permanenza in Svizzera, quattro anni di quel clima e quando torna a far visita alla Sicilia ha sempre caldo. La madre è gentile e non mi pressa sul cibo, non credo si senta offesa dai miei rifiuti e questo mi basta. Dopo il pasto andiamo in balcone per fumare, attraversando la camera da letto dei coniugi De Pasquale; siamo io, Felix e Pippo. Questa serata di novembre è piacevole, sembra primaverile. Pippo accende la sua sigaretta mentre io e il figlio le nostre ce le rolliamo: segno dei tempi. Il panorama sul lato opposto al piazzale è deprimente. Squallido fino alla noia. Decido di fare conversazione con Pippo per fargli capire che persona è quest’amico di suo figlio di cui ha tanto sentito parlare. Ma non voglio essere il fulcro dello scambio di battute. 
Marco: – Ho notato la fotografia di padre Pino Puglisi, qui fuori accanto alla porta d’ingresso. 
Penso gli appartenga, mi sembra un buono spunto. 
Pippo: – Sì, abitava qui, sotto di noi, al primo piano, – dice indicando il balcone sottostante, – lo conoscevo molto bene, da tanto tempo, da prima che abitassimo entrambi in questa palazzina.

Questo pezzo è tratto da:

Pino se lo aspettava
Marco Corvaia
Navarra Editore, ed. 2012
Collana “I fiori di campo”
Prezzo 5,00€

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