"Siamo spiacenti", Gian Carlo Ferretti – Guardare il futuro nel proprio passato…

Fonte:Beaufort Books

Quando ho iniziato la rubrica “Un mese di libri” ho scritto che, solitamente, non sono io che scelgo i libri ma sono loro che scelgono me e, questo, è un caso classico: il libro di oggi è stato acquistato a Milano a Novembre, l’ho preso perché mi sono lasciata incuriosire dall’argomento. E’ la Storia dell’editoria al contrario ovvero non si parla dei successi ma dei rifiuti ai manoscritti proposti per la pubblicazione. Poi mi sono ritrovata a leggere altri saggi in argomento e quindi, oggi, fa parte di un percorso di letture che comprende circa 9 libri che ho preso nel tempo, con intenzioni e curiosità differenti, e molti altri che ho accumulato nelle mie wish list.
L’interessante in questo genere di saggio non sono poi tanto le informazioni relative a questo e o quell’autore che viene rifiutato, perché si perdono nel tempo, ma guardare al sistema nel suo insieme. Solo la visione d’insieme, seguendo le puntuali indicazioni di Ferretti, ci restituisce una guida puntuale che ci indichi come guardare all’evoluzione dei gusti e della gestione della pubblicazione delle case editrici sia in funzione dei cambiamenti storico-politici che quelli sociali. Evoluzione che in questo lavoro parte dagli anni ’20-’30 e traguarda ai giorni nostri. Tra i fattori da tener presente per questo genere di valutazioni l’autore  evidenzia:
– il fatto che tanta ricerca rimane sempre parzialmente completa a causa del tipo di documentazione (lettere, appunti etc) che nel tempo può essere andata distrutta o persa;
 – che la storia ci testimonia  una sorta “provvidenza” che salva i lavori buoni che alla fin fine trovano una strada per la pubblicazione nonostante i vari rifiuti che hanno incontrato per strada;
–  il rifiuto alla pubblicazione in parte dei casi, oggi avviene più spesso, era motivato da questioni di aderenza o no del manoscritto alla linea editoriale della casa editrice che lo aveva ricevuto e, laddove possibile, chi rispondeva suggeriva all’autore di sottoporre il proprio lavoro ad una casa editrice più adeguata;
– gli autori, man mano che ci avviciniamo ai giorni nostri cominciano a mandare i propri lavori a “tappeto” senza distinzioni di mission e di tipologia di autore e per tutta risposta all’invio massivo dei lavori si sono diradate le risposte da parte degli editori e, aggiungerei io, quasi nessuno lo fa più.

A queste considerazioni, corrisponde un quadro più grande che ci racconta di responsabili di collane, consulenti, lettori e redattori nonché correttori di bozze che erano scrittori e che quindi sceglievano non solo in base ad un talento naturale, che permetteva loro di individuare il materiale più adeguato per il mercato, ma anche che avevano alle spalle lunghe gavette, come fu quella di Calvino all’Einaudi affiancando Vittorini. Si intravedono chiusure e aperture ad autori dovute non solo a questioni puramente “letterarie”, e quando lo sono esse vengono spiegate in maniera minuziosa nelle lettere di risposta, ma anche per ragioni di simpatia. Come la storica antipatia fra Bevilacqua e Pasolini (che aveva definito Bevilacqua, Berto e Prisco “letterati di second’ordine”) che si trovano finalisti al Premio Strega del 1968. Fu l’edizione più polemica fra tutte quelle sin qui svolte, racconta Ferretti, perché Pasolini prima condannò la raccolta voti e poi scriveva a chiunque per ottenerne. La sorte fu favorevole a Bevilacqua. E Garzanti si ritrova a dover scrivere a Bevilacqua che potrebbe abbandonare i propositi di collaborare con loro per i suoi rapporti con Pasolini.
Si legge anche molto altro fra queste righe come le grandi discussioni ai consigli torinesi dell’Einaudi, che nasce con una missione di diffusione della cultura con una decisa scelta soprattutto nella sezione saggistica e nella letteratura emergente, e delle scelte invece di mercato, che sono una mission di partenza e non una eredità berlusconiana, di Mondadori (in cui lavorava anche Bompiani prima di uscirne quando da Verona si spostarono a Milano). E’ una mission evidente già all’epoca del duce, come dice anche Bonsaver ne “Il Mussolini censore” ed è un’eredità che Bompiani si porta nella casa editrice che fonderà e che sarà in comune anche Rizzoli, quando deciderà di scendere in campo nella battaglia editoriale.

A sottolineare queste “guide editoriali” Ferretti usa un folto elenco di autori, maggiori o minori, che sono stati rifiutati, raccogliendoli per periodi e per casa editrice e da questa lettura viene fuori anche un altro particolare ovvero che i rifiuti non sono a senso unico. A volte possono essere fatti anche dall’autore al momento di vedersi tagliato parte del lavoro o alla richiesta di una riscrittura. A volte il capo di una collana segnala il manoscritto e la dirigenza commerciale o anche il consiglio, come avviene per Einaudi, boccia la proposta o non prosegue con la formulazione del contratto e infine a volte le richieste dell’autore sono troppo pesanti da costringere l’editore a riconsiderare il contratto o nel caso di non rispetto degli accordi, come avvenne per Gadda per Mondadori, a non accettare lavori diversi da quelli richiesti.
A questo racconto puntuale corrisponde invece un taglio, voluto o no su un paio di questioni, la cui mancanza stride. 

Il primo è il  caso Salamov; in questo, il ritratto della questione è citato in  maniera parziale e veloce e, invece secondo me, merita che se ne parli in maniera un po’ più approfondita. Salamov è un autore abbastanza atipico,  “scriveva per sé stesso e non per gli altri” elaborando un “lutto” (quello di aver fatto quasi 15 anni di Gulag). In Italia arriva tardi per più motivazioni, tra cui la questione della traduzione – ovvero la difficoltà di trovare qualcuno in grado di tradurre il gergo del Gulag (limite non solo nostro) – e perchè lui stesso, al ritorno dalla regione della Kolyma vive una profonda crisi e si sente controllato dal KGB e non vuole che i suoi lavori escano dal territorio russo – arriva persino a condannare Pasternak per aver fatto uscire i suoi -. Quando finalmente, grazie agli amici dell’autore, questi arrivano in Europa per l’Italia Piero Sinatti (che aveva già tradotto 30 racconti dello stesso autore nel 1976- “Kolyma. Trenta racconti dai lager staliniani”, Savelli Editore) traduce per Einaudi “I racconti della Kolyma“*. 
L’introduzione del volume sarà un’intervista. Infatti Sinatti con l’allora referente editoriale – o redattrice, non so come si definisca il ruolo se lo sapete fatemelo sapere anche in un commento! – Raffetto scende a Napoli, dopo aver preso accordi con l’interessato, per fare una “conversazione” . Conversazione che avviene, proprio nel salotto di Gustaw Herling, cognato di Benedetto Croce, di origini polacche e reduce anche lui dei Gulag (ma quelli degli stranieri). Siamo all’incirca nel 1998. 
Il 4 Maggio del 1999 Herling riceve da Mauro Bersani una lettera in cui gli si comunica che l’intervista non verrà utilizzata perché “I racconti della Kolyma”, che doveva uscire o nella Nuova Universale Einaudi o nei Supercoralli, uscirà nella collana Millennium per la quale l’intervista “sembra un po’ troppo informale, giornalistica, insomma inadatta al tipo di libro” , aggiungendo, più in là, che la decisione di spostamento è anche dettata dal fatto che la “grandezza di Salamov scrittore, è invece ancora da acclarare“. Aggiunge degli appunti sul fatto che in questa “conversazione”, per le prime 15 pagine, non si parla praticamente dell’autore  ma solo di Lager, Gulag e relativi corollari.
A questa ultima dichiarazione, Herling capisce subito l’antifona. E’ in parte vero che si parli di Gulag, anche perché il pubblico italiano, dal dopoguerra in poi, non conosce affatto questa realtà (che era stata nascosta al mondo e quando si dichiara la chiusura vengono completamente smantellati e cancellati). ma salta all’occhio  una affermazione, sui  Lager Nazisti, che contesta una recensione di Levi fatta al libro di Sinatti del 1976:


Di qui la risposta piccatissima a Bersani, che però denota un letterato d’altri tempi e con un gradissimo spirito:

“Gentile Dottor Bersani,avrei potuto benissimo fare a meno di rispondere alla sua lettera del 4 maggio. Ma non le darò questa soddisfazione. Appartengo agli scrittori della razza “Orwell” (tanto vilipeso dal vostro Calvino nella lettera a Pampaloni), sempre pronti a bollare la human stupidity in nome della human decency.”

Prosegue dichiarando che, la lettera di Bersani, denuncia una sola cosa: che non hanno letto il libro che stanno per pubblicare che è “una bomba che i lettori del vostro volume in preparazione non potranno non udire anche senza l’aiuto della prefazione di Sinatti e mia”. Termina promettendo che il lavoro fatto un anno prima, visto che la comunicazione arriva proprio dopo quel periodo di tempo, non andrà perduta ma verrà pubblicata lo stesso. 
E infatti esce a marchio L’Ancora del Mediterraneo, casa editrice napoletana che nasce proprio l’anno successivo, che lo inserisce nella collana Gomene “ricordare, raccontare – Conversazioni su Salamov”- ed. 1999, di Gustaw Herling e Piero Sinatti – corredato di tutte le lettere, comprese di quelle che vi ho riferito. Per i puristi, Gustaw Herling fu a lungo osteggiato dalla cultura italiana e per poter lavorare contò più sugli amici- tra cui spicca Ignazio Silone – che sugli editori o su capi redattori delle riviste letterarie  proprio per questo suo essere “Orwelliano”.

Altra mancanza è il caso Saviano, per il quale probabilmente non esistono carteggi o non sono disponibili.

Mentre scorrono gli anni, costellati da rifiuti e salvataggi tra la ricostruzione dei due rifiuti di Pavese (all’epoca lavorava per Einaudi) a “Se questo è un uomo” di Levi, quella della leggendaria dei due rifiuti di Vittorini (e non è stato lui) a “Il Gattopardo” di Tommaso Tommasi di Lampedusa, si arriva a scoprire che l’esercizio dell’auto-pubblicazione non è una pratica contemporanea figlia della digitalizzazione che rende il tutto meno costoso e che la pubblicazione a pagamento che tanto fa discutere oggi è stata la di accesso di alcuni famosi di oggi e di ieri. Tra i casi più recenti si citano Camilleri che, non riuscendo a pubblicare il suo primo libro “Il corso delle cose”, nel momento in cui arriva a portarlo in tv, stipula un accordo con un editore a pagamento, in cui questi si impegna a pubblicarlo e in cambio viene citato nei titoli di coda dello sceneggiato. E’ il 1978. 
Ai pochi predecessori citati viene proposto o una partecipazione alle spese di stampa o addirittura il pagamento totale. Ma in un clima meno ingolfato di quello attuale – che ha cominciato ad ingigantirsi dopo la crisi delle case editrici degli anni ’80 – quando, al momento della pubblicazione, sopraggiungeva il successo detti autori venivano ripescati dalle case editrici maggiori cosa che è quello che dovrebbe avvenire anche oggi se non ci fosse una marea di autopubblicanti tra cui è difficile trovare la perla rara. E’ avvenuto con Moccia con “Tre metri sopra il cielo” nel 1992 ed è successo con la stampa del discutibile ma fortunato per l’autrice successo di “Cinquanta sfumature di grigio” e libri successivi (che sono un caso inglese, uscito in autopubblicazione e messo poi sotto contratto e con la cessione dei diritti per Mondadori successiva). Quest’ultimo caso non lo trovate citato, perché troppo recente.
Da questo tipo di sfaccettature se ne deduce che il periodo che stiamo per attraversare non ci darà grandi prospettive, perché se ieri la letteratura che emergeva era o sperimentale o grandi libri che diventeranno dei classici, oggi ci troviamo invasi di titoli che non hanno la necessità di rimanere sugli scaffali per secoli, ma sono scritti per il successo di una stagione. A questi se ne affiancano una miriade che nicchiano al libro di moda e che propongono più o meno gli stessi titoli fino ad esaurimento del filone, cosa che potrebbe esser considerata una fortuna per chi ha la passione solo per un genere, ma ch non sempre è un generatore di effetti benefici.
E’ dall’approccio alla pluralità di contenuti e di stili che nasce la flessibilità e la creatività del lettore nel ricreare, elaborare, far proprie o rifiutare le immagini e i pensieri degli autori e che garantisce anche l’evoluzione del pensiero. Pertanto questo genere di indirizzo che persegue solo il mercato non può che portarci ad un generale appiattimento della cultura diffusa e non può che facilitare nei lettori più allenati al ritorno dei grandi classici abbandonando la letteratura contemporanea. 
Non ho letto il libro precedente del 1991 “Il gran rifiuto: storie di autori e libri rifiutati dagli editori” a firma di Mario Baudino ma recupererò appena possibile. Rimane il fatto che pochi  libri, che propongono temi simili, sono in circolazione. Studi come questi ci permettono di avere anche il polso della costruzione della “cultura e del pensiero” del periodo che viviamo e del suo   processo di mutamento che risente sia delle questioni di mercato, ma sopratutto di interessi che a volte, anzi oggi pare sempre di più, trascendono dalla questione purista del discorso “letterario” e divengono più discorsi di margine di profitti, quasi che il pensiero mondadoriano, già presente dagli inizi, sia l’unico praticabile. A questa “logica de margine di profitto” che “da al mercato ciò che vuole” non corrispondono però, allo stato di fatto, la conservazione di collane e spazi di nicchia che possano riservare al lettore meno sprovveduto una oasi di cultura, che magari vende di meno ma è sicuramente di qualità superiore. Anzi, come sottolinea Ferreri, nascono collane nuove e quelle che rimangono perdono la loro caratteristica e mischiano fra i loro titoli generi e autori diversi senza alcuna logica. 

A chi consigliare questo libro? E’ difficile nella misura in cui bisogna avere un doppio sguardo come evidenziato. E’ una miniera di informazioni e di riferimenti, anche bibliografici, puntuali e  che spingono ad approfondire l’argomento, ma al contempo non è adatto a chi pensi di trovarsi tutto a disposizione immediatamente. Capita infatti di trovare nomi famosi ai più solo nei periodi di pubblicazione e in alcuni casi gli autori diventano anche collaboratori delle case editrici e quindi raramente, ma succede, si può incorrere in qualche confusione. L’elenco di date e nomi è dovuto e fa parte della ricerca, quindi, è da considerarsi, come il Gadda di Pedullà, una via di mezzo fra il vecchio stile della saggistica e il nuovo corso.
Inutile dire che a me è molto piaciuto,
buone letture,
Simona Scravaglieri
*I lavori di Salamov sono in gran parte, anzi nella totalità per le opere in prosa, composti di racconti. In Italia sono stati pubblicati prima da Savelli, poi da Einaudi, alcuni da editori minori e infine da Adelphi che li ha riuniti per epoche in “I racconti della Kolyma” (seconda prigionia) “La Visera” (prima prigionia) e “La quarta Vologda” (biografia dall’infanzia fino al primo arresto). Sono citati in ordine inverso perché l’autore li ha scritti in quest’ordine e dal primo all’ultimo si nota anche l’avanzare della malattia che porterà poi Salamov alla morte nel 1982.

Siamo spiacenti
Controstoria dell’editoria italia attraverso i rifiuti
Gian Carlo Ferretti
Bruno Mondadori Editore, Ed.2012
Collana “Saggi_Bruno Mondadori”
Prezzo 20,00€

Fonte: LettureSconclusionate

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