[Dal libro che sto leggendo] Atletico Minaccia Football Club



Fonte: Marco Marsullo Blog


Sinceramente non saprei cos’altro aggiungere alla recensione fatta a Gennaio – e che trovate qui Atletico Minaccio Football Club – perché rischierei di essere ripetitiva. Però se state cercando un libro un po’ fuori dagli schemi, che vi faccia sorridere e ridere dell’umana stranezza e che vi permetta, con questo, di affrontare un bel lavoro, beh Marco Marsullo è quel che fa per voi. Ospite da tre puntate da “Quelli che il calcio…” riesce a farci sorridere naturalmente anche dallo schermo con la freschezza di colui che affronta tutto con un pizzico di follia…
Io vi direi imperdibile, poi fate voi!
Buone letture,
Simona Scravaglieri



1. 
Come facesse a non schiodare il culo dalla sedia e dargliene di santa ragione a quel giornalista impettito era un enigma che non riuscivo a svelare. 
Io al suo posto gli avrei già tirato contro uno scaldabagno a un tipo così. E forse proprio per questo lui allenava il Real Madrid mentre io stavo sulla sdraio di tela a farmi sgranocchiare dalle zanzare, su quel terrazzino di Mondragone che profumava di mare e munnezza.
José Mourinho era, a mio (e suo stesso) modesto parere, il più grande allenatore del mondo.
E non parlo solo di tattica. Era un genio della comunicazione e dell’intrattenimento; uno così, avesse fatto il presentatore televisivo, avrebbero cremato Pippo Baudo. Riusciva a mantenere uno stoico self-control di fronte alle incombenze dei giornalisti, nonostante la sua squadra avesse miseramente perso la Supercoppa di Spagna contro il loffio Betis Siviglia. 
“Io digo che la esqaudra ha jucatu bene, il risultato di partita è bujardo. Ora conscentriamoci su campionatu, dove vensceremu senza problema, perchè esquadra è la migliora di Espagna”, rispondeva flemmatico José. gli occhi chiudi, la barba di tre giorni e la parlata ipnotica, soporifera.
“Con la rosa di campioni che ha, Mourinho, perdere col Betis? Almeno lo ammetta che la sua squadra non c’era oggi in campo! Fossi in lei sarei molto preoccupato”, ribatteva il giornalista.
“Lei mi disce di essere preoccupato. Io mi preoccupo se mia moglie està male, se npiote ha la febbre alta, se meu cane non va regulare a fare i bisogni…non se mia esquadra perde una Supercoppa”
Gesù, quanto avevo da imparare da quell’uomo.
Anche se a vedermi così sembrava, con le infradito Havaianas e la canotta bucata, anch’io ero un allenatore di calcio. Sì, io e Mourinho eravamo colleghi. Diciamo che se ci fosse stato un sindacato degli allenatori saremmo stati rappresentati dalla stessa sigla. Eravamo anche coetanei, solo che lui era nato a Setubal da padre allenatore, mentre io avevo visto i natali a Torre annunziata, da padre arrotino. Avessi avuto anch’io il padre Ct, a masticare Plasmon e schemi, a quest’ora altro che Mondragone per fare due bagni alla bambina. Sarei stato, come minimo, in ritiro con la squadra di Serie A per preparare l’imminente inizio stagione. Cento cento.
La mia carriera era iniziata otto anni prima, quando, appena trentasettenne, avevo cominciato ad allenare i ragazzi della scuola calcio Frattura di Torre Annunziata. Dopo il successone del campionato allievi, in cui raggiungemmo gli insperati play-off, venni chiamato ad allenare il Real San Marzano che cercava un volto giovane per rilanciarsi nel campionato di Promozione. Sembrava un sogno. Avevo la tuta societaria, le trasferte pagate a metà ( nel senso che loro mi pagavano l’andata, ma come tornare era un problema mio), e talvolta anche interviste postpartita per testate regionali.
Mi esonerarono alla prima di ritorno, dopo il penultimo posto e i sette punti in classifica.
Da allora, negli ultimi sei anni, ho allenato un po’ qui e un po’ lì, tra campionati di Prima e Seconda Categoria, senza abbuscare una lira e collezionando esoneri infausti, esclusivamente per colpa della sfortuna che pareva perseguitarmi, subdola e sadica. E un anno si rompeva il centromediano, e un altro s’infortunavano tutti e due i terzini, e l’anno dopo ancora si sfasciava il crociato dell’unico centravanti che vedeva la porta. Ovvio che senza i migliori giocatori non ce la potessi fare.
Per Mourinho era facile , invece. Se si faceva male un terzino, ad esempio, bastava voltarsi in panchina e trovava una truppa di fluidificanti con polpacci grandi come angurie. Si faceva male un centrattacco? E dov’era il problema? Chiedeva al presidente un nuovo acquisto e il giorno dopo si presentava in ritiro una montagna umana da tre gol a partita.
Invece, quando si fece male Crispino (seconda punta di movimento del Casoria Warrios), come alternativa c’era solo quel fracico di Buonaforte, che aveva pure i suoi trentanove anni, mica potevi dirgli qualcosa. Niente di meno che quando lo incrociavo in allenamento gli davo del lei.
Avessi avuto io le rose di José, altro che esoneri a metà febbraio.
Afferrai il telecomando e tolsi l’audio alla tivvù. All’improvviso Mourinho diventò un mimo fascinoso che gesticolava nel teleschermo. Rimasi in silenzio qualche istante, il vento caldo di Mondragone mi avvolse come cellofan.
Ma a chi le andavo a raccontare…
Sicuramente Mou avrebbe fatto correre Buonaforte più di un ghepardo con le caldane, dettandogli tempi e affondi giusti. Gli avrebbe fatto scoprire le zone del campo in cui muoversi per prendere più palloni, trasformandolo nel bomber che con me non era mai stato.
Sì probabilmente Mourinho, quell’anno il Casoria Warrios l’avrebbe salvato.
Mi alzai dalla sdraio sulla sigla della Domenica sportiva estate. Entrai nel nostro appartamento di quaranta metri quadri boccheggiando. Andai verso il frigo ciabattando con le infradito, presi la bottiglia di Coca e mi ci attaccai, approfittando che Lina, quello che rimaneva della donna sposata vent’anni prima, dormisse. In sua presenza un gesto del genere mi sarebbe costato quarantacinque minuti di rimbrotti sguaiati (“Ma alla bambina che ti guarda non ci pensi?”, oppure: “Ma ti credi che la bocca là vicino ce la devi mettere solo tu?”). Peggio che giocare un tempo regolamentare con l’uomo in meno e due gol da recuperare.
Guardai l’orologio sulla parete segnare l’una e venti. Non avevo sonno e Marzullo era andato in ferie da un pezzo. Sentivo Lina russa dalla stanza in fondo al corridoio. Raggiunsi guardingo l’uscio, attento a non fare rumori molesti.
Lei dormiva a quattro di bastoni sul letto matrimoniale, la bocca spalancata e gli occhi semichiusi. Nell’angolo della stanza il lettino ospitava Chiara (quattordici anni a settembre avrebbe esordito al ginnasio). Anche lei dormiva, la pancia all’aria e le braccia divaricate, come a volersele staccare dal corpo per la canicola.
Accostai la porta e tornai in cucina.
I tremila euro di debiti per quelle due settimane di vacanza li avrei ripagati, anche a costo di vendermi un rene. Cazzi ben più seri mi facevano el maneaito bì bì tra i pensieri.Uno a caso: non avevo una squadra con cui iniziare la nuova stagione.
L’anno prima ero stato ingaggiato come allenatore in seconda dalla Poggio Marino Soccer, dietro al grande maestro Geppi Savona, vecchio bucaniere delle categorie minori campane. Aveva sessantaquattro anni e durante una partita del girone d’andata, fu stroncato da un infarto al ventinovesimo della ripresa dopo il gol vantaggio di Ignazio Delfino. Lo stadio era esploso, insieme alle sue coronarie.
Così il presidente aveva deciso di affidare a me la guida della sua prima squadra, definendomi pronto e all’altezza della situazione. In realtà non c’erano soldi per ingaggiare un altro allenatore.
Inutile dirvi che Delfino si ruppe la tibia e perone in allenamento e, senza quel marcantonio di due metri a centro area, conquistai due miseri punti in nove partite. Mi cacciarono.
Al mio posto scelsero proprio Delfino, che durante il periodo di convalescenza avrebbe fatto da mister ad interim. Dissero che vedevano in lui un’ottima guida per lo spogliatoio e che inoltre aveva un futuro in panca assicurato. In realtà non c’erano, ancora una volta, soldi per ingaggiare un altro allenatore.
Da marzo di quell’anno ero disoccupato e senza un euro. Non che prima mi pagassero chissà quanto, ma non lo facevo per i soldi. Io ero un allenatore, non potevo fare nient’altro che allenare. Sarebbe stato come chiedere a un cantante di fare l’imbianchino o, che so, a una letterina di fare la ministra.
Io ero nato per il calcio e sarei morto per il calcio. A centrocampo, sarei voluto morire a centrocampo. O meglio ancora sulla trequarti avversaria. Non c’è posto al mondo più bello della trequarti avversaria. E’ una conquista, un’invasione. Una scoperta.
Passai il resto della nottata a leggere una copia sgualcita del “Gazzettino della Campania”. Seguivo sempre con attenzione le pagine dedicate al calcio minore, sperando nel fantasma di un esonero, in clamorose dimissioni o in una polemica al napalm tra presidente e allenatore. Quell’estate però sembravano andare tutti d’accordo.
Il pomeriggio seguente, dopo una mattinata sotto l’ombrellone a mangiarmi il fegato, mi sdraiai sul letto stordito dal sole. Fuori le cicale cicaleggiavano incessanti e in cucina Lina preparava devota le melanzane al funghetto sulle note spumose di Pupo.
Chissà come se la passava Mourinho in ritiro sui Pirenei, a millecinquecento metri sul livello del mare. Sicuramente non aveva la pelle ingrassata dal sudore e l’affanno del cavalcante. Me lo immaginavo serafico, fischietto in bocca, il cuore a cinquantacinque battiti al minuto, regolare come un metronomo, il capello sistemato nell’invidiabile riga Oxford e la barba a puntellargli selvatica il viso spigoloso. Senza una goccia di sudore a sporcare quel capolavoro umano che sembrava disegnato apposta da Armani. Magro, in forma, atletico, saettante.
Mi trascinai davanti allo specchio che copriva interamente un’anta dell’armadio. Afferai ai due lati quell’ammasso di grassi saturi che mi sporgeva dal ventre e rimasi così, a fissarmi disgustato per un lunghissimo minuto, in cui – come dicono che accada nell’istante prima della morte – mi lasciai scorrere tutta la vita davanti agli occhi.
I primi Natali, mia mamma in cucina col capitone, le scuole, l’oratorio, Bearzot, l’urlo di Tardelli, Zoff con la coppa, gli occhi spiritati di Totò Schillaci a Italia’90, Sacchi che abbraccia Baresi in lacrime a Pasadena, il corso a Coverciano per il patentino, gli esordi sulle panchine polverose e gli esoneri. Alla fine mi balenavano solo una sfilza d’esoneri e le telefonate di circostanza dei presidenti, uomini che di calcio non capivano notoriamente un’acca, per piazzarmelo a quel posto.
Quante volte avrò sentito la frase:”Penso che siamo arrivati ad un punto di non ritorno, alla squadra serve cambiare aria”. E l’aria ero sempre io.
Mollai la pancia, che rimbalzò impietosa verso il basso. Avrei dovuto perdere almeno cinque o sei chili. Che razza di sportivo ero diventato?
Corsi in bagno, mi sciacquai alla bene e meglio e tornai in camera oer infilare i calzoni Sergio Tacchini e le scarpe da corsa.
Svicolai fuori dall’appartamento che Lina nemmeno se ne accorse, tutta rapita dalle melanzane e dalla voce sexy di Pupo.
Mi fiondai sul lungomare per correre. Lo avrei macinato almeno un paio di volte.

Questo pezzo è tratto da:

Atletico Minaccia Football Club
Marco Marsullo
Einaudi Editore, ed. 2013
Collana “Stile libero Big”
Prezzo 17,00€

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