"Mandami tanta vita", Paolo Di Paolo – Saper ascoltare e vedere i silenzi…

Fonte: Taccuino di Casabella

Questa foto fa riferimento ad un periodo che, probabilmente, è la fine dell’ottocento ma racchiude, per me, il sapore della Torino come l’ho sempre vissuta io quando ci sono stata. Se infatti togliamo i militari, c’è praticamente quasi tutto: la profondità e prospettiva delle strade, gli immancabili portici, i bar dove il caffè e l’aperitivo sono un’arte, gli avventori sempre compunti che sembrano dover partecipare ad una cerimonia e quel senso di melanconia anche quando si è in un luogo affollato. Mentre leggevo il libro di cui vi parlo oggi, percorrevo questi portici quasi senza il suono dei veicoli, sentendo i miei passi e i discorsi sommessi dei clienti dei bar. Ho guardato le vetrine piene, ma sempre ordinatissime, di prodotti racchiusi nelle scatole di latta, come s’usava una volta, con stampe di immagini di donne felici, disegnate a colori sgargianti. Ho intravisto anche un piccolo negozio di alimentari dove due anziani signori sentivano il peso di una perdita troppo grande per dei genitori: quella del figlio. 

Più tardi mi sono seduta fra i banchi di una sonnacchiosa aula universitaria alla facoltà di Lettere dove, al tono lamentoso di un professore universitario che commentava Dante si contrapponeva un gruppetto di ragazzi che discuteva animatamente di non so quale dilemma politico disturbando, non solo me, ma anche tutti coloro che dovevano seguire quel corso. E’ caduto un libro. S’è fatto silenzio. Il mio vicino di banco, Moraldo, insieme agli altri si è voltato verso il punto da dove veniva il rumore. Il professore ha chiesto il silenzio o di abbandonare l’aula a chi non era interessato ricevendo, in risposta, una dichiarazione da parte di uno dei ragazzi che disturbavano che, mentre si chinava a raccogliere il libro caduto, lo accusava di annoiare a morte il suo uditorio. E mentre io ammiravo tale coraggio gli occhi di Moraldo dichiaravano tutta la propia antipatia e poca sopportazione verso l’ardire fuori luogo del facinoroso giovane. Ma in fondo a tutto quel disprezzo c’era una scintilla, una luce che dichiarava altro.

Ho mescolato un po’ le carte, la lezione di letteratura è proprio all’inizio del libro come ve l’ho riportata nel [Dal libro che sto leggendo], ma ho effettivamente vissuto quasi come un fantasma, che segue i protagonisti di questo romanzo, leggendo queste pagine. Come detto nello stesso post, l’autore qui si presenta sotto una luce diversa e perfettamente attinente allo spirito torinese che non è mai ostentato ma, se si riesce ad ascoltare i silenzi, può raccontare un sacco di storie. Silenzi, riflessioni, sguardi indagatori e altri completamente liberi da ogni pensiero, domande e dubbi riempiono queste pagine rese interessanti dal continuo contrapporsi delle due figure principali quella di Moraldo e quella di Piero Gobetti. Entrambi hanno delle cose in comune: sono giovani, studiano, vivono in una Torino nel periodo del regime fascista, vengono da due famiglie non abbienti (il primo dalla provincia ed è figlio di un negoziante di scarpe e il secondo figlio di genitori commercianti nel campo alimentare) e infine vogliono fare la differenza, perché in fondo sono i primi della famiglia ad andare all’Università.
Dall’altro lato, invece, la contrapposizione è visiva e invisibile al tempo stesso; esteriormente Gobetti è un pavido che sfida la vita di petto, si sposa giovane e diventa anche padre, sfida il duce in persona dalle pagine dei giornali, tiene lezioni ai compagni e fonda riviste e una casa editrice e Moraldo si presenta come il suo opposto. Timido e sempre indeciso, con un solo amico a Torino dove risiede, su imposizione dei genitori, presso una coppia attempata e molto fuori dai “giri”. Non ha ancora trovato quella strada per uscire allo scoperto, la sua Strada, quella importante. Eppure dentro di loro pulsa questa voglia di fare cose grandi, ma a Piero in fondo spaventano, perché mettono in pericolo i suoi cari e soprattutto perché il tempo è sempre troppo poco. Moraldo invece arde dalla voglia di varcare quel confine “sicuro” attraverso il quale si muove, non vuole fare il percorso normale dei suoi coetanei, vuole concorrere da subito alla creazione del suo mondo, deve solo fare uno sforzo in più.

Vi aspetterete che io vi dica la solita storia “descrive un’evoluzione” ma, invece, qui non c’è, anzi c’è ma non è affrontata, perché non ne è il tema principale. Il focus qui è incentrato sulle pulsioni giovanili di due ragazzi che si muovono in un mondo fermo e in attesa degli eventi che verranno. Non sono pulsioni sessuali ma mentali, sono pari ai movimenti delle cavie nelle gabbie. Che la gabbia sia costruita dalla politica, come avviene per Gobetti, o dalla “convenzione”, per Moraldo, il punto non è per forza vederci un’evoluzione ma osservare come ogni cavia si muove nel suo ambito ristretto. E quella che potrebbe sembrare un’azione statica diventa invece ritmata perché l’autore inserisce il “caso” – dove la storia si potrebbe fermare in un punto morto, perché i protagonisti non hanno occasione di incontrarsi o scontrarsi – che si presenta come un “deus ex machina” a dare nuova spinta alla trama.
Tanti dialoghi interiori ci fanno entrare negli animi dei due giovani e ci restituiscono un quadro chiaro del periodo suggerendoci altresì che, cambiano le epoche ma gli istinti giovanili non cambiano mai. Siamo sempre tutti uguali nell’epoca tecnologica come prima, quando la tecnologia era la lampada a gas da accendere con il cerino. 

Per costruire una storia così, che si regge in piedi da sola, costeggiando la storia e la vita di uno degli esponenti più temuti dal regime nascente mussoliniano e la geografia di due città, Parigi e Torino degli inizi del Ventennio, non servono toni urlati o la voce alta. Basta un tono sussurrato adatto sia ai dialoghi interiori, che ci presentano ciò che vedono, e anche allo stile di una città, come Torino, operosa e discreta ma con dietro un mondo di vite e di storie attaccate alla loro città di appartenenza come foto in bianco e nero un po’ sbiadite ma sempre affascinanti. 
Oserei dire affascinanti come questo romanzo. 
Un libro che rimane nella cinquina del Premio Strega di quest’anno ma che, forse, viste le precedenti premiazioni, è troppo bello per vincere.
Buone letture, 
Simona Scravaglieri


Mandami tanta vita 
Paolo Di Paolo 
Feltrinelli Editore, ed 2013 
Collana “Narratori Feltrinelli” 
Prezzo 13,00€

Fonte: LettureSconclusionate

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