[Dal libro che sto leggendo] Gli anni di nessuno


Fonte: Repubblica

Libro controverso. Decisamente tanto, questo perché, a detta di chi non legge Aloe, non è un libro malvagio e invece per me, che ho praticamente letto quasi tutto non lo è affatto. La storia è sua, c’è tutto lo scrittore in queste righe ma vuoi per quest’aura plumbea un po’ forzata e un po’ per questa storia che apre questioni che non si chiudono la magia sembra un po’ sparita. Eppure quelle che solo le regole di scrittura di questo autore ci sono tutte,  introversione, una causa scatenante la vicenda estremamente presente, silenzi che bilanciano il vociare esterno e descrizioni della vista di città conosciute ma mai nominate.
E per me è un vero peccato. Non smetterò di leggere Aloe per questo, ma un po’ mi dispiace perché è diventato una compagnia costante nelle mie letture come anche altri autori di cui a scatola chiusa acquisterei qualsiasi libro perché sono garanzia di qualità.
Non è un libro che ho letto oggi, ma a Dicembre 2012 e credo che per la recensione ancora ci vorrà un certo periodo di “digestione”. Ma se non vi volete cimentare con questo provate con quello citato giust’appunto venerdì scorso: La logica del desiderio.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.
Il professore è morto. Diceva così la voce al telefono. Cha voce era? Aveva qualcosa di familiare. Un tono, una cadenza. E’ morto all’alba.

In quel momento ero dietro la finestra. Erano le cinque di mattina. Le cinque passate. La città era chiusa in un sonno sgradevole. Avevo fatto un bagno interminabile. L’acqua era diventata fresca: Le mani porose. Probabilmente avevo preso sonno nella vasca. Mi sembrava, mentre indossavo l’accappatoio, che ne rimanessero dei vaghi ambiti. Non so, un’uscita, un sole smagliante, una donna che si lanciava dal balcone, un cortile rosso.

Forse per questo non avevo riconosciuto la voce. Stavo ancora vagando in quelle immagini. Forse la donna era mia madre. O una sconosciuta che avevo incontrato per strada il giorno prima. Bassa, i capelli colorati, una voglia sul mento, le mani che tenevano due buste stracolme. Si buttava dal balcone con le buste e le teneva strette fino allo schianto. Ricordo che nel lancio la gonna le si apriva leggermente, come un paracadute difettoso.

Durante la notte mi ero svegliato di soprassalto. Avevo girato gli occhi al soffitto. Non riuscivo a riconoscere né la stanza e né me stesso. Uno sconosciuto in casa d’altri. Quella luce, mi dicevo, che luce è? Veniva da fuori come se fosse sceso un angelo ad irradiare l’ultima parte della notte. Un angelo o un riflettore. Ma di quelli da milioni di watt. Un angelo da milioni di watt. Un riflettore da campo da calcio. Tutto il soffitto era illuminato. Avevo chiuso gli occhi, me li ero sfregati con forsa e riaprendoli mi ero accorto che la luce era sparita. La stanza era di nuovo al buio. Ma che stanza era? Perché mi avevano trascinato in quella camera aperta a tutte quelle complicazione? Era stato in quel momento che mi ero sollevato w come per uno scatto di coscienza avevo riconosciuto la mia camera. Da un quadretto appeso alla parete. Un quadretto innocuo. Piccolo. La cornice azzurra che conteneva il disegno di una vacca rossa con il muso allungato. Una stampa inglese. Era rossa come se già prefigurasse il macello. E in effetti le volte che incontravo lo sguardo ne intravedevo un’infinita malinconia. La curiosità che si piega alla disperazione di chi va a morire. Era la mia stanza, con i suoi armadi, la scrivania, la sedia marrone, la porta a vetri aperta verso il corridoio, l’assenza di rumori, di voci,di fischi. Era proprio la mia casa. La casa di nessuno.

Cosa sto a fare a letto? Mi ero detto mentre guardavo anche la parete e il quadretto. Meglio alzarsi. E’ così che avevo pensato di fare un bagno caldo. Erano quasi le quattro. un’ora pericolosa. Mi muovevo adagio. Avevo indossato un maglione. Eravamo già a Novembre e la stagione si presentava furibonda. Pioveva da giorni. Il cielo si era come abbassato. Proprio sopra le teste. Minaccioso. Come se dovesse calare da un momento all’altro, e noi con lui. Schiacciati dal cielo. Lo guardavo. Un tracollo senza precedenti, pensavo. Il cielo che cade sul mondo. Questa massa informe che precipita sulla città con un boato prodigioso. Il sapore delle mie catastrofi, le chiamava il professore sorridendo. E anzi se le trascriveva su un taccuino per le sue letture serali. Mi fanno compagnia, mi rasserenano, mi diceva. Lui leggeva le mie catastrofi e si rassicurava. Gli davano la sensazione della fantasia che lavora, che non si ferma a fare le ragnatele sul muro. Sono immagini di grande freschezza, diceva sorridendomi.


Questo pezzo è tratto da:

Gli anni di nessuno
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, Ed. 2012
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€

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