"I doni della vita", Irène Némirovsky – Il convenzionalmente accettabile…

Parigi, 1936
Fotografia di Maynard Owen Williams
National Geographic
Avere nostalgia di epoche mai vissute
Non è propriamente rappresentativa del periodi d’inizio di questa storia, l’epoca raffigurata in questa immagine, bensì ne raffigura le fasi finali. “I doni della vita” inizia molto prima della prima guerra mondiale e si interrompe agli inizi della seconda. Non averebbe potuto raccontare di più, o forse aveva in animo di farlo tornando dai campi di concentramento, Irène Némirovsky ma, purtroppo, non è stato possibile. E’ morta prima nel 1942. Leggendo la sintesi della sua vita si evince che i suoi romanzi sono anche la trasposizione della sua vita, tra l’avventuroso e il tragico, vive in Ucraina, Russia e in Francia (dove prende la laurea in lettera alla Sorbona e firma il contratto con la casa editrice Grasset con la quale raccoglierà i primi consensi e successi). Si legge anche che, ad un certo punto, si converte al cristianesimo e che scrive per una giornale che poi si dichiarerà come antisemita, continuando a pubblicarla sotto pseudonimo. Poi l’arresto, il trasferimento ad Auschwitz, la morte.

Racconta una storia di famiglia dall’epoca in cui si conobbero i due giovani che diverranno genitori , fino all’arruolamento del loro figlio e il suo matrimonio. In mezzo si intrecciano le storie dei nonni, di amici e conoscenti, le fasi che anticipano le due guerre – in cui si pensava che tutto si sarebbe risolto in un bluff-, e la fase post bellica dopo la prima guerra mondiale, dove effettivamente si saggiano gli effetti che una guerra vita o persa comporta. A far da collante alle vite dei coloro che vengono citati ci sono le convenzioni, regole non scritte che però nel ripetersi nel tempo assumono un significato che ricorda la sicurezza. Se la norma è sicura e accettata, allora rispettarla significa il mantenimento di una continuità che da sicurezza e quindi curare questo aspetto è vitale al pari dal salvarsi dalle pallottole o dal morire sotto le bombe. Viene pertanto quasi parificato il lavoro femminile volto al mantenimento delle “apparenze” a quello maschile della difesa della nazione, anche se ad uno sguardo meno attento potrebbe apparire più civettuolo di quanto non sia.

Come già detto, leggendo questo libro, mi sono accorta che somigliava non poco ai lavori di Liala, con la quale condivide almeno parte del periodo di produzione letteraria. Lo stile in fondo è quello, donne sempre presenti in una società che le vuole spose e compagne quasi silenti e invece, guardando più attentamente fra le maglie di  questi racconti escono, ad uno sguardo più attento, forti e volitive, nonostante i cinguettii e i cicalecci che si assegnano loro per tradizione. In fondo, la gestione della casa e dell’immagine pubblica è cosa non da poco e, se a questo, aggiungiamo la prole da accudire e indirizzare verso la strada sicura e la necessità dell’organizzazione di eventi di rappresentanza, che spesso erano l’unico momento di ritrovo e svago per tutti, bisogna pur ammettere che la loro vita non era così noiosa come potrebbe apparire ad un occhio poco attento. Pertanto questa storia è il racconto di una saga familiare matriarcale e borghese, dove le donne hanno la predominanza nonostante si dichiari che colui che unisce a monte la “famiglia” è un uomo, il nonno. A far da contraltare uomini coraggiosi o meno che, comunque, restano un passo indietro alle loro mogli e madri. Ecco una delle tante cose che la distingue da Liala. Le donne di quest’ultima sognano di sposarsi, al pari di quelle della Némirovsky, ma sono molto meno disposte ad andare oltre le convenzioni. Nel mentre qui (nonostante il romanzo sia precedente a molti dei lavori lialiani), vuoi per necessità di guerra e vuoi anche per voglia di rappresentazione della realtà, le donne sono di tutt’altra pasta. Decidono il da farsi e prendono in mano le situazioni quando queste non sembrano dar via di scampo. Lavorano e sopravvivono  ai loro uomini al fronte, per garantire l’andamento della vita dei loro figli e dei loro congiunti. Gestiscono i patrimoni, diventano ricche o povere, ma mantengono sempre intatta comunque la loro aura di borghesia con un appeal lievemente tendente all’aristocratico.

E guardando ancora più attentamente alle maglie della trama che ci si restituisce qualcosa che nei libri di storia difficilmente troveremo. Ovvero il ruolo della donna nei secoli, come esposto sino ad ora, e anche il riferimento per il borghese medio. Se da un lato la borghesia era da ritenersi già una classe altolocata, in una nazione come la Francia, da secoli nemica dell’aristocrazia per evidenti ragioni storiche, si scopre che invece le regole del, chiamiamolo “bon ton del perfetto borghese”, sono sempre di chiara etichetta aristocratica. Oltre a sfatare il mito della tipica anarchia francese ci sono anche delle conferme. Per esempio leggere delle abitudini di una borghesia che prende a modello usanze e attitudini prettamente aristocratiche, adattandole alla propria realtà, (come il nonno che non abbandona il suo paese perché sa che è lui a decidere della vita dei propri concittadini visto che è lui che da loro il lavoro), si contrappone la conferma che il divino è presente ma in parte decisamente minore. Non è il divino, qualunque esso sia e in questo caso siamo nel 1941 quindi l’autrice è già convertita alla dottrina cristiana, a decidere o a favorire la vita di chiunque rispetto al panorama bellico in atto, bensì la liturgia della messa e della preghiera è rappresentata come una ricorrenza cui supplire, per abitudine o per rappresentanza. E’ estremamente limitata la  raccomanda

Leggere questo libro è un po’ come leggere le soluzioni di un giallo. Attraverso la storia principale, che potrebbe essere comune a molti altri libri, si scorgono invece qui usi e costumi dei tempi che furono. Ed è altrettanto interessante approfondire questo sguardo, che si prolunga per un tempo che sembra infinito e che invece gira attorno ai primi 40 anni del ‘900 francese e scoprire che il libro che, è organico e senza stacchi evidenti fra un capitolo e l’altro, è invece stato concepito per uscire a puntate e solo 5 anni dopo la morte dell’autrice è stato pubblicato, da un editore amico della Némirovsky, nella forma in cui oggi abbiamo l’opportunità di leggerlo. Si può leggere in vari modi, un po’ come si fa con la Austen. Leggere solo la storia di superficie o anche notare i vari particolari della storia, come io ho fatto qui. Quel che stupisce , che poi è anche una conferma, è che le maggiori autrici femminili del panorama letterario fino almeno alla metà del ‘900 si dilettano a proporre storie convenzionalmente accettabili, raccontandone altre sottotraccia che si possono intravvedere qui e là solo con uno sguardo attento. Chiaramente quel che cito qui sono una parte degli indizi lasciati dalla scrittrice e sono certa che ce ne sono altri che non mi sono così evidenti o che lascio a voi scoprire.
Un libro comunque da leggere.
Buone letture,
Simona


I doni della vita
Irène Némirovsky
Adelphi Edizioni, ed. 2012 (ristampa dell’edizione del 1972)
Collana “Gli Adelphi”
Prezzo 11,00€

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