[Dal libro che sto leggendo] Il mistero delle tre orchidee


Biki (Elvira Leonardi 1914-1999) durante le prove nella sua Casa di Moda
Fonte: 150 anni
Con questo libro torniamo indietro nel tempo al periodo fascista. Come avevo accennato la domenica in cui vi avevo parlato di questo giallo, Il mistero delle tre orchidee, l’ho scoperto per puro caso mentre cercavo un documentario che ricordavo di aver visto su Youtube. Quello che ho trovato interessante è stato il fatto di avere sottomano un giallo del 1942, genere che all’epoca fascista non era ben visto (non si poteva scrivere né di morti violente, a meno che non fossero eroiche, e nemmeno di suicidi) e contestualmente ritrovarlo sceneggiato nel 1974 con una magistrale interpretazione di Paolo Stoppa. E’ stata come una caccia al tesoro il districarsi tra le due storie che hanno una radice comune – ma sono parecchio differenti fra loro visto il rimaneggiamento di ben 4 sceneggiatori per la versione televisiva-  e quindi seguire il giallo vero e proprio, e non farsi distrarre invece dai segnali indiscutibili degli espedienti dell’autore romano per evitare la censura e quelli invece che vengono cancellati dalla sceneggiatura su richiesta del regista, è stato molto difficile.
Rimane il fatto che le due versioni sono comunque accattivanti e che la trama scorre tranquillamente verso una fine nient’affatto scontata e, sia nel libro che nel telefilm, compaiono modi di dire che rendono al lettore il sapore di quel modo di scrivere ne non s’usa più. Un esempio per tutti è il punto in cui viene accusata una delle donne presenti (tante donne donne perchè è ambientato in una Casa di Mode) e l’accusatrice sentenzia: “Commissario è stata lei! E’ una donna di malaffare!”. Ma quando mai, oggi, ci capita di sentirlo più? 

De Angelis con questo lavoro e con altri due – “L’albergo delle tre rose” e “Il candeliere a sette fiamme” – si consacra a tutti gli effetti come un dei più importanti giallisti del periodo e i suoi libri avranno da quel momento altissime tirature. Il commissario De Vincenzi ha un approccio poirottiano al delitto. Chiede, interroga, non condivide con il lettore i suoi pensieri ma solo le sue azioni e la risoluzione è tipica degli stili in voga anche oggi. Anzi, è interessante scoprire che quel che riusciva a vendere ieri è ciò che vende oggi con nuovi investigatori dai vecchi metodi.

Quindi, se vi piacciono i gialli e vi preparate per l’estate sempre qualche titolo da acquistare per poi portarlo con voi in vacanza, questo, potrebbe essere un libro che fa per voi. Attenzione, non troverete spiegazioni dettagliate e pedanti di ferite, sempre per il succitato problema di censura ieri fascista e nel ’74 quella della televisione (quando ancora si cercava di fare lavori di qualità!). L’abilità del giallista sta anche in questo, dare l’idea del delitto violento e spostare subito l’attenzione del lettore sull’indagine e sui particolari per la sua risoluzione.

Che dire, attenti alle orchidee e buone letture!
Simona Scravaglieri



Cristiana O’Brian ha l’onore di invitare la S.V. Ill.ma alla presentazione delle sue nuove creazioni di primavera che avrà luogo dal giorno 9 marzo in avanti alle ra 15,30. Strettamente personale. 

Buta azzurra, lunga, rettangolare. Cartoncino azzurro. In alto, nell’angolo sinistro, una bianca colomba trafitta da u  lungo acuminato spillo d’oro: l’impresa di Cristaina O’Brian – Abiti, Mantelli, Pellicce, Corso del Littorio, 14. Di quei cartoncini ne furono spediti cinquecento, tutti strettamente personali. Ma ne giunsero a destinazione cinquecentodue. E i due ignorati dalla signora O’Brian e persino da Marta, che pure si piccava di saper tutto quel che avveniva nella Casa di mode di corso Littorio, recavano anch’essi un avvertimento: strettamente personale

Chi avrebbe potuto immaginare che nel “museo degli orrori” della Casa di mode O’Brian giacesse un cadavere? un cadavere fra i manichini di legno e di crine. Come quelli immoto. E con sul volto un ghigno terrificante: l’unico fra tutti, quel cadavere, ad avere lì sentro una testa e un volto… Se nel penitenziario di Kansas City non esistesse un regolamento che concede ai carcerati costretti a lavorare nelle miniere di carbone una riduzione di pena proporzionata alla quantità di carbone che essi estraggono oltre un certo minimo, il cadavere che aveva giaciuto fra i manichini del “museo degli orrori” non sarebbe andato a finire sul letto di Cristiana O’Brian e una collana di vetro avrebbe onestamente continuato nel suo ufficio di collana e non sarebbe servita a una definitiva quanto tragica bisogna.

Prima giornata: Giovedì 

Si sentiva stringere alla gola. Avrebbe voluto gridare. Un grido, uno solo, l’avrebbe liberata da quell’atroce impressione di soffocamento. Ma era appunto l’unica cosa che non doveva fare. Se qualcuno si fosse accort del suo terrore, sarebbe stato peggio; lei stessa avrebbe creato l’irreparabile. Lo specchio di fronte a lei, sull’altra parete, le rimandò l’immagine del suo corpo alto, così armonico, nella veste aderente di seta rossa. Un magnifico corpo di pantera in agguato. Ma il volto le apparve disfatto. Quel suo singolarissimo volto, asimmetrico, dalle sopracciglia sottili e arcuate, col piccolo naso camuso vibrante sulla bocca a cuore; quel suo volto, di cui ella conosceva l’impassibile maschera, questa volta l’aveva tradita e le si mostrava contratto da uno spasmo di terrore che lo rendeva odioso. Doveva dominarsi a tutti i costi.

Si provò a sorridere. Guardò attorno a sé le signore sedute sui divani e sulle poltrone tutt’attorno alle pareti. Oramai i tra soloni erano gremiti… tutta la miglior clientela di Milano, La più ricca, clientela davvero ideale per Una grande casa di mode, era accorsa al suo invito ed ecco che lei si sentiva svenire proprio lì, nel salone, davanti a tutti… Trovò la per togliersi dall’immobilità in cui il terrore l’aveva inchiodata e si mosse lentamente verso la porta del corridoio, la più vicina a lei.

In quel momento l’altoparlante annunciò il ritorno di una delle tre indossatrici.

Numero 2449… 24…49… Vestito da sera di marocchino nero ricamato a perline nere che formano un disegno di foglie d’ippocastano...”

L’indossatrice le passò dinnanzi – entrata dalla porta alla quale lei era diretta – e accentuò la cadenza  artefatta del proprio passo quasi danzante, il sorriso stereotipato sul volto dipinto, le mani protese in un gesti ridicolo di esibizione e di offerta. Cristiana sentì il mormorio sommesso dei commenti. Tutto le perveniva come un sogno febbrile. Aveva nelle orecchie il rumore del mare, denso, fondo e continuo, tanto il sangue le batteva rapido sulla nuca. Riuscì a raggiungere la porta, ad uscire sul corridoio. Marta, col suo abito di seta nera, di gran gala, così corto da scoprirle  i ginocchi, si ritrasse per lasciarla passare e la guardò un poco incuriosita ma subito la malizia del suo sguardo acuto si tramutò in apprensione. 

“Signora…” e le si avvicinò, pronta a sorreggerla.

“Nulla!… Sorvegliate le indossatrici… e soprattutto controllate i biglietti d’invito…”

“Ma voi, signora…”

“Nulla, vi dico!… Fa troppo caldo lì dentro…”

La direttrice ebbe un gesto, la seguì con lo sguardo, finì coll’alzare impercettibilmente le spalle. Cristiana si meravigliò di aver potuto parlare. Appena dentro l’ascensore, sedette. E di nuovo uno specchio tornò a metterla di fronte a se stessa. Adesso, poteva pensare. Che colpo aveva avuto!… Ma era possibile? Non si era ingannata? una rassomiglianza… sì, per quanto straordinaria, doveva trattarsi di una rassomiglianza… La bcca le si contrasse in una smorfia di disgusto. Disgusto di se stessa. Mai di fronte al pericolo ella aveva cercato d’ingannare il proprio cervello, d’illudersi. Anche quando e si era rivelata l’orribile verità sul conto di suo marito, aveva sopportato il colpo bravamente, con coraggio freddo e cosciente. E, freddamente, aveva preparato la fuga. Le cento astuzie  a cui era ricorsa per non fra trasparire nulla del suo progetto, Cristiana le aveva adoperate con sottile sagacia. Era in gioco la vita el’aveva difesa. ma adesso?… Tanto era assorta e sconvolta, che l’ascensore si fermò e lei no se ne avvide. Soltanto dopo qualche secondo ebbe coscienza dell’immobilità improvvisa in cui si trovava. Nell’aprire il cancelletto, quando si vide dinnanzi il lungo corridoio bianco, da pavimento a mattonelle rigate di nero, con le erme stilizzate disposte a riscontro sulle due pareti, fra porta e porta, che ne aumentavano la lunghezza, si chiese a quale scopo fosse fuggita lassù. Se veramente la dona che aveva veduta nel suo salone era colei che temeva – e lo era – come poteva sperare di sfuggirle, nascondendosi? Anna Sage non era venuta in Italia sola… E soprattutto non si era recata a quell’esposizione di modelli di Cristiana O’Brian, senza sapere chi era Cristiana… Doveva essere stato Russel a mandarvela; Russel che si trovava in Italia anche lui e che evidentemente l’aveva cercata e trovata. A mezzo corridoio si fermò ed entrò nella sua camera da letto. Ecco perché era fuggita. Per rifugiarsi in solitudine e perché aveva assoluto bisogno di distendersi, di gettarsi sul letto… Non poté farlo, però, perché il letto era occupato, ed era occupato da un cadavere. Questa volta Cristiana O’Brian Svenne e il tonfo del suo corpo sul tappeto si ripercosse cupo per il corridoio, senza peraltro turbare la fissità delle otto erme di falso marmo. 

Questo passo è tratto da:

Il Mistero delle tre orchidee
Augusto De Angelis
Sellerio Editore, Ed. 2002
Collana “La memoria”n° 509
Prezzo 12,00€

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