"Nemesi", Jo Nesbo – Aggirare le regole…

Fonte: AmericaCube
Negli ultimi anni, dopo la famosa pubblicazione della trilogia Laarson, pare che in Italia ci sia una vera e propria mania per gli autori svedesi e norvegesi, che ha dato vita ad un gruppo di affezionati che seguono la scia di qualsiasi scrittore sia nato in quei luoghi. Quello che ho sempre sostenuto (e difficilmente ritratterò) è che, per me,  “scrivono troppo”. Intendiamoci, non scrivono “troppi libri” ma “scrivono troppo per ogni libro” che pubblicano che, di solito, va dalle 400 pagine (per il loro standard è probabilmente uno che non ha molto da dire!) alle 700-900 al massimo. E se 800 pagine posso a malapena concepirle per “I pilastri della terra”, famoso romanzo follettiano che narra una saga di famiglia lunga un intero secolo, nel caso avvenga per un lavoro che viene catalogato “Thriller” credo che difficilmente si possa pensarlo come un qualcosa di particolarmente riuscito. Per alcuni generi, infatti,  la lunghezza può essere giustificata con il voler sottolineare le caratteristiche di un luogo o di un tempo o anche di una situazione ma, necessariamente, deve avere una scrittura scorrevole e accattivante a evitare che il lettore sbuffi all’ennesima divagazione. Se la descrizione/divagazione è dichiaratamente “un’allungamento di brodo”, a qualsiasi genere appartenga quel lavoro, sarà probabilmente un testo abbandonato o alla fine odiato. 
Quando ho acquistato “Nemesi” – è uno dei libri della categoria “Ma non l’hai letto?? Devi farlo assolutamente!” -, il primo pensiero è stato “Beh 400 pagine, allora forse è veramente thriller” e, confesso, di non aver indagato nemmeno sulla provenienza dell’autore – cosa che probabilmente mi avrebbe spinta, viste le precedenti esperienze con altri autori come Laarson e Jonasson, a rimetterlo sullo scaffale e a prendere un qualsiasi altro libro in sostituzione. Il problema è che un lavoro, appartenente al genere “thriller”,  dovrebbe istigare quell’atmosfera di “tensione” che ti costringe a rimanere incollata al  libro fino all’ultima pagina per sapere come va a finire e, se riesco a concepirla come persistente per 300 pagine, forse anche per 400, laddove si vada oltre questo limite, per me, diventa solo noia. Quindi, visto che a Gennaio stavo male e l’avevo già acquistato da un po’ di tempo  ho preso l’insana decisione di leggerlo, sperando di trovare una storia che mi facesse passare il tempo, e, invece, quando l’ho chiuso a Febbraio – Sì! Ci ho messo una vita a finirlo! -, mi sono resa conto che nulla di questo è successo. Non mi sono divagata e non ho letto “un thriller”  e per giunta mi sono anche annoiata nel leggerlo fino all’ultima pagina sperando in una soluzione dei casi descritti che, manco a dirlo, non c’è.

Siamo nella fredda Oslo. Fa freddo non solo perché siamo in Norvegia, ma anche perché è inverno. All’interno di una banca cittadina si stanno svolgendo delle azioni di routine; gli impiegati stanno facendo sportello servendo annoiati clienti e il direttore, chiuso nella sua stanza, fa i conti. Arriva un furgone portavalori per la consegna due cassette, che devono essere inserite nel bancomat, e per ritirare quelle che invece non servono più; il direttore esce, fa le abituali operazioni (del tipo “inserisci prima una chiave e poi un’altra”), e lo scambio è concluso. Tutto ritorna alla normalità. Poco dopo entra un uomo con il passamontagna e armato di tutto punto, dice una frase in inglese che pochi capiscono, poi si affianca, saltando dall’altro lato del bancone, ad una impiegata cui fa capire che sarà lei la sua voce e che dovrà ripetere le sue istruzioni così da evitare che, la voce del rapinatore, venga riconosciuta dalle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. L’obiettivo sono i soldi appena depositati nel bancomat e il direttore di banca ha 25 secondi per consegnarli altrimenti la sua impiegata morirà. I soldi vengono consegnati in 26″, l’uomo prende la borsa sembra che stia per andare via ma si ferma, si gira, avvicina il viso alla donna, le sussurra una frase e poi le spara e finalmente scappa, dileguandosi nel traffico cittadino.

Comincia con questa scena “Nemesi” ma, e c’è più di un “ma”, ci sono altri due casi che impegnano Harry, l’ispettore protagonista di questo libro, ovvero quello della sua ex, che lo invita  a cena, e il giorno dopo – quando lui pensa di essere tornato a casa ubriaco e non si ricorda nulla della sera precedente – viene trovata morta suicida a casa sua e, infine, il caso della sua amica e collega uccisa mentre cercava di risolvere, a sua volta, un altro caso. Insomma, se siete donne e siete ad Oslo e si presenta un ispettore che si chiama Harry è il caso che scappiate a gambe levate, perché probabilmente, se diventate amici o amanti, non rivedrete la successiva alba. Tre casi e sette soluzioni. Troppe? A quanto pare, per chi pubblica Nesbo, non solo qui in Italia, apparentemente no. Delle sette soluzioni:
– tre sono sbagliate e in una delle tre una è la soluzione di un altro dei casi citati che, però rimane alla fine irrisolto;
– due sono soluzioni suggerite al lettore ma mai rese evidenti ai protagonisti e quindi non servono a nulla;
– due sono “le soluzioni”, che sembrano essere definitive, anche se accompagnate da spiegazioni piuttosto confuse e all’apparenza un po’ labili. 
E se vi sta venendo il dubbio che sia un’enciclopedia di ” casi polizieschi” ecco sappiate che, per me, a pagina 425, questa, era praticamente una certezza!

In più in un thriller che si rispetti c’è un crescendo, ovvero tutte le situazioni dovrebbero puntare alla “scena clou” del libro,  ovvero quella che decide tutto e che porta alla soluzione di tutta la situazione, e invece, vuoi perché non si capisce qual’è l’indagine principale su cui si dovrebbero concentrare o perché il nostro Harry ha i piedi in troppe scarpe (e fidatevi non è una metafora!) per tutto il libro la situazione non decolla ma vola rasoterra. Pertanto, visto il piattume generale, leggere questo libro non solo non è divertente, ma, ancora una volta, consolida il mio pensiero che se agli autori – norvegesi, svedesi o affini appartenenti a questa stessa scuola-, si taglia la metà delle pagine dei loro lavori non si fa alcun danno!
In questo, in particolare, nemmeno tale operazione sarebbe corretta, perché nemmeno Nesbo sa cosa voleva scrivere visto che pare proprio che ad un certo punto si perda per strada, nella miriade delle piccole storie che dovrebbero fare da contorno e che, invece,  hanno, sparse per i vari capitoli, ruoli ora secondari e ora principali contribuendo ad aumentare la confusione del lettore! 

L’unica cosa che potrei ricordare a questo autore è che le buone regole del thriller dovrebbero essere:
– Obiettivi chiari ovvero la storia principale in giusta luce e la necessità di congegnare una debita chiusura che sia credibile e la cui spiegazione sia comprensibile (e sopratutto che, quest’ultima, ci deve pur essere, altrimenti, non ha senso scrivere il libro!) .
– Pochi fronzoli, nessuna luce primaria per tanti personaggi altrimenti, se non la si sa gestire, si perdono i riferimenti!
– La creazione dello “stato di suspance” altrimenti non è un thriller ma un giallo e a volte nemmeno quello!
Peccato che in “Nemesi” nulla di tutto questo ci sia e che non si possa nemmeno catalogare se non come “un polpettone di pezzi di libri, mai costruiti, messi insieme” e che, con il loro rimanere “casi irrisolti” fanno pensare all’uscita di un altro un altro libro “chiarificatore” di altre 400 e passa pagine! Dio ce ne scampi e liberi!
Inutile specificare che non ha preso un buon voto.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Nemesi
Jo Nesbo
Piemme Edizioni, Ed. 2010
Collana “Bestsellers”
Prezzo 11,60€




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