"Vite immaginarie", Marcel Schowb – Gli strani percorsi della letteratura…

Fonte: Ancient books
Quando ho rimesso mano al “Diario di un mese di libri” pubblicato Lunedì scorso, mi è venuto in mente di non aver recensito il libro di oggi; non è saltato fuori a caso, visto che questa settimana è stato come tornare indietro nel tempo per vedere quali attinenze ha con il presente. E, in questo caso, si parla di forme nuove di comunicazione in ambiti che, solitamente, pretendevano uno stile di scrittura completamente diverso e oserei dire anche soggetti di cui parlare che fossero selezionati con rigidi criteri. Invece Marcel Schowb, in questo caso, spezza la liturgia del racconto biografico portando una ventata di aria fresca in un genere letterario completamente immobile da secoli. Intanto ambientiamoci, Schowb nasce e muore a Chaville (1867-1905). Dal sito di :DuePunti (sempre al passo con i tempi!) troviamo:

Divise i suoi interessi di erudito e la sua passione di prosatore tra realismo e fantastico, inquietudine e vitalità, ripercorrendo talvolta le orme dei suoi grandi modelli: da J. Verne e Mark Twain a R.L. Stevenson, da Catullo a Rabelais e François Villon. La sua brevissima vita, tormentata da misteriose malattie mai precisamente diagnosticate e da una sensibilità fuori dal comune, lo spinse a rifugiarsi interamente nella letteratura, e – come segnalò più tardi Jorge Luis Borges – la sua stessa esistenza fu consacrata a compilare e comparare Vite immaginarie.

Gli strani percorsi della letteratura, citati nel titolo di questa recensione, si materializzano proprio in questo libro, ripubblicato ad Adelphi (era già in catalogo dal 1972), dove la biografia diventa opera narrativa a tutti gli effetti. Così le storie che si accavallano, tracciando un percorso immaginario che va dall’antichità a circa il 1800, e che diventano un modo per  vedere quali sono i cambiamenti della civiltà nel passare del tempo. Ora, stando a queste storie, non siamo molto migliorati. Si parte con leggende etere e piene di simboli di “onore” e “rispetto”, anche negli esempi negativi, dei miti con Empedocle, Erostrato e Cratete passando per per le vite romane Lucrezio, Petronio e Clodia, ci ritroviamo a leggere di  un pittore come Paolo Uccello, il dissacrante Cecco Angiolieri, arrivando a “Katherine la merlettaia” finendo – è fra le ultime vite raccontate – a sorridere della sfortuna immensa di Walter Kennedy ).
Ora, se una parte di questi nomi non li conoscete o non li ricordate, soprattutto gli ultimi due, non datevi degli ignoranti, perché questo è il vero colpo di genio di Schowb (di cui, alla fine di questa recensione, è possibile che sappia correttamente scrivere il cognome ma non pronunciarlo!)che ha affiancato le biografie di personaggi storici con quelli di illustri sconosciuti alla storia.

In fondo la biografia ha sempre avuto parole accademiche ed esempi altisonanti. Ma se riandiamo alla memoria delle “Sei lezioni di storia” di Carr, sicuramente più recenti di questo scritto, l’autore o meglio lo storico deve scegliere “i fatti”– ovvero gli eventi storici e quindi anche gli esempi di vita – selezionando quelli che hanno che secondo lui hanno rilevanza (storica). E L’autore di “Vite immaginarie”, nel 1896, fa proprio questo con la pubblicazione del suo libro. Va anche oltre perché quando parlo di raccontare con uno stile narrativo, non intendo solamente scrivere in un modo scorrevole e diretto ma anche trattare le storie come fossero dei piccoli romanzi a sé stanti. Nessuna storia cita date e nemmeno luoghi di nascita o di morte e nessuna ha una serie di eventi elencati che segnano il ritmo dello scorrere della vita di questo o quel personaggio. Marcel preferisce raccontare in maniera sintetica e per punti focali le caratteristiche di ogni suo beniamino. Li seleziona come uno storico e li presenta creando la storia attorno, sopra o anche sotto, e aggiungendoci quel pizzico di fantasia che renda quella storia più convincente o avvincente.

E in questo caso l’affiancamento di personaggi famosi o no, trattati tutti alla stessa maniera non guasta, anzi rende il tutto, non solo omogeneo, ma oserei dire democratico. Tutte le storie paiono avere un peso identico e questa forma di uguaglianza biografica non è noiosa. Son i particolari arricchiti e a volte divertiti che spingono il lettore a proseguire nella lettura fino alla fine certo e curioso di sapere le sorprese che gli riserveranno la prossima storia e quella successiva. Alla fine, però, viene da fare delle considerazioni di massima che trascendono dalla leggerezza che ci si aspetterebbe di avere, pensando che si sta leggendo qualcosa di trattato con serietà volutamente leggera. Se si confrontano le prime storie, dove l’epico personaggio sparisce lasciando solo la propria scarpa, a ricordo del suo stesso mito e sacrificio, a controbilanciare si trova un Kennedy che ha costruito la propria vita fondandola sul desiderio di divenire anch’esso un mito. Kennedy è uno capace di costringere i suoi servitori ad ascoltare alla sera ore e ore di racconti dei pirati, che investe i suoi soldi in un galeone e che imbarca gli stessi servitori per fare i pirati per i mari. Eppure il confronto con il mito, il pirata da lui stesso ammirato, si scontra con la dura realtà, anche lui (il mito), nonostante siano anni che sfugge alla cattura, alla fine viene preso. 
E così all’uscita di scena di Empedocle, che lascia solo dietro di sé il racconto del sandalo di bronzo intravisto dallo schiavo che sancisce la costruzione del mito, fa eco la distruzione di un altro mito, ovvero quello di Kennedy, che è costretto a scoprire che a volte è meglio che rimangano scritti sui libri e non vissuti in prima persona. E di questi parallelismi ce ne sono parecchi, ma sempre costruiti nel tempo, ovvero ai primi che sono sempre consapevoli di quello che realmente è il loro ruolo corrisponde una crescita della società e l’altrettanto degrado dell’essere umano che si nutre dei miti precedenti, a volte, in maniera troppo ossessiva o ortodossa. E, laddove il mito corrispondente non ci sia in maniera evidente,  come avviene per la merlettaia, a fare le sue veci c’è il destino crudele e insensibile che decide di privare una donna che ha già avuto sfortuna, portandola al bisogno e infine alla morte.

Dopo aver sorriso di Paolo Uccello, che disegna cammelli al posto dei camaleonti perché,  come dice Schowb, non sa come sono fatti, vi ritroverete alla fine a rileggere a mente le varie vite e a confrontarle e, a quel punto, assocerete una storia al suo corrispettivo futuro o passato. E’ un processo naturale e di assimilazione indiretta, che fa sì che questo libro lo ricorderemo riportando alla mente le stesse caratteristiche dei miti che l’autore ha usato per costruire queste biografie immaginarie. E’ in fondo a questo modo che la mente solitamente ricorda di più proprio per quei particolari ritenuti futilità e folklore, che ci fanno sorridere o stupire,  che rimangono con noi sotto una forma simile ad un grande gossip storico.
Certa che sorriderete come me, vi invito a provare a leggerlo, e qui trovate l’assaggio che ho postato a Dicembre 2012 [Dal libro che sto leggendo]
E possiamo dire alla fine che nemmeno questa corrente rinnovativa sulla saggistica storica, di cui ho parlato questa settimana nei due post precedenti, è una novità bensì è un qualcosa che, ad ondate, è sempre stata provata e da come si può vedere con Marcel Schowb, che è ancora considerato uno dei grandi scrittori francesi, è anche sempre stata apprezzata nel momento in cui è stata proposta al grande pubblico.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Vite Immaginarie
Marcel Schowb
Adelphi Editore, ed. 2012 (ristampa)
Collana “Gli Adelphi”
Prezzo 12,00€




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