[Dal libro che sto leggendo] Segnali che precederanno la fine del mondo

Fonte: Gocce di vita…Fatata
Inizia con una partenza questo libro, senza “se” e senza “ma”. Una partenza che ha una motivazione appena accennata ma che, nel viaggio, diventa altro ovvero diventa metafora di passaggio della frontiera della “vita verso la morte o verso una nuova vita“. E questa “frontiera”, come nella migliore tradizione dantesca, è rappresentata da un fiume che simbolicamente lava il bello e il brutto di entrambe le sponde e per questo riveste anche il ruolo mistico di “colui che divide senza impedire lo sguardo“. Il bello dell’utilizzo di questa metafora è che questo “guado”, che non impedisce lo sguardo da una sponda all’altra del fiume ma contestualmente ne “nasconde le potenzialità”- guardando al di là, infatti, non è così facile intuire come se è meglio o peggio della sponda dove invece siamo – diventa rappresentazione delle nostre paure e la loro motivazione così come avviene, ad esempio per la paura di morire o anche quella di emigrare. La radice delle nostre paure, in sostanza per  Herrera, sembra stare nel non poter sbirciare. 
E’ un libro “metaforico” di straordinaria bellezza – anche nel modo tutto particolare di scrivere e di strutturare visivamente le pagine – il cui finale però mi ha lasciata interdetta. Questo perché, nella costruzione, il libro può essere letto in tre modi ovvero come una storia surreale, come la metafora dell’emigrazione e come metafora della morte. E sebbene tutti le tre tipologie di interpretazione reggono per la durata del libro alla fine la soluzione rimane un po’ sibillina e sospesa. Probabilmente ha bisogno di essere digerita nel tempo.
Veramente una bella prova d’autore, 
buone letture,
Simona Scravaglieri

1.

La terra

Sono morta, si disse Makina quando tutto davanti a lei si imbizzarrì: un uomo con il bastone attraversava la strada, all’improvviso uno schianto secco spaccò l’asfalto, l’uomo rimase in attesa che gli ripetessero una domanda mentre il suolo si spalancava sotto i suoi piedi: inghiottì l’uomo, e con lui anche un cane, tutto l’ossigeno nell’aria attorno e persino le urla dei passanti. Sono morta, si disse Makina, e appena lo ebbe mormorato tra sé, il corpo reagì alla sentenza e si mise a sbattere disperatamente i piedi all’indietro, ogni passo a pochi centimetri dal precipizio. finché la voragine divenne un cerchio perfetto e Makina fu in salvo.

Maledetta città infida, pensò, sempre sul punto di finire sottoterra.

Era la prima volta che le toccava quel delirio tellurico. La Cittadina era crivellata di gallerie e buchi scavati nell’arco di cinque secoli di voracità mineraria per colpa dell’argento e ogni tanto qualche malcapitato scopriva a proprie spese come fossero stati ricoperti alla meno peggio. Alcune case avevano trasloca all’aldilà, assieme a un campo di calcio e mezza scuola, fortunatamente vuota. Certe cose succedono  sempre agli altri, finché non succedono a te, pensò. Gettò un’occhiata alla voragine, provò compassione per lo sventurato finito all’altro mondo, Buon Viaggio, disse senza alcuna ironia, poi mormorò: Sarà meglio che mi sbrighi a fare questa commissione. 

Sua madre cora l’aveva chiamata per dirle: Vai, porta questo foglio a tuo fratello, non mi fa piacere chiederlo, bambina, ma di chi potrei fidarmi, di un uomo forse? Poi l’abbracciò e la tenne stretta a sé, in grembo, senza drammi né lacrime, solo perché Cora faceva sempre così: anche standole a due passi era come se ti prendesse in grembo, tra i seni scuri, all’ombra del collo largo e grasso, bastava che ti rivolgesse la parola per sentirti protetto. E le aveva detto Vai nella Cittadina, prendi contatto con i tipi che contano, i veri duri, offro loro i tuoi servigi, fatti dare una mano per il viaggio. 

Non aveva alcun motivo per recarsi prima dal signor Dovappiù, ma il bisogno di darsi una ripulita la portò diretta alla sauna che quello gestiva. si sentiva la terra fin sotto le unghie come se fosse caduta anche lei nella voragine. 

Alla cassa c’era un ragazzo sanguigno e orgoglioso con cui Makina aveva avuto un approccio in una certa occasione. Era successo nel modo impacciato con cui spesso avvengono queste cose; ma dato che gli uomini sono convinti di essere bravissimi a fare quel genere di esercizio fisico, mentre con lei se l’era cavata proprio male, da allora il ragazzo abbassava lo sguardo ogni volta che la incontrava. Makina gli passò davanti camminando lentamente e lui si sporse fuori dal botteghino come se volesse dirle No, non si può, o piuttosto Tu no, tu non puoi: lo fece con un impeto che durò tre secondi, perché lei non si fermò e lui non riuscì a dirle niente, limitandosi a squadrarla con una certa autorità quando lei era già passata oltre dirigendosi al bagno turco.

Il signor Dovappiù era una vero spettacolo di gaudente rotondità, con la pelle bianca solcata da venuzze azzurrine; il signor Dovappiù se ne stava nella sala immerso nel caldo umido. Le pagine del giornale del mattino erano praticamente incollate alle piastrelle e il signor Dovappiù le staccava una alla volta man mano che andava avanti nella lettura. Quando vide Makina non sembrò sorpreso. Come va, disse, bevi una birra? Perché no, rispose Makina. Il signor Dovappiù prese una birra dal secchiello del ghiaccio ai suoi piedi, la stappò e gliela porse. Se ne scolarono una a testa senza riprendere fiato, neanche fosse una gara. Poi rimasero a godersi in silenzio la scaramuccia tra l’acqua di fuori e quella di dentro.


Questo pezzo è tratto da:

Segnali che precederanno la fine del mondo
Yuri Herrera
La Nuova frontiera Edizioni, Ed. 2012
Collana “Liberamente”
Prezzo 14,00€

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