[Dal libro che sto leggendo] Se il mondo finisce a dicembre non pago Equitalia

Fonte: Notizie Virgilio
Come dicevo nel post di quel che succede ultimamente nella mia vita, questa è una delle raccolte di raccolti che ha segnato la mia rinascita anche da lettrice. Questo perché, nel bel mezzo di questo grande caos, mia madre un giorno si è presentata in ospedale con questi volumetti, belli anche da vedere come format di copertina e spettacolari nei titoli, che fanno riferimento ad una unica casa editrice: 80144 Edizioni. Ci sono titoli come questo di cui vi parlo oggi, che riporta come sottotitolo “Storie di ordinaria superstizione”, che si affiancano a “Babbo Natale è strunz” o “S’hanno fatto ‘a batmobile” che sono uno più bello dell’altro. Ma cosa hanno di così particolare? La formula con cui affiancano i vari racconti! 
Premettiamo che si trattasi di organizzazione del lavoro alla maniera del sud e più specificatamente campana. Per chi non seguisse questi filoni letterari c’è un mondo da scoprire.In particolare, una delle tendenze degli ultimi anni  che unisce un approccio realista con una letteratura, che fonda la sua struttura nel passato con quei racconti che avevano sempre una morale – piacevole o no – a la “Lo cunto de li cunti” di Basile, il tutto condito con toni ora ironici e ora sarcastici. 
E’ un mix micidiale, perché potete tranquillamente passare dal risolino divertito ad affrontare temi serissimi senza però sentire il peso di scrittori che si prendono troppo sul serio ma che riescono a mantenere uno sguardo disincatato su un mondo in continua evoluzione che sembra ogni giorno impegnarsi a porre un forte distacco dal passato, distacco che poi non è detto che si possa realizzare. Più ci si allontana e più, in fondo, si è più uguale a chi ha vissuto prima di noi. 
E secondo me è questa formula che rende questa soluzione vincente, come nel caso che vi riporto qui solo all’inizio e scelto per comodità – perché è il primo, ma se avessi potuto ve li avrei inseriti tutti gli incipit!- questo pezzo parte così per virare improvvisamente verso un’altro inatteso. E stessa cosa avviene nell’accostamento dei racconti e questo ci permette di avere una letteratura di intrattenimento ma di valore allo stesso tempo. In più i costi di queste raccolte sono talmente contenuti che viene voglia di collezionarli come le figurine e quindi credo che diventerà la mia nuova occupazione insieme al giallo di natale della Polillo!
Buone letture,
Simona


Gli occhi addosso… 


Era mia nonna esile e munta, marionetta vestita di nero, con una crocchia di capelli bianchi e la pelle marrone. Nata nell’anno di grazia 1897, nei giorni in cui Marconi brevettava la radio e Oscar Wilde veniva rilasciato di prigione, trascorse la sua vecchiaia dispersa in una scomoda poltrona, con una gazzosa in una mano e il rosario nell’altra, a dispensare larghi sorrisi e deboli consigli, fra un rutto e una preghiera a fior di labbra. Teneva sempre in grembo un borsellino nero, da cui traeva spiccioli e foglietti, santini unti e appiccicose caramelle d’orzo.
“Ciuccia che ti fa digerire” diceva ficcandomele in bocca, e io ciucciavo e digerivo benissimo. Mi sembrava una presenza minima e solamente mia: era come un pupazzo seduto insieme al quale guardare i cartoni, mentre tutto intorno il mondo si agitava, gridava, entrava e usciva.
Ma la nonna si alzava, certe volte. A Capodanno e a Pasqua, per esempio, e diventava un’altra. Per prima cosa, come un supereroe, cambiava veste: gettava il plaid sopra la poltrona e indossava il grembiule, poi varcava, solenne, la soglia della cucina. Da quel momento esistevano solo il cibo da preparare e le pentole per prepararlo. Null’altro. Figlie, nipoti e generi, cristi, santi e madonne venivano spedito immediatamente altrove, purché fuori dai piedi, ed erano convocati solamente in caso di necessità: “vammi a prendere due rametti di rosmarino nell’orto, belli, mi raccomando” (alla nipote), “agguantami quella padella in alto che non ci arrivo” (al genero), “fai che questo coniglio abbia la carne tenera” (alla Madonna).
Lavorava/cucinava/friggeva per ore, fermandosi solo per sbuffare e bere un sorso di gazzosa. Poi, a cose fatte, toglieva il grembiule e cominciava a portare a tavola vassoi su vassoi. Alle figlie aveva lasciato l’apparecchiatura, ai generi, lo stappo del vino. Io e mia sorella, esentati da qualsiasi compito, rientravamo da qualche messa e trovavamo un vero bendiddio. Ogni cosa friggibile nel raggio di un chilometro la nonna l’aveva presa, fatta a pezzi e affogata nell’olio patate e zucche, carciofi e melanzane, polli e conigli formavano ora abbaglianti piramidi dorate, dove la pastella svolazzava in riccioli barocchi ed era tanto ricca da rivelare la natura dei cibi soltanto nel palato. Una vera goduria. I pregi della variante in piedi della nonna si fermavano qua. Perché, appena si metteva a tavola (la testa spuntava a malapena sopra un piatto), più che mangiare, si preoccupava di controllare che non venissero commessi errori irreparabili. A tavola, quando c’era la nonna, TUTTO portava male. Guai a incrociare le posate, guai a mettere il pane a rovescio, guai a versare l’olio sulla tovaglia, guai a far cadere il sale, guai a gettare i gusci delle uova senza averli sminuzzati a dovere! Le più grandi catastrofi si sarebbero abbattute sulla nostra famiglia. La zia era caduta e si era rotta il femore dopo aver rotto il bottiglione dell’olio (tre litri però mica una goccia). La mamma era caduta e si era rotta il malleolo dopo aver versato il vino nel bicchiere della nonna con la mano sinistra. Possibile che tra l’olio, il vino e l’equilibrio delle donne di casa ci fosse un legame? Io qualche dubbio ce l’avevo anche sul potere delle posate: mia sorella le incrociava sempre nel piatto (sembrava lo facesse apposta, quella scema) ma non le era mai successo niente di niente, e andava perfino a sciare.

Questo pezzo è tratto da:

Se il mondo finisce a dicembre non pago Equitalia
Storie di ordinaria superstizione
AA.VV
80144 Edizioni, Ed 2012
Prezzo 10,00€

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