"Carlo Emilio Gadda. Storia di un figlio buonoannulla", Walter Pedullà – Quando, la soluzione del giallo, si nasconde nel titolo….

Fonte: Wikipedia

Quando rispondi “saggio” alla domanda “che leggi?”, la gente storce un po’ il naso. Se poi dici che alla fine l’hai trovato divertente e loro, occhieggiando il libro con fare fintamente distratto, scoprono che si parla di Gadda allora vedrai che il sopracciglio poc’anzi alzato col far di disappunto, si arcua di più. Però in questo caso, purtroppo o per fortuna per voi, è proprio così. La cosa che spesso non si sa è che ci sono due correnti della saggistica, quella classica che potremmo definire un po’ di impronta accademica, e poi ce n’è un’altra sicuramente di matrice più contemporanea che invece si presenta ai suoi lettori in una forma meno formale. Ecco, questo saggio, si situa in mezzo a queste due correnti perché la prima volta che fu pubblicato, con il titolo “Carlo Emilio Gadda. Il narratore come delinquente” (Rizzoli Editore), era il 1997. Dopo più di dieci anni, Walter Pedullà, riprende in mano il suo lavoro e, come dichiara nell’introduzione “taglia, toglie e aggiunge” consegnando nel 2012, a Editori Riuniti, un saggio rinnovato anche nel titolo, “Carlo Emilio Gadda. Storia di un figlio buonoannulla”, che in alcune parti è estremamente contemporaneo (quindi narrativo e quasi informale) e in altre tiene gelosamente conservata la memoria accademica.
E’ stata una lettura di quest’estate, fra Luglio e Agosto, e mi ha impegnato per ben tre settimane, ma sono state settimane ben spese che, devo ammettere, un po’ mi mancano.


La domanda successiva, a quella riportata all’inizio, è accompagnata dal sorrisino tra l’ironico e il sarcastico, era: “E, scusa, cosa ci sarebbe di bello? E poi Gadda quale?”.  Sarebbe troppo bello poter guardare il mio interlocutore e con estrema nonchalanche rispondere: “Gadda? E’ il mio vicino di casa!” ma ero talmente contenta dell’acquisto che avevo fatto, da aver la pazienza di tentare di spiegare di che cosa si trattava ben sapendo che, dopo 10 minuti di delucidazioni, mi sarebbe stato risposto risposto: “Ah! Quel Gadda! Mi spiace i saggi, io, non li leggo!”. 
Invece, la parte più bella di questo libro è l’interazione fra colui che viene raccontato e il narratore, ovvero in ordine Gadda e Pedullà, che non potevano essere connubio migliore. Per prima cosa Pedullà conosce talmente a fondo il suo soggetto, che in alcuni punti arriva a parlarne come di un amico intimo e con l’entusiasmo di chi ha capito, una per una, le nevrosi da cui si è liberato Gadda stesso nel 1973 quando è morto. E’ un po’ come se fosse certo che quell’atto estremo, il suicidio, lo abbia liberato o forse sarebbe meglio dire “sollevato” da quelle nevrosi e che questa nuova situazione permetta che se ne possa parlare quasi divertendosi un po’ su quello che per la durata di un’intera vita si era rivelato come molto spaventoso.
Per sintetizzare per quali “percorsi” Pedullà si avventuri per presentarci Gadda dobbiamo avvalerci di parole chiave altrimenti potremmo scriverci l’ennesimo trattato.

Parole chiave “Nevrosi e Caporetto“: stato psicologico ed evento storico italiano.
Tra le cose che vengono fuori dal quadro dipinto da questo professore emerito è che le nevrosi di Carlo Emilio, latenti anche prima, diventano marcate dopo Caporetto, ma  anche, che l’esperienza stessa regala all’umanità uno scrittore che, non riuscendosi a rapportare con i suoi colleghi di brigata, cerca forme di comunicazione alternative e le trova proprio nella scrittura. E se la scrittura è la sua “forma camaleontica di ricerca di un linguaggio” che lo renda meno solo, tramite l’espressione in tanti dialetti, la “nevrosi” è quella che gli permette di evolvere come scrittore trovando una via di narrazione completamente diversa e che poi avrà il suo apice in “Quer pasticciaccio de Via Merulana”.
Parole chiave “Racconti e policentrismo“: forme di scrittura e molteplicità di visioni.
Un classico dei suoi lavori è il fatto che essi siano composti di racconti. Non è tanto una questione voluta in forma di arte ma, in buona parte, è rappresentazione della sua insicurezza che lo spingeva spesso a pubblicare parti del suoi libri, nel pensiero di verificare, sul suo pubblico, l’appeal di quel che scriveva. Ma la formula “racconto” in forma di capitolo risponde anche ad un altro bisogno di Gadda quello del policentrismo, ovvero di poter vedere alle cose e alle situazioni da più punti di vista. Questo non solo richiede un approccio quasi “cubista” alla costruzione della trama, ma spesso diventa anche il motivo per cui, nei racconti-capitoli, ogni personaggio ha il suo momento da protagonista. 

Parole chiave “Multilinguismo e meticolosità nella costruzione della storia
Il fatto che ci siano tanti “protagonisti”, o meglio che lo riescano ad essere quasi tutti, crea una situazione nuova. La democrazia del piano di importanza/visibilità crea la necessità di evitare di farli sembrare tutti uguali. E’ da qui, e dall’ansia di essere “capito” nella propria visione, che nasce la ricerca di formule nuove di comunicazione. Forme, che si esprimono non solo nel racconto e nel policentrismo, ma che diventano “tangibili al lettore” con le differenti espressioni con cui i protagonisti parlano ovvero con “la lingua” che appartiene al proprio vissuto e sopratutto al proprio ceto. Così anche gli scenari diventano anche dichiarazione al lettore delle differenze fra borghesia e popolino, ma il punto focale, che porta alla luce proprio Gadda, è per certi versi estremamente pungente: all’algida visione del mondo borghese fatto di oggetti, belle case e discorsi leziosi e affettati nonché vuoti corrisponde un mondo multilinguistico, poliedrico e colorato, anche nella sofferenza dello sfruttamento borghese, che si riempie di colori e di vita nonché di saggezza acquisita con l’esperienza.

Parole chiave “La lezione manzoniana e la mamma
Gadda amava tre cose, a detta di Pedullà. Una cosa passata “Manzoni”, presente “sua madre” e una che si proiettava al futuro “Montale”.
Passato e futuro, in qualche modo,  lo ripagano. Il primo rimanendo con lui accano in forma di lezione quando scrive: “Quando la storia (leggi trama) langue fai ricorso alla Storia (leggi periodo storico)”. Ed è così che agisce Gadda, quando le sue storie lo portano ad un vicolo cieco perché ha voluto soffermarsi su minuzie e lo chiudono in un angolo come avesse deciso di dipingere un pavimento partendo dall’angolo della stanza sbagliato, è proprio alla Storia che si rivolge ed essa non lo tradisce mai. Invece, per Montale, la questione è diversa lo sente affine e ne ammira l’opera e a lui, per questo, permette cose che a nessun altro, a partire dai critici affezionati per finire dai colleghi, permette. Come quando Montale espresse qualche dubbio su un suo racconto. Lui, poteva.
E arriviamo al presente: la madre, matrona e matrigna che con due figli al fronte, quando muore il maggiore, si dimentica, nel suo dolore luttuoso, quasi dell’altro. La necessità da figlio di trovare l’approvazione diventa quasi una paranoia e anche se lei, ad un certo punto, si svegliasse da questo suo stato di rifiuto per un mondo che le ha tolto il figlio maggiore, la colpa di questa reazione primaria continuerebbe a torturare Gadda da giovane e anche da vecchio. E’ anche la madre, insieme a Caporetto, a regalarci lo scrittore, che è anche ingegnere, ma che nella vita cerca la rivalsa in qualcosa, che non è certo come la matematica, e che fonda il suo fragile equilibrio sulle sfumature di significato delle parole e delle metafore. Ma Gadda diventa altro, diviene anche matricida, perché se il bene filiare non glielo permette nella realtà, perché la privazione fisica produrrebbe un nuovo dolore, la vendetta viene servita nelle varie rappresentazioni di queste donne che a volte, come ne la “Cognizione del dolore”, vengono uccise e più spesso rappresentate nella loro tragicomica futilità.

Cosa rimane, quindi, in fondo? Il finale! Che però non è mai certo come pensavo. Perché dopo tutti questi aspetti che creano e restituiscono la complessità dell’anima gaddiana ce n’è ancora uno che è rimasto in sospeso e quasi nascosto anche ai lettori. Che dopo la sua morte, tra le carte che sono rimaste, c’era revisioni di tanti finali di romanzi che pensavo fossero definitivi e completi ma il loro autore non era dello stesso avviso. Questo perché Gadda, aveva la profondità della visione di quel che era veramente la differenza di classe e se anche la mano popolare si alzava per uccidere l’oppressore, cercava una mediazione che rendesse la scoperta del colpevole che aveva creato il giallo anche la vittima di tanto sfruttamento e prevaricazione. In una parola la vittima doveva essere più colpevole e il colpevole la vera vittima e la questione, ribaltando il risultato, aveva effetti svilenti sulla costruzione principale. E’ questa sua ricerca di perfezione della trama e della giustizia sociale (e anche familiare) che lo portano a rivedere e ripubblicare il suo lavoro.

Questo è quello che ho letto io mesi fa. E Pedullà dichiara alla fine che, in fondo, questo saggio ha un segreto: la soluzione è nel titolo, ma solo leggendolo potrete svelare l’arcano. E questo arcano è l’aspetto chiave di questo autore che permette di riassumere tutti gli aspetti citati sopra in 5 parole.
Una lettura complicata che passato il capitolo di Caporetto, sul quale insiste forse un tantino troppo, regala al lettore momenti veramente piacevoli.
Leggere questo saggio non dovrebbe corrispondere tanto ad imparare a memoria le caratteristiche di Gadda scrittore e uomo – anche se alla fine, per eccesso di rimandi, vi succederà di averli imparati quasi a memoria – quando di cominciare ad apprezzare un lavoro durato una vita per il quale i suoi contemporanei ebbero parole di elogio e che anche oggi, in un certo senso, rimane comunque di attualità.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Carlo Emilio Gadda. Storia di un figlio buonoannulla
Walter Pedullà
Editori Riuniti, Ed. 2012
Collana “Navigazioni”
Prezzo 20,00€


Fonte: LettureSconclusionate



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