"Partigiano inverno", Giacomo Verri – I limiti della parola sperimentazione…


Fonte: Nel mondo di Marcel Proust


La definizione “sperimentazione”, a mio avviso, viene spesso utilizzata a sproposito. Solitamente quando non si sa dare una “definizione” a quel che si ha davanti, le si appiccica questa pecetta che sembra essere il passepartout che tutto giustifica. Il problema è che la cosiddetta “sperimentazione” ha necessità di avere una ragion d’esistere e solitamente non compare mai in un risultato netto, ma diventa un “tendere a un qualcosa- teoria o solo filosofia spicciola – che si contrappone ad una realtà di fatto” che, invece, esiste e vive di regole anche non dichiarate esteriormente, ma che sono essenziali perché ne definiscono l’identità. In questo caso la teoria è: può un libro che si fonda e si ferma rigorosamente nel passato utilizzare un schema di narrazione che invece appartiene ad un movimento come quello dannunziano proiettato verso un futuribile ignoto e utopico? Leggendo questo libro la risposta è no. Il risultato diviene in questo caso lezioso e autoreferenziale. In più, all’interno del testo,  si trovano contaminazioni di altre correnti accompagnate da citazioni che consegnano, in mano al lettore, un testo concepito in maniera puramente estetica che guarda all’assonanza dei vocaboli e non al contenuto di ciò che si dovrebbe raccontare. 


Ma cominciamo a capire di cosa si tratta. “Partigiano inverno”, è un libro che per stessa dichiarazione dell’autore, nasce per caso da una ricerca per altri motivi su un momento storico relativo alla Seconda Guerra Mondiale. Un libro similare doveva essere pubblicato nella collana “Gettoni” di Einaudi e avrebbe dovuto narrare vicende relative alle guerre partigiane in Val Sesia. Libro che non pare essere stato mai pubblicato. Verri, dalle poche informazioni reperite trova l’ispirazione per ricostruire la storia. Ora, posso stare al pensiero che egli abbia voluto adeguare il tipo di scrittura del periodo – anche se il libro cui fa riferimento sarebbe dovuto uscire molto più tardi ovvero nel 1958 – a quello che stava raccontando, ma lo stile dannunziano non era l’unico utilizzato. E infatti, insieme all’utilizzo massivo di terminologie desuete, che formano frasi talmente arzigogolate da essere veri blocchi da tradurre – a volte usate a sproposito e poi approfondiamo il perché-, si affiancano neologismi e vocaboli tipici dei dialetti della valle di cui stiamo parlando che contaminano il riferimento principale. Ma attenzione, l’utilizzo del termine dialettale, ammissibile in caso di dialogo di gente nel luogo, non comprare quai mai nel parlato  ma nel racconto fuoricampo. I dialoghi sono decisamente pochi. Quindi, la pratica prima della sperimentazione salta diventando invece una sommatoria di stili completamente diversi fra loro associati per estetica e non per la ricerca di un risultato omogeneo. 

Solitamente si dovrebbe partire da quel che c’è e, invece, qui è completamente saltato qualsiasi contatto della lingua ufficiale di allora e di oggi, per passare subito ad un altro. A questo aggiungiamo appunto il fatto che i partigiani di questo libro son tutti filosofi – c’è un’interessante teoria sull’anima che dovrebbe essere il 5° carro, ovvero una componente staccata ma al contempo attaccata al nostro essere, che però non viene svolta fino in fondo in una serata stellata-. Anche qui l’appunto è d’obbligo: non dico che i partigiani fossero tutti ignoranti, ma storicamente la formazione scolastica era quella che era e, di certo, i cultori della teoria non andavano in alta montagna a dormire sui tavolacci, a fare le ronde con la povera gente che viveva nel desiderio della liberazione e nell’utopia di vivere come nella grande nazione russa, di cui non conoscevano i Gulag, ma solo quelle teorie di uguaglianza che venivano loro propinate. Quindi pensare all’elogio del monti o della morte con citazioni greche e latine per me è decisamente eccessivo e non aderente alla realtà dei fatti. 

A questi aspetti se ne affianca un altro, che è decisamente verificabile comprando qualche libro. Erri De Luca e il famoso Corona che parla di alberi sono due amanti della montagna, come Verri. E la differenza con gli scritti di altro genere si vede proprio nella “mitizzazione”. Per darvi un’idea, sono all’opposto de “Il vecchio e il mare” di Hemingway perché se in quest’ultimo l’introspezione del vecchio che vede, nella sua contrapposizione con il mare e il pesce, la sintesi della propria vita e della propria morte, e questo è in comune con la componente di scrittori che amano la montagna, la scrittura, intesa proprio come linguaggio utilizzato, per temi di riferimento mare/montagna si discosta notevolmente. Hemingway sceglie percorsi tortuosi e ritorti con un linguaggio scorrevole mentre per la letteratura, chiamiamola “montana”, si sente la necessità di mitizzare, di ricreare sempre un nuovo Olimpo. Così nei libri del genere troverete sempre questi riferimenti al rapporto tra la natura incombente e all’uomo che la sfida e questa sorta di desolazione mista ad ammirazione alla grandezza del mondo che però sovrasta le storie e distrae dalla lettura.

Probabilmente è da qui che parte questa necessità di Verri di arrivare ad un nuovo approccio. Il problema è che proprio in questo: un paragone come quello dannunziano proprio non è la sua soluzione. D’Annunzio faceva riferimento ad un superuomo, all’utopia del futurismo, ma in questa sua teoria non ricomprendeva proprio la natura. Utilizzata spesso da fondo, ma spesso mortificata, nella sua presenza negli scritti, a favore di altre piccolezze – vedi le 10 pagine dedicate al merletto del tavolino davanti al bovindo che si apre su il vialetto da cui arriva una macchina rossa sportiva de “Il fuoco”- e il suo linguaggio aulico e a volte inventato serviva proprio a dare parola più a ciò che non esisteva e che fantasticava invece che a quello che c’era. Nel caso di Verri non si parla di cosa non c’è o di un’utopia, ma proprio di ciò che c’è stato. Il linguaggio articolato, ora ricercato ora dialettale parte con una presenza del 20% nelle prime pagine per arrivare a volte al 60% dalla metà in poi. Il risultato è che o il lettore legge senza capire ciò che legge ma non interrompendosi nella lettura – ma in questo caso significa non averlo letto proprio il libro (!!) vista una presenza di vocaboli così imponente – oppure fa come ho fatto io e altre colleghe del salotto, Exlibris e Cetta, e si mette pazientemente con un vocabolario che abbia ampiamente fatto il suo tempo o con internet a cercare per la metà o più del tempo i vari vocaboli. In questo secondo caso oltre ad avere la lettura rallentata escono fuori altri aspetti che non sono proprio edificanti. 

Vediamoli in sintesi: 
– Vocaboli desueti inseriti in maniera forzata nel testo. Ne prendo uno per tutti. L’aggettivo “ustonati” è stato motivo di ampie discussioni a casa di mia madre dove sono ancora degente. Io sono nata in una casa di lettori e noi siamo anche quelli che, se un termine non ci convince, ci portiamo anche a tavola il vocabolario. Ustonati nei vari vocabolari online e cartacei consultati è riferito a “desideroso”, ma con la postilla che dice nel caso degli umani “desideroso di cibo” e nel caso degli animali nel senso di “uggiolante”. Ustonati nel testo si trova associato come aggettivo per qualificare gli occhi del giovane Jacopo desiderosi di avere informazioni sulla resistenza da un conoscente. Quindi il “desiderosi” in questo caso è usato per “avere fame di informazioni”.  Ora mi si potrebbe dare della bacchettona, e in questo caso l’ho già ampiamente fatto da sola, ma se di sperimentazione si tratta questa trova un limite nelle regole del vocabolario. Tanta ricerca dovrebbe scaturire nell’utilizzo quasi pedante del vocabolario, proprio per prevenire qualsiasi forma di critica in materia. E invece, questo non è l’unico caso in cui questo avviene, e mano a mano che il racconto procede diventa sempre più complicato da leggere e sempre più votato a una “estetica dell’assonanza” invece che al bisogno, che dovrebbe essere connaturato al lavoro dello scrittore, di “raccontare”. 

– La trama non c’è. Tutto è raccontato al presente, ma i “presenti” sono due uno è quello passato e uno è quello postumo alla fucilazione dei partigiani. All’inzio invece sembra che il secondo “presente” sia odierno. Ma visto che è tutto raccontato allo stesso modo non si distingue. Si raccontano fatti legati tra loro solo dai giorni del calendario e si raccontano come visti al momento, quindi non c’è un perché o una riflessione. Sono lì messi in bella vista e pure il filosofeggiare del vecchio professore rimane del tutto autoreferenziale perché sospeso fra un prima e un dopo mai esplicitati totalmente. 

 – La questione montana. Le montagne e le catene montuose sono così tanto presenti che se dovessi dichiarare quali siano i protagonisti principali direi che sono proprio loro. Non credo di esagerare dicendo che forse il 40% delle descrizioni del libro sono destinate a catene montuose, così anche come la descrizione di Varallo – il paese dove avviene questa famosa fucilazione – che viene riproposta in modi similari, cambiando le parole ma non il succo della descrizione stessa più e più volte. 

E qui un appunto personale. Visto il periodo di ricerca, e visto che, dall’anno scorso, ne parlo e ne leggo: non fatevi irretire da finti riferimenti a Gadda. E’ una cosa che ho sentito spesso in questi giorni. La letteratura gaddiana, con questo genere, non ha nulla a che fare e il riferirsi a questo autore fa solo allusione allo stereotipo della “scrittura dialettale”. Gadda scriveva in dialetto per arrivare a tutti gli strati della società e infatti i suoi lavori man mano passarono di dialetto in dialetto cercando la forma più vicina alla lingua parlata da tutti, lavoro che aveva fatto prima di lui Manzoni che è l’autore a cui si rifà quando manca d’ispirazione. In questo caso, invece, il linguaggio aulico è un ostacolo alla lettura facilitata e quindi si pone all’opposto estremo della visione gaddiana della letteratura.

Ora, come avviene sempre, mentre leggevo mi chiedevo a chi destinerei questo libro. E devo ammettere di non aver trovato nessuno, ma una cosa la voglio comunque dire in aggiunta a tutto quanto rilevato. Sebbene abbia trovato queste e molte altre anomalie, questo lavoro dichiara che l’autore ha un certo talento. Nonostante tutto se lo si comprasse solo per l’estetica assonanza a mo’ di testo futuristico marinettiano, prescindendo dal soggetto messo al passato, avrebbe un suo recondito senso. Certo, rimane il fatto che come detto all’invio della recensione, la sperimentazione deve avere delle regole e queste devono costruirsi con un cambiamento progressivo e non in maniera così distaccata. Un libro per me deve essere leggibile e deve lasciarmi un storia o un pensiero ma qui non ne ho sinceramente trovate, l’unica cosa che ho letto è una serie di situazioni messe insieme. 
Nel salotto letterario dedicato a “Partigiano Inverno” ho scritto che sarò felice di leggere il prossimo libro di Verri, sperando sia scritto in maniera più scorrevole, per scoprire se il mio sesto senso ci ha preso ancora. Per ora questo libro, per me non ha le caratteristiche per poter essere acquistato come “narrativa semplice” (sotto il titolo compare furbescamente la dicitura  “Romanzo” e voi sapete che penso di queste pecette chiarificatrici!) e quindi chi volesse cimentarsi nella sua ardua lettura è giusto che sia “informato sui fatti” prima. 
Buone letture, 
 Simona Scravaglieri 

Partigiano Inverno 
Giacomo Verri 
Nutrimenti Edizioni, Ed 2012 
Collana “Greenwich. 2” 
Prezzo 17,00€



Fonte: LettureSconclusionate


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