"Elogio degli E-book", Mauro Sandrini – Per un pugno di noci….


Immagine di Percorso di luce
Ci sono dei limiti oltre i quali, spingersi, significherebbe danneggiare quel che si difende a spada tratta. Uno di questi è l’accostare la “democrazia”, come concetto, ad attività che, per loro natura, non sono naturalmente “democratiche” o anche, facendo perno sull’ignoranza telematica, far passare il concetto di “condivisione” con un significato che non ha. Sembra, in alcuni casi, di tornare alle spiegazioni di Carofiglio, che non ho molto apprezzato ne “La manomissione delle parole” e, infatti, il risultato finale del mio pensiero su questo ebook è pressoché similare. Chiariamo un concetto di base, non sono contro gli ebook che leggo spesso quando viaggio, non ho ancora una idea definitiva e lapidaria sul mondo dell’autopubblicazione. Quindi il mio giudizio è al netto di queste “convinzioni” che da tempo su Twitter e in alcuni gruppi di Facebook, nonché fra i vari blogger (ma questo sarà argomento del Diario di un mese di libri di Dicembre) è oggetto di animate discussioni.
Detto ciò, mi è dovuto precisare che questo ebook porta la data di edizione degli inizi del 2011, quindi parliamo di oramai due anni fa (tre ipotizzando che lo abbia scritto nel 2010) e da allora un po’ di acqua sotto i ponti è passata.

Il “mestiere dello scrittore”, sia su carta che sul digitale, non è affatto un mestiere “democratico”, come sembra far intendere Sandrini che, in alcuni punti sembra nicchiare al nuovo ruolo della parola nel mondo dell’etere e della pubblicazione. Lo “scrivere” è esattamente l’opposto della democrazia, mettere -su carta virtuale o no- dei concetti, che sono propri dell’autore, prescinde dal pensiero di chi lo legge che non può intervenire nell’atto di scrittura cambiando in tempo reale quel che viene redatto.
Come diceva Segre (“Avviamento all’analisi del testo letterario”, Einaudi, 1999) chi scrive confeziona un messaggio, per un destinatario che non conosce. E’ chiaro che, più è bravo lo scrittore a rendere immagini al suo lettore e più l’immagine o il concetto verranno recepiti, da quest’ultimo, nella maniera più vicina alle intenzioni di colui che lo ha trascritto. Laddove l’autore decida di condividere un testo e di modificarlo secondo le indicazioni dei suoi lettori, il lavoro cessa di essere suo personale per diventare di una collettività e viene meno l’assegnazione della proprietà intellettuale (leggi: intesa come individuazione dell’ideatore dello scritto in maniera univoca). Pertanto, se si accetta questa impostazione, sostenere che l’arrivo degli ebook e degli scrittori che si autopubblicano corrisponderà ad una cultura più democratica, più diffusa e meno d’élite è decisamente errato. Può piacere il giocattolo del lettore e-reader, può essere divertente scaricare i primi ebook, ma poi, passata la novità, sempre di leggere si tratta e se il fortunato possessore del trabiccolo, trovava noioso leggere prima proverà la medesima sensazione anche nel formato digitale. Allora si studieranno, anzi sono già in distribuzione, nuove forme di ebook arricchiti (se volete dare un’occhiata al futuro che avanza vi consiglio E-Zagreb – sito -di Arturo Robertazzi che è la trasposizione digitale arricchita di Zagreb – recensione- in versione cartacea), in cui il prodotto finale non è la copia digitale di quel che sarebbe su carta ma diventa altro e, l’esperienza in cui l’immaginare attraverso il proprio bagaglio culturale fatti e luoghi descritti come avviene per l’esercizio di lettura classica, diventa non più necessaria perché l’ebook ha dentro una serie di informazioni che permettono al lettore di sbirciare sulla scrivania dell’autore e di vederne immagini video e pezzi che sono stati utili alle sue ricerche.

Detto questo, l’ebook non serve? Assolutamente si! E’ comodo, ma non si compra perché gli ebook costano di meno – almeno i lettori forti, che non sono quelli che leggono 15 libri l’anno ma molti di più, non lo comprano per questo!-, ma per questioni di utilità e sopratutto per leggere quei prodotti nati solo per il digitale; Sandrini propone ad esempio 40K  e io invece vi propongo Quintadicopertina. Ma se guardate la loro configurazione e offerta, fatta da persone che di digitale ne capiscono davvero e che si confrontano continuamente in un panorama senza confini territoriali ma internazionale, come solo la rete può essere, noterete che i prezzi  e anche la tipologia di testo sono ben diversi, da quelli che, aspiranti scrittori in erba, propongono per l’acquisto del loro lavoro. E, a nulla serve l’invito alla “condivisione” che con magistrale gesto furbesco Sandrini associa al significato di “condivisione= rapporto fra autore e lettore” perché se per leggere un saggio, scritto, lavorato, sistemato e gestito da una casa editrice spendo 0,99€ non potrei comprare allo stesso prezzo e/o superiore un libro prodotto, come dice l’autore “artigialmente” (anche qui concetto deviato dal suo significato originale e adattato allo scrittore che si autopubblica) da uno che scrive e si autopubblica in maniera del tutto arbitraria e quindi nemmeno “democraticamente” passando per un vaglio di selezione. In più il processo di redazione, correzione, traduzione nonché impaginazione e pubblicazione richiedono competenze specialistiche come anche la commercializzazione. Molti autopubblicanti, chiamiamoli così, hanno in animo una storia, ma non si pongono il pensiero di domandarsi se questa sia una storia da condividere oppure no Carver diceva che negli anni aveva imparato a chiudere per mesi i suoi lavori per dimenticarli e rileggerli quando avevano smesso di “appartenergli” e Mozzi oggi molto spesso suggerisce di non scrivere un’idea subito ma di trascorrere più tempo a elaborarla e a documentarsi (perché un’idea scritta è difficile da modificare radicalmente nel caso in cui si rilevino errori ambientazione, storici o sulla conoscenza/coerenza dei personaggi e sopratutto di approccio e sviluppo del tema). “Condividere in rete” significa far girare storie concetti e cultura e non venderli – la rete è nata libera e quindi gratis -, e laddove si decida di farlo quello che Sandrini definisce “bene-libro che sostituisce il merce-libro”, al momento della transazione di passaggio di soldi è e rimane una merce-libro. Se non lo si vende, allora si sta condividendo, se lo si vende, e quindi si fa merce delle parole, bisogna avere in mente un piano chiaro di commercializzazione del prodotto e del mercato cui è destinato e non pensare a caricare la quota sul primo acquisto che ti capita a tiro e magari poi lamentarsi che non ti leggono! E siccome di questi casi ne leggo tanti, mi rendo conto che non solo per me, la parola “artigianale” ha un altro significato! 
Artigiano per me è colui che esegue un lavoro a “regola d’arte” e lo fa perché in un lungo periodo di tempo si è affiancato a chi, questo lavoro lo fa da anni, e solo dopo essersi impratichito e confrontato con il suo maestro, finalmente decide di operare. Questo fa sì che, nel periodo di assistentato, abbia acquisito tutte le conoscenze/competenze del caso e anche in queste situazioni, la specializzazione non sempre riguarda l’intero ambito in cui opera, ma solo una parte di questa. Per contro, il prodotto che viene dal sapiente fare artigiano è un prodotto di nicchia, e non democratico, sia nel prezzo che nella diffusione, per cui, anche in questo caso, non v’è nulla di democratico.

La questione potrebbe essere risolta in maniera differente e forse meno opinabile, senza per questo arrivare ad estremi assurdi dove si definisce il ruolo dell’editore alla stregua di un PR e l’autore diventa una starlette che va per piazze e fiere. Ci sono due mondi separati, quelli di coloro che hanno fatto un certo tipo di carriera e di formazione o anche solo per caso che arrivano alla pubblicazione direttamente con una casa editrice, grande o piccola che sia non ci interessa, ma vanno anche per fiere e seguono la classica carriera letteraria immutata nei secoli. Quello che la casa editrice acquista è il prodotto non il personaggio a  meno che non ci siano progetti differenti e particolareggiati solo per quel tema o solo per quell’autore. Ci sono anche quelli che, nonostante i rifiuti o le mancate risposte o per altri motivi, decidono di autopubblicarsi perché credono nella validità della propria opera. Non è detto che tutti gli appartenenti a questa categoria siano all’acqua di rose o dei novellini, ma rimane il fatto che non riescono ad accedere al circuito editoriale cui fortemente vorrebbero appartenere. Dire che scrivono in maniera disinteressata è come dire che Biancaneve è un saggio sui rapporti fra matrigna e figliastra. Anche loro, se arrivasse l’editore a dire “Ti pubblico”, toglierebbero immediatamente i loro libri dalla distribuzione su piattaforme di autopubblicazione! La differenza fra ieri e oggi, ma questo Sandrini allora non lo poteva sapere, è che oggi grazie ai casi come “50 sfumature di grigio” si pensa che, qualora si vendano tanti libri arriverà l’editore a cercarli. In effetti non è propriamente così, l’appeal non prevede che io compri il libro e lo suggerisca perché ho visto chi l’ha scritto e siccome mi è simpatico e lo sbandiero ai quattro venti tutti lo leggeranno, acquistandolo per la stessa motivazione. Il passaparola è dato solamente dal libro stesso, dal suo contenuto, che diventa quasi oggetto di culto perché il suggerimento entusiasta vale più dello scrittore che si spoglia o che occhieggia come una quaglia in amore dalle pagine patinate delle riviste letterarie o similari. Quello della quaglia è un mestiere differente e lo scrittore ricopre un ruolo differente, altrimenti è merce di mercato al pari delle gomme della macchina che si comprano al supermercato. Quindi, essendo il prodotto che traina, dovrebbe essere scritto in maniera consona per la fetta di pubblico cui si rivolge, dovrebbe avere una trama adeguata e personaggi approfonditi come anche i contenuti. Non basta scrivere una bella storia per affascinare i propri lettori. In più bisognerebbe smettere di pensare che scrivere renda tutti scrittori, perché non è così. A fare lo scrittore è la selezione delle storie che si decide di condividere con il mondo. La conoscenza artigiana sta lì e si acquisisce con il confronto con chi fa questo lavoro giornalmente e purtroppo, per qualcuno, sono proprio gli editori a farlo. Quindi, ben vengano le nuove forme di pubblicazione ma solo se veramente i lavori sono selezionati e validi saranno un successo – ma la selezione deve comunque essere operata a monte dalle piattaforme di autopubblicazione che si devono dotare delle competenze e devono imparare a selezionare – come, d’altronde, succede anche nel circuito editoriale standard. Circuito editoriale dove, i cosiddetti “casi letterari” sono pecore nere in un mare di bianco che invece si ritaglia e conta su una fetta variabile di lettori affezionati o di curiosi. Se Einaudi, prendendo un esempio di casa editrice grande, pubblica 50 libri l’anno una casa editrice media ne pubblica 30 e una piccola da 9 a 12, prendendo un elenco degli editori operanti in Italia e moltiplicando i vari gruppi per il numero di pubblicazioni- in digitale e non- è presto spiegato perché il circuito non riesce ad inglobare altre novità. Sullo stesso ragionamento però è plausibile che alcune “eccellenze” siano state trascurate, per motivi commerciali o anche solo di linea editoriale, ma questo non significa che l’alto volume del pubblicato sia tutto eccelso, ma suggerisce che la percentuale del possibile “caso letterario” si riduca ancora di più in percentuale. Quindi che fare se si vuole diventare scrittori? Detta alla Carver vi risponderei dovete scrivere e confrontarvi con i lettori, ma non a pagamento selezionandoli in maniera ragionata senza ambire al tipico “fan”. Una volta acquisita un’esperienza sul campo -e ce ne vuole di tempo-  puntare a chi nel circuito editoriale già opera e solo allora decidere se veramente, quello che avete scritto vale la pena di essere pubblicato e a che prezzo. La rete è piena di agenzie che fanno questo genere di lavoro e nulla vieta di provarci, ma è chiaro che mandare un lavoro, il primo senza alcuna esperienza che vi abbia insegnato a selezionare quel che scrivete, vi espone alla cosiddetta figuraccia che potrebbe farvi depennare dalle liste delle possibili future letture, quindi un periodo di praticantato – di studio sulla scrittura e di lunghe letture, anche e sopratutto di saggi – dovrebbero precedere questo genere di invii.

Discorso a parte merita la visione quantomai bislacca che qualcuno, un domani, decida di andarsi a comprare un ebook (senza supporto) in libreria. Se compro un oggetto virtuale, non mi schiodo per farmi chilometri e non mi serve a nulla il libraio competente, che Sandrini ipotizza che si possa distinguere per quanti titoli ha letto e di cui può parlare. Non ho bisogno che mi suggerisca qual è il miglior titolo per me, mi basta scaricare le anteprime e se non ci sono, non mi fido e non compro l’ebook a meno che non sia suggerito come buon prodotto da gente di cui mi fido particolarmente. Se vado in libreria compro un libro e se voglio un ebook, me lo compro in rete, così come oggi succede proprio con le tracce musicali (confronto che in questo libro ricorre spesso, la magia dell’ebook come il futuro del fenomeno case discografiche-Itunes altro confronto che non calza affatto perché i libri non si vendono a capitoli!).
Delle interviste inserite, nella 3° parte di questo Ebook due mi sono sembrate più pertinenti e sono quelle di Tombolini (Simplicissimus) e quella di Granieri (40K) che mi è sembrata particolarmente interessante e con una visione in prospettiva che, in parte, è già oggi realtà. Avevo comprato questo libro, perché ero veramente curiosa di capire come mai due amiche lo decantassero tanto e sopratutto di capire perché alcune parole sembrano per loro essere “chiave” più di quanto a me sembrino. E finalmente ho capito. L’elegiaco, il poetico, la visione romantica di colui che ama i libri, la democrazia etc etc, non sono altro che il risultato di un’abile tecnica narrativa (che se venisse utilizzata per raccontar storie invece che teorie, per il mio punto di vista, farebbe furore- altro che sfumature di grigio!) che io ho trovato descritta in un libro di formazione manageriale “Scoiattoli S.p.A Storie di noci e di leadership“. Il concetto è abbastanza semplice, quando si propone un progetto ad una platea (consiglio di amministrazione o anche al dirigente che ha potere decisionale etc) invece di partire subissando l’interlocutore di informazioni numeri grafici e altro, per far sì di creare un’atmosfera che sia il più possibile propositiva, si deve partire a presentare il proprio lavoro in prospettiva, creandone un’immagine desiderabile, della serie “Immaginate come sarebbe bello se…”. Tecnica che evidentemente ha funzionato, vedendo i giudizi che commentano l’ebook in questione.
Non arriva a costare un euro, quindi evidentemente il suo autore, almeno per la componente commerciale ha una competenza che a molti altri manca. A me invece ad un certo punto ha fatto venir voglia di comprare il libro di un editore di quelli definiti come cattivi. 

A voi l’arduo giudizio e vi giro la domanda: secondo voi, la scrittura, è un’attività democratica?
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Elogio degli E-book
Mauro Sandrini
Homeless Book, ed. 2011
Prezzo 0,89€ (Kindle Store)


20 thoughts on “"Elogio degli E-book", Mauro Sandrini – Per un pugno di noci….

  1. Ho letto il tuo post. Io non sono così oltranzista da dire che non si debba autopubblicare, ma concordo con te bisogna comunque fare un bagno d'umiltà e cercare di capire cosa c'è che non va nel nostro lavoro, quando viene rifiutato. Quello che però mi si oppone, quando parlo di queste cose è che, spesso, l'editore non rifiuta, proprio non risponde. E a quel punto è difficile capire cosa non va. Da questo punto di vista, la filiera editoriale è carente.

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  2. Gli editori non possono rispondere a migliaia di persone che ogni mattina si svegliano decidendo di fare gli scrittori, né sono pagati per insegnare loro a scrivere (lo sono per fare editing a chi è già pronto). Sta agli autori rimboccarsi le maniche per dimostrarsi pronti, i metodi per farlo sono tanti.

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  3. Sul fatto che non possano rispondere a tutti possiamo dir di sì, ma la formazione del parterre degli scrittore deve esserci. L'editoria in fondo è composta di una serie di aziende che vanno ad investire su dei prodotti-libro. Ma se non hanno linee guida definibili come tali, nessuno può definire i criteri di accesso e tutto rimane al caso. Molti editori addirittura oggi erogano corsi a prezzi quantomai variabili sull'argomento scrittura. E gli altri? E sopratutto, l'autoregolamentazione sarebbe necessaria, perché confrontando proposte-prezzi a volte colui che si iscrive si sente più un pollo che uno studente/praticante.
    Dall'altro lato concordo con te sulla necessità di impratichirsi e di non mandare in stampa la prima cosa che ci passa per la mente.
    Simona

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  4. Be', ma non sono certo gli editori che devono provvedere ai corsi di scrittura, e ce ne sono in giro condotti da seri professionisti al prezzo di un paio di scarpe nuove… per non parlare dei laboratori sul web che sono gratuiti. Ma si ritorna a bomba: è la fatica di cercare e studiare che 'costa' di più. Si vuole tutto e subito.

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  5. In fondo Irene ha ragione. Gli editori sono oberati di lavoro, manoscritti, racconti, una mole di parole, bit, carta. Mi capita sempre più spesso (troppo direi) di trovare promozioni (sui social, sul web in generale) di libri, romanzi, racconti fantasy ed erotici. In pratica è come se ci fosse una scuola di scrittura creativa specializzata che sforna prodotti tutti uguali come il pane dal fornaio ogni mattina. Forse sono questi autori che intasano le scrivanie delle case editrici a discapito di narrativa meno di genere ma, magari, più godibile e di qualità. Una volta leggevo il fantasy, quello vero. Lo trovavo una giusta evasione, quello che la lettura narrativa dovrebbe essere. Poi è arrivato il “filone fantasy”. Montagne di titoli, romanzi spesso scritti male, se non malissimo, eppure pubblicati perché il genere attira il mercato. Ho smesso di leggere fantasy. Da “grande lettrice” (e credo che oltre 60 libri l'anno possano definirmi tale) preferisco dedicarmi alla narrativa vera, anche di selfpublisher, purché mi trasmetta sentimenti reali.

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  6. No, selpublishing no, mi rifiuterò per sempre, ma mainstream e letteratura non di genere sì, in fondo si è molto più liberi dai condizionamenti, i trend e le commissioni editoriali che saturano in fretta il mercato e alla lunga annoiano i lettori con prodotti clonati e sempre più scadenti.

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  7. Irene sono proprio questi prodotti clonati, come li definisci tu, che spingono autori non di genere ad autopubblicarsi. Magari utilizzando gli stessi servizi editoriali di qualità di una casa editrice. Il problema e' sempre quello. L'invasione del fantasy e dell'erotico a buon mercato stringono gli scrittori in una morsa, e non si trova spazio. Sono certa che se tu domani decidessi di scrivere un romanzo del genere troveresti ampi spazi per essere pubblicata, perché il mercato editoriale dello stupidario tira molto. Ho la mia bacheca FB intasata da proposte del genere, di selfpublisher e libri pubblicati da editori. Sono dei cloni, eppure continuano ad esserci. Perché? Poi ci sono libri aitopubblicati davvero splendidi che risultano invisibili in mezzo a questo mare colorato di orchi, draghi, maghi e folletti. Se ti pare normale…

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  8. @ Simona: sì, ne ho valutati parecchi, e sin dall'incipit ci sarebbe da effettuare interventi di editing pesantissimi. Un buon editore garantisce questi tipi di filtri tramite un correttore di bozze professionista (gratis, ovviamente, non a pagamento come fanno credere alcuni servizi editoriali di supporto al self).

    @ Cetta: no, ci sono anche gli editori che si muovono in maniera contraria e sono quelli con cui si lavora meglio, ma ci vogliono anni e anni di gavetta per dimostrare loro le proprie capacità. Si torna a bomba, alla fretta. Poi non è detto che 60 milioni di italiani debbano fare per forza tutti lo scrittore, anche se in Italia così pare. Qualcuno potrebbe pur rendersi conto che non è portato.

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  9. Grazie Irene per la risposta. E concordo con te che molto spesso sono veramente da sistemare con un forte lavoro di editing, però è anche vero che definirlo gratis probabilmente non è corretto. In fondo quando lo fanno hanno acquistato un prodotto su cui puntano, quindi è un investimento. Per contro, dall'altro lato districarsi fra i corsi veri o resunti tali, temo richiederebbe una guida ad hoc, ci sono siti che hanno cominciato a dare assistenza a chi incappa con gli editori a pagamento, ma non esistono liste di scuole/formatori che siano veramente certificabili. La fregatura è sempre dietro l'angolo.
    Speriamo che l'ottava volta sia quella buona, ho scritto questo messaggio ben 8 volte con l'ipad, per poterti rispondere. Incrocio le dita;)

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  10. Io ricordo che una volta esisteva una cosa strana chiamata talento. Ora mi si dice che per scrivere bene bisogna fare corsi. Come a scuola insomma, quando facevi un bel tema e prendevi 10 (ai miei tempi si usava). Mettiamola così. Romanticamente penso che se il talento c'è, c'è. Magari un professionista può correggere i refusi, impostare la bozza, fare insomma quel lavoro tecnico che renda fruibile a tutti il pensiero talentuoso espresso dall'autore, ma che lo faccia un editore (che tra l'altro si gode i frutti di questo lavoro, ed è anche giusto) o che lo faccia un professionista free lance (sono gli stessi editor utilizzati dagli editori, ormai nessuno è più stipendiato) per un selfpublisher, se non c'è il talento a che serve? A creare altri scrittori frustrati? E' il talento che fa la differenza, e essere pubblicati da un editore o meno poco importa. Comunque bisogna cercarlo, leggendo. E dire a priori un selpublishing mai, cara Irene, potrebbe precluderti un'opportunità. La lettura dovrebbe aprire la mente, non chiuderla. Se avviene questo c'è qualcosa di profondamente sbagliato sotto.

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  11. Simona: con ‘gratis’ intendevo per l’autore, nel senso che ci sono tante pseudo-agenzie legate a servizi di self publishing che correggono bozze a pagamento, mentre se firmi un contratto con un buon editore, all’editing pensano loro. In bocca al lupo!

    Cetta: certo che ci vuole il talento, ma di “T” ce ne vogliono 3: talento, tecnica e tenacia. Se te ne manca una sola di queste, non va bene. Se le idee non sono supportate da una buona scrittura ma risultano mal strutturate e sgrammaticate, il buon editore che è sommerso da una concorrenza migliore, punta su chi già è preparato. L’editing professionale non si fonda sull’insegnamento della tecnica, ma va a rilevare le pagliuzze che servono per spulciare i peli dall’uovo in chi la tecnica già ce l'ha. Del resto, se un testo è ben scritto ma manca di idee, dimostra che l’autore è privo di talento, viene ugualmente rifiutato. Se un autore ha sia il talento che la tecnica, ma ai primi due o tre rifiuti (a volte, indipendentemente dalla qualità del lavoro, può incappare in problemi di trend, di crisi economica, di cavilli contrattuali, etc.) si arrende (magari al self publishing o, peggio, all’editoria a pagamento), si brucia migliori opportunità future. Perché pensi che sia un’opportunità persa non autopubblicarsi? Perdi semmai nell’autopubblicarti, perché spesso quando i grossi editori vedono nei cv opere autopubblicate le scartano a priori perché non ci sono garanzie/filtri di qualità.

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  12. @ Cetta. Posso essere d'accordo con la tua risposta solo in parte. Il talento va coltivato e non solo scrivendo ma sopratutto facendo corsi. Se così non fosse tutti i più grandi artisti della storia sarebbero poco e nulla. Il talento che non ha bisogno di corsi è un miracolo e per loro natura i miracoli sono casi eccezionali che capitano raramente. Se fossero tanti, non sarebbero più miracoli. Se ci fosse un'antologia di tutti quelli che operavano- e non avevano fortuna- e di quelli che avevano successo-ma non sono passati alla storia per ogni autore promosso e studiato a scuola-probabilmente non ci basterebbe una vita, ma nemmeno 10 a leggerla e non voglio pensare quanto ci vorrebbe a farla!
    Il corso serve ad imparare a gestire il proprio talento e comprenderne soprattutto la natura attraverso l'esercizio. Non basta leggere e farsene un'idea, perchè come lo scrittore in erba ha necessità di far leggere i propri scritti per capire qual'è la sua presa sul pubblico, o almeno dovrebbe essere così ma qualcuno a volte se ne dimentica, anche il suo modo di scrivere, per essere gestito nella sua evoluzione migliore, ha necessità di chi ha gli strumenti per poter suggerire correzioni di impostazione e di approccio. Lo scrittore che trascura questo aspetto è uno che rimarrà ingabbiato nei propri errori o che sarà convinto di essere ciò che non è. Per fare un esempio mi è capitato di leggere una marea di convinti thrilleristi, che invece hanno scritto gialli, e se glielo fai notare, si offendono come se gli stessi dicendo che hanno scritto una schifezza.
    Quindi il fatto che cmq l'editore deve investire sul prodotto che acquista è una cosa per me basilare e che peraltro già fanno, visto che credo che non ci sia libro uscito in libreria che non abbia subito modifiche o editing. D'altro canto anche quelli che si autopubblicano, oggi hanno strumenti similari da utilizzare e siccome in rete ce ne sono tanti basta cercare e non incappare nelle mani di qualche furbetto.

    @ Irene, grazie per la precisazione:)) In bocca al lupo a te!

    Tra parentesi, una piccola chicca ve la lascio, c'è un autore che si studia a scuola che, in una delle sue opere meno famosa, ma una tra le più stampate della prima metà del '900 veneziano fece dell'autopubblicazione, e anche a pagamento all'epoca, una vera e propria arte agendo sulla formula con la quale era costruito il suo libro non solo per farsi finanziare la ristampa ma anche in fondo per vedere il proprio libro. Sapete chi è? E la formula furba che applicò?

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  13. L'autore è Pietro Aretino ('500) e si autopubblicò con lo stratagemma di pagare le tasse universitarie (all'epoca bisognava avere titoli per pubblicare, o megio, per essere librai)perché gli “studenti”, fatte le loro composizioni, badavano più all'onore che all'utile. In questo modo, autopubblicandosi, contribuivano alle spese della corporazione dei librai.

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  14. Per rispondere poi sia a Simona che a Irene sui corsi e sul talento. Mi piacerebbe che le scuole di scrittura creativa, e anche le case editrici che fanno corsi, proponessero una preselezione, una sorta di audizione, per “saggiare” il talento, se c'è. A quel punto un corso che aiuti a tirarlo fuori, a esaltarlo, che insegni all'autore a guardare con obbiettività il suo scritto e a riconoscere i punti di forza e quelli deboli, gli errori e i refusi, e tutto quello che possa tecnicamente migliorare il suo libro, quel corso è il benvenuto. Il problema è che oggi non è così. I corsi di scrittura creativa, che si pagano, sfornano cloni, e ne conosco non pochi…
    Siamo d'accordo che per pubblicare un bel libro ci vogliono talento, tecnica e tenacia, ma quando la tenacia viene sfiancata dall'ottusità di chi magari continua a pubblicare libri di fantasy che sfondano il mercato o, peggio ancora, bassa pornografia spacciata per erotismo, anche lo scrittore più tenace si sfiducia. E non ho messo in dubbio che sia fornito di talento e tecnica. Ecco perché magari qualcuno si autopubblica (non parlo ovviamente di EAP, che aborro). Come lettrice ti dico che lo posso capire, quindi non condanno, sto solo attenta a ciò che c'è in circolazione perché il profumo di un buon libro lo so riconoscere, autopubblicato o no. Non ho pregiudizi.

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