"Castel Volturno", Sergio Nazzaro – Il pensiero solidale differente…

“Moschea” – Da “Vita da immigrato” di Giovanni Izzo
Fonte: Izzo Fotografia
In un video che ho inserito nelle prossime uscite Bauman, studioso delle dinamiche della contemporaneità, si sofferma a riflettere sul futuro del pensiero e dell’agire solidale. In sostanza il pensare e agire solidale, che è quello rappresentato da gruppi eterogenei che si confrontano e combattono e/o manifestano per un comune ideale migliore per tutti, frana davanti alla possibilità di effettuare il vero cambiamento nel momento in cui, a seguito di eventi che hanno ribaltato la situazione contestata, bisogna agire per il bene comune.
Questo non avviene solo all’estero con i movimenti che hanno visto scendere in piazza a Wall Street e in Egitto nonché in Siria milioni di persone, ma avviene anche nel nostro piccolo quotidiano. Il pensiero solidale si frantuma davanti alla necessità di azione e rimane arenato solo alla parola scritta o parlata o alla manifestazione con fiaccole o affini. Uno dei casi più eclatanti che ci hanno visto fallire è quello del movimento di pensiero de “L’antimafia per tutti”. Offuscati da improbabili predicatori o giornalisti che poco hanno da raccontare sulla questione che non hanno mai approfondito, ci siamo ritrovati a fare “antimafia” come si seguono le partite in tv alla domenica, ovvero da allenatori da poltrona. La logica di questa situazione è che, pur di appartenere al gruppo di riferimento che ha in comune – almeno in apparenza –  un grande disegno – quello della liberazione dai gruppi di associazione mafiosa -, si deroga il proprio pensiero a favore di quello “comune” le cui sfaccettature non sempre ci appartengono. Si tollera, ma come dice Bauman, la “tolleranza” non è un pensiero “democratico” perché spesso, dietro, nasconde il sentimento di superiorità e quindi quello status che ci rende “in grado di tollerare pensieri e comportamenti altrui che però non condividiamo”.    

Un’altra derivazione di questo movimento mutilato della sua componente principale è che non siamo sempre in grado di distinguere realtà da quello che non vi appartiene, quindi, quando immaginiamo zone come la provincia di Caserta, spesso pensiamo ad un Far West che nulla a che fare con la realtà. Sono invece saggi come questo che ci restituiscono il polso della situazione riunendo, come fa Sergio Nazzaro, in una serie di racconti tutte le anime, o forse parte di queste, che fanno di questi luoghi un mondo che nelle sue contraddizioni e diversità ha creato delle eccellenze. E questo mondo ha un confine che viene spiegato al lettore già dal primo capitolo descrivendo non solo nei limiti fisici ma anche quelli psicologici. Questo perché se è vero che lo “stato” e il “mondo” sono presenti solo quando si accendono le telecamere, anche i luoghi di queste vite, che scorrono con un ritmo normale, scelgono di ignorare un mondo da cui si sentono messi da parte. E’ forse questa la sconfitta più grande del pensiero solidale che ci vede esseri pensanti e convinti che l’Italia sia una e indivisa.

A questa sconfitta, però, fa eco una vittoria di un altra tipologia di “pensiero solidale” che non è frutto di accordi e discussioni ma è insito nell’uomo e nel suo agire civile e civico dell’individuo,  nel suo DNA. Pensiero che immagina e pretende un mondo migliore e diverso e agisce per il cambiamento in base a questo desiderio. Così il poliziotto, il fotografo, l’associazione si contrappongono ma non si scontrano con la drogata, l’immigrato e il trafficante. E questo non avviene in funzione di una “tolleranza” ma in deroga ad un equilibrio che diventa quasi manicheo. Se male e bene ci sono comunque, il diminuire l’influenza dell’uno e dell’altro è una necessità che richiede non solo competenze ma anche la conoscenza profonda del territorio e, in più, il male – come anche il bene- ha un segreto ovvero quello che “il tempo, è gentiluomo” – come si diceva in un film – e se ci si da tempo e si impara a guardare indietro probabilmente ci darà l’opportunità capire errori e onori che hanno caratterizzato la nostra vita. Il senso  non è imporre un giudizio, ma imparare dalla propria esperienza e cercare di cambiare il corso della vita sia nostra che degli altri grazie a quella legge della favola alla Basile che pretende che alla fine ci sia sempre una morale e un insegnamento. E’ così che avviene con Palma di Dio, donna che è quasi alla fine della sua vita. Il tempo le ha regalato una casa povera e la solitudine, quasi una punizione per quel che non ha fatto e costruito nella sua vita, ma l’ha anche resa in grado di scindere, all’interno del racconto che fa del suo passato delle fasi di dannazione di questa vita condannata dalle droghe. O anche il viaggio dell’immigrato, scandito di sconfitte e di una vittoria – l’arrivo in Italia – che nel tempo si rivelerà non più come tale. E’ un momento di riflessione e per tirare le somme di una vita che non è andata come la si pensava. ma è contemporaneamente l’unico modo che quest’uomo ha per raccontare l’epopea che ogni giorno vivono milioni di uomini, donne e bambini, nella speranza di una vita diversa.

A queste persone che hanno vissuto le loro vite  fanno eco altri personaggi che nel loro quotidiano vivere trasformano l’usuale impedimento e limitazione, di uno stato presente solo nei vicoli e nei tagli, in opportunità di fare la differenza. Avviene nelle caserme dove uomini che devono garantire l’immagine di uno stato – che è lontano e non dovrebbe esserlo -, riescono a controllare un territorio che ha un confine profondo fra l’emerso ufficiale e il sommerso di cui “si sa ma non si dice”. Conoscono luoghi, persone e storie e riescono anche nel sommerso ad avere quella autorevolezza che permette loro di essere non solo controllori della legalità ma anche entità di riferimento per chi vuole raccontare la propria storia. E ci sono persone come Giovanni Izzo, figura molto conosciuta e che da anni racconta a chi “sa ascoltare con gli occhi” le  storie  storie di immigrati e di persone comuni con un solo scatto, che fissa per l’eternità un occhio, un gesto o anche un luogo. Quando si ha il privilegio di parlare con un artista così si scopre,  che quello scatto, come racconta Nazzaro, non è un semplice click di una macchina fotografica ma è il riassunto di una fase di studio, conoscenza e riconoscenza che ha permesso di raccontare una storia di cui l’immagine è la sintesi. Seguire, grazie a Sergio Nazzaro questo fotografo diviene uno spunto per approfondire il suo pensiero riguardo questo mondo tanto dannato quanto amato.

Eccellenze e non eccellenze si fondono in un unicum quasi perfetto di contrapposizioni. Hanno tutti, questi personaggi,  un desiderio comune, una vita migliore in un mondo migliore che salvi l’uomo da sé stesso, ma per costruire quest’immagine comune sembrano non aver bisogno di mettersi d’accordo e di discutere. Non è più tempo di teorie, ma di azione che è completamente in mano del singolo. E le trasformazioni radicali che questa provincia italiana – condannata dalla mitologia gommorresca da anni ad inferno d’Italia – ha raggiunto, sono frutto di questo pensiero e non della presenza del movimento antimafioso di “rappresentanza”. E, forse, la risposta a Bauman alla domanda di quale sarà il futuro del pensiero solidale e alla sua declinazione della modernità in questo mondo parallelo è nascosta in libri come questo, che non hanno l’intenzione di fornire una risposta ma solo un quadro di un vissuto che non è poi diverso da quello di tante altre province italiane e del mondo. Un quadro che si pregi di un nuovo Sergio Nazzaro che ieri si presentava ai suoi lettori come “scrittore, giornalista e lavoratore” e oggi invece diviene altro fondendo queste sue sfaccettature in un unica forza narrativa del tutto nuova. Nei racconti troverete la precisione del lavoratore nel seguire le direttive di un racconto classico fuse con la perizia del giornalista cui l’interesse è quello di portare ai suoi lettori una notizia più completa possibile raccontata con il linguaggio in alcuni punti anche lirico o romanzato tipico degli scrittori. Probabilmente risultato di quella maturazione che si ottiene dopo anni di gavetta e di libri scritti o di articoli che con lucido realismo e attenta calendarizzazione pubblica sul suo sito. Leggerlo è stato come visitare questi luoghi e aver sentito parlare con queste persone e, per esperienza personale vi consiglio di diffidare da chi parla di scritti cruenti. Non c’è l’effetto “cruento” nel realismo, c’è solo realtà. Forse una realtà vista a rallentatore, visto che lui parla di slow reportage, ma che ha un suo ritmo nel continuo rinnovarsi della quotidianità che permette a questo lavoro di non sembrare un saggio quanto un libro di narrativa.

Un’ottima prova d’autore che non si può che consigliare.
Buone letture, 
Simona Scravaglieri 

Castel Volturno
Reportage sulla mafia africana
Sergio Nazzaro
Einaudi Editore, ed. 2013
Prezzo 17,00€ (ma lo trovare in sconto 15%*) 
Ebook 9,99€

P.s: mi scuso per il ritardo nella pubblicazione, ma sto peggiorando le riscrivo troppo queste recensioni! Mi prenderò un we di riposo chissà che la cosa si risolva!
P.p.s.(*): questo libro è disponibile anche in versione Ebook, e a parte una differenza irrisoria di prezzo fra cartaceo e digitale, nel caso compraste la copia digitale perdereste l’opportunità di vedere dal vivo e in versione completa una delle tante bellissime foto di Giovanni Izzo. Quindi, date retta alla lettrice sconclusionata, andate a vedere il libro dal vivo e poi mi darete ragione.




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