[Dal libro che sto leggendo] Quattro soli a motore

Fonte: Neo Edizioni

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Comincia così questo libro, e, se rimanete alle premesse della prima pagina, non saprete mai quale straordinario lavoro sia stato fatto da questo bravissimo autore. Questo perché Corradino è un vero piccolo eroe che ci racconta la sua estate del ’78, che sarà quella che cambierà la sua vita. Che sia perché ad undici anni si comincia a crescere o perché cominciano a succedere cose nuove, non sarò io a dirvelo, ma posso essere certa di non essere smentita nel dire  a piena voce che, questo, è veramente un bel libro da leggere. In un mondo popolato da letteratura che si prende troppo sul serio e che non riesce a restituire in peso specifico quei temi che vorrebbe trattare a volte con troppa veemenza e a volte con, non poco velata, superficialità, Corradino, invece, con gli occhi di bimbo e con una dialettica pertinente alla sua età, ci rappresenta il mondo dei grandi e quello della fantasia, che dalla stessa prende spunto generando storie parallele che si intervallano nella seconda parte del libro, con lucido realismo. Così, le quasi trecento pagine di questo libro scorreranno fra le vostre dita e vi lasceranno quel buon sapore di quando si leggono belle storie e quella nostalgia per il piccolo grande Corradino o come sceglierete di appellarlo. Mi raccomando, mai chiamarlo Scrofa!
Per il resto vi rimando alla recensione. 
Buone letture, 
Simona Scravaglieri


1.


Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino. Quell’anno accaddero cose che ancora mi fanno tremare  e che adesso proverò a confidarvi. Possano ancora perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso. Perché una parte di me continua a pensare che i fatti si sono svolti così, che non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario. 

Il lento trapasso da memorie agresti a un futuro di bulloni e betoniere, il nostro è un paesino come tanti della Lombardia occidentale, a ridosso delle Prealpi e non lontano dal Lago Maggiore. Fareste molta fatica a trovarlo sulla pianta topografica. A meno che non sia una cartina dlla Comunità Montana della Valcuvia. Ma chi ce l’ha, in casa, una cartina della Valcuvia? Non passa per la testa neppure a noi che ci viviamo. Sareste da rinchiudere se ne aveste una. Cuviago è un borgo di millesettecento anime abbastanza stronzolotte e l’unica curiosità che ha da offrire si nasconde proprio nel suo nome: così come quello della valle, deriva dalla parola in apparenza scurrile. “Kuij”, di un perduto dialetto gallico, il cui significato era:”covo di briganti” – o almeno questa fu una delle due cose che lo zio Clemente Zancopè, marito di zia Trude, sorella di mio padre, fece in tempo ad insegnarmi prima di morire a poco più di quarant’anni. Io ne avevo sei. L’altra cosa che mi insegnà quel mite uomo barbuto fu che piuttosto che andare a sgobbare al cementificio Ruspazzi come aveva fatto lui, e farsi fottere i polmoni dalla silicosi, era meglio diventare un brigante, ma di quelli tosti. E magari rapirgli la figlia al Ruspazzi. 

La mamma beveva e papà mi picchiava. Ma questo non è il lamento del Corradino maltrattato, e se dall’inizio alla fine le mie chiappe e dietro le ginocchia ci saranno dei lividi, be’, non per questo verrò a piangere fra le vostre braccia. Sono un duro, io. E poi, chi vi conosce? I lividi fate finta di non vederli. Prima di spostarci a Cuviago, nel settembre del 1974, abitavamo a Lavinia, un posto più grande sulla spona orientale del lago.Insieme alla maggior parte degli abitanti di quel luogo, mio padre si guadagnava da vivere come operaio alla Ceramica. Nei primi cinque anni della mia vita, le mani su di me non le alzò mai ( al massimo minacciava “Guarda che ti volo addosso”, e io credevo che scherzasse), né mia madre bevve granchè. Tutto filava liscio. Fra loro parlavano di comprarmi un fratellino. Poi nella primavera del ’72 papà fu uno dei primi a perdere il lavoro, e la mamma il fratellino. Fu allora che le cose presero a precipitare. Papà non usciva più di casa. S’instaurò un’atmosfera d’angoscia , e io lì che l’assorbivo come un cuore assorbente. Ne assorbivo così tanta  che poi per sfogarla m’ero messo, all’asilo, a rubare i giocattoli custoditi dalle suore, a far sanguinare dal naso le femmine e a farmi la pipì addosso a tutto spiano. Una volta sganciai anche un fagotto grosso. Erano i miei modi di sfogare fuori tutta quella angoscia. Ma era impossibile smaltirla c’era sempre un’altra bella dose che aspettave al mio rientro a casa.

Quattro soli a motore
Nicola Pezzoli
Neo Edizioni, Ed. 2012
Collana “DRY”
Prezzo 15,00€ 

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