"Lo spazio narrante", Ginevra Bompiani – Tra mito e realtà…

Fonte: Il libro delle ombre del signore oscuro

Mi capita spesso di leggere resoconti quantomai “fiabeschi” sulla vita e sul lavoro di Jane Austen e mi sono sempre chiesta come mai, dette leggende metropolitane o campestri , per le altre due protagoniste di questo studio – ovvero Emily Bronte e Sylva Plath-, non fossero mai state scritte. Alla fine di questo libro, finalmente mi sono data una risposta, che non so quanto sia definitiva, ma, al momento, basta a frenare l’istinto omicida che mi sale all’ennesimo resoconto di quanto “fosse romantica Jane Austen“. Ora, solitamente non sono una snob – sono certa che non dovrei essere io a dirlo, ma datemi il tempo di finire la frase e capirete – ma non c’è nulla di peggio per uno scrittore di essere rappresentato come non era. E la “presa sul pubblico” che ti mette fra le scrittrici più conosciute e lette, ma per la motivazione sbagliata, probabilmente è meno desiderabile di non essere conosciute affatto. Purtroppo, la maggior parte dei resoconti cinguettanti e leziosi che ho visto in giro, sono l’equivalente della ripetuta mancata lettura di approfondimenti e di saggi, come questo di cui vi parlo oggi, che purtroppo sono dovuti all’errato pensare che basti solo leggere l’autore per capirlo e basti un “carino” come aggettivo caratterizzante per la descrizione di un libro. Ma possiamo dire, guardandola dal suo punto di vista, che Jane Austen è riuscita nel suo intento prendendo per il naso non solo le lettrici del suo tempo ma, travalicando il secolo, anche quelle dei giorni nostri.

La questione sta proprio in questo è probabilmente riconducibile al modo in cui ha vissuto la sua vita che è paragonabile al modello di lettura che si può applicare ai suoi scritti. Prendiamo il più famoso “Orgoglio e pregiudizio” si può leggere in due maniere differenti: o solo la trama di superficie e quindi seguire due donne intelligenti e tre civettuole, un padre amorevole, due uomini attraenti – di cui uno più scontroso – e infine le immancabili amiche e sorelle di questi ultimi – ora impiccione e ora silenti – e per ultimo il cattivo. Ci sono feste e, con un intreccio quantomai semplice quasi da favola – ci suggerisce la Bompiani -, queste persone entrano in contatto e in scontro fra loro. Si innamorano e si odiano, si attraggono e si respingono, mostrandosi ora per quel che sono e ora per come vorrebbero apparire e, alla fine, tutti trovano una definitiva collocazione nello “spazio narrante” definito dall’autrice. In pratica una collocazione nel “casellario della società per bene“. Qui si potrebbe chiudere il libro e archiviarlo con quel fare sognante di chi ha letto una bella storia e se l’è goduta fino in fondo. Ed è sempre qui che la maggior parte dei resoconti delle amanti del genere si fermano.Ma se riprendiamo in mano il libro e riflettiamo su quello che abbiamo letto, il romanzo improvvisamente perderà la sua aura rosea e, ad uno sguardo più attento, scopriremo la trama di fondo. Se all’inizio c’erano donne distinte quelle brave e rette e quelle civettuole, scopriremo che alla fine tutte hanno rispettato le regole di convenienza dettate dal periodo, anche se ci sono arrivate per strade più o meno onorevoli. Quindi l’intelligenza – qui rappresentata come paritetico del saper stare in società e non come la intendiamo solitamente noi- non le ha salvate, al massimo si può dire che l’intelligenza ha fatto sì che sposassero uomini più ricchi. Vedremo altresì che tutte hanno avuto bisogno di aiuto decisivo di quegli uomini che vengono, in alcune parti del romanzo, relegati a ruoli di gregari. E fin qui mi fermavo io, dando a Zia Jane il ruolo di colei che “descrive il mondo che vive e che in parte anche subisce, trascrivendolo ora con feroce ironia e ora con sarcasmo e trasponendolo, nel “presente” in cui si svolgevano i fatti narrati, indietro nel tempo onde commentare ma non entrare in scontro diretto con le regole di convenienza del momento in cui si trovava a vivere”. Così forniva al suo pubblico familiare e amicale quel che ci si sarebbe aspettato da una scrittrice che si è formata in casa e che, probabilmente, è entrata in contatto con tutta quella narrativa che ha fatto sognare le fanciulle del suo tempo; ma al contempo, non scendeva a compromessi con sè stessa divertendosi a rappresentare persone fatti e tutta la cultura di quel periodo per quel che era: una serie di regole che mettevano al sicuro questo mondo dal caos che avrebbe generato l’incertezza della mancanza totale di ordine. 

Ed è da qui che Ginevra Bompiani parte raccontandoci prima di Jane poi di Emily e infine con Sylvia. In fondo, tutte e tre le scrittrici che prende in analisi, hanno in comune principalmente l’analisi e il rifiuto, passatemi il termine anche se non è il più corretto, più o meno evidente del loro presente. E infatti l’autrice di questo brillante saggio non le ha scelte e accostate a caso. Ci sono più fili conduttori in questo testo. Uno è dichiarato “Lo spazio narrante” che è da intendersi come luogo fisico dove le vicende sono narrate. Che sia un romanzo o una poesia, il luogo sottolinea le intenzioni dell’autrice che scrive. Così i paesaggi austeniani ricordano la realtà, ma sono sempre più piccoli di quel che sarebbero dovuti essere, perché fanno parte del labirinto che costituisce l’architettura su cui poggia la storia. Le due case su cui fa perno “Cime tempestose” della Bronte invece sottolineano la dualità tra bene e male, tra realtà e mito, tra la convenienza di un mondo di regole che non si vede ma di cui si sente l’eco e l’impeto che è solitamente appartenente natura dell’uomo che genera il caos. E infine, lo spazio narrante della Plath che rispecchia la lotta che la sua autrice fa nella vita. Da una parte una donna che si ammansisce al mondo che vive e al quale ubbidisce in maniera quasi paranoica, soprattutto dopo il tentativo di suicidio cui sopravvive. Il suo spazio è altro, ed è uno spazio popolato da visione e morte, da sofferenze per il dolore del mondo che scuote anche chi scrive e che diventa tangibile. La naturalità di esso non basta ad eliminarlo dal mondo finché la sua comprensione non è piena. Pertanto lo spazio narrante non è fisico e statico ma proiezione e in evoluzione fino al punto in cui la sua rappresentazione non sia così chiara da renderne in maniera univoca l’immagine. 

Ci sono altre direzioni in cui ci si può muovere in questo libro, vedendolo ad esempio come un crescendo di questo spazio narrante: prima rappresentato solo nella scrittura ma diviso dal mondo reale (Austen), poi parte della vita dell’autrice ma segregato in casa e ridotto alla conoscenza – e condivisione – di pochissime persone (Bronte) e infine vissuto pubblicamente e giornalmente nella dualità del vivere come si conviene ma urlando tra le righe la propria ribellione (Plath). Pertanto è semplice comprendere perché sulle altre due tali leggende, cui accennavo all’inizio, non si possano raccontare ovvero perché la loro vita non è così “romantica”, secondo l’accezione di coloro che seguono il genere romance, e riconducibile a ciò che è “convenzionalmente accettabile”. La qual cosa potrebbe fa pensare che le altre due scrittrici hanno vissuto fino in fondo il loro rifiuto di una realtà che non condividevano – addirittura la Plath vedeva questo mondo come eterno e immutabile non prevedendone una evoluzione o un cambiamento-, ma in fondo tutte riescono a trovare un modo per parlare della loro visione del mondo e la Austen riesce, rispetto alle altre, a non entrare in collisione con il mondo che rappresenta rimanendo distinta rispetto quello che è il romanzo narrato.

Leggendo questo libro mi si è è venuta in mente questa poesia, famosa perchè citata in un film “L’attimo fuggente” in cui il professore Keathon citava Withman spiegando ai suoi allievi la necessità della poesia, e della narrativa aggiungerei io:

Oh me, oh vita! 

Oh me, oh vita! 
Domande come queste mi perseguitano, 
infiniti cortei d’infedeli, 
città gremite di stolti, 
che vi è di nuovo in tutto questo, 
oh me, oh vita!
 Risposta 

 Che tu sei qui, 
che la vita esiste e l’identità. 
Che il potente spettacolo della vita continui 
e che tu puoi contribuire con un verso. 


Tutte hanno scritto del mondo di stolti, e di infedeli alla ragione della naturalità dell’azione e del vivere in deroga alla convenzione rigida e artefatta e, alla fine, tutte loro hanno aggiunto un verso a al potente spettacolo della vita. 

A quanto detto posso aggiungere solo che è un libro scritto da una studiosa che ha apprezzato e studiato queste donne per anni e diretto probabilmente a chi le ama parimenti. Non è un libro complicato ma in alcune parti richiede attenzione alla riflessione. E’ scritto in maniera chiara ed è pieno di riferimenti. Va sicuramente letto con calma per poterlo apprezzare in pieno, ma è sicuramente un lavoro da conoscere. E chissà che anche voi troviate nuovi fili conduttori in questa lettura che io non ho visto. 
Buone letture, 
Simona Scravaglieri


Lo spazio narrante

Jane Austen, Emily Bronte, Sylvia Plath
Ginevra Bompiani
Et.Al. Edizioni, Ed 2012 (ristampa della precedente del 1978)
Prezzo 14,00€

                                                

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