[Dal libro che sto leggendo] La città degli angeli

Fonte: Marriot
Non è un libro in lettura oggi, anzi lo è stato parecchio tempo fa, a Dicembre 2011 (la recensione è qui: La città degli angeli). E allora perché lo ritiri fuori? Perché da allora credo di averlo riguardato più di una volta. E’ uno di quei libri che non t’abbandonano mai, rimangono lì a ricordarti che quella porta, con sopra scritto fine, non s’è mai chiusa. E non credo che si chiuderà nemmeno ora. Mentre guardavo i papabili per questo appuntamento mi sono ritrovata a scorrere quelle pagine con la curiosità di ieri e il sapore di una nuova consapevolezza del giorno dopo, e mi sono detta che se proprio dovessi partire all’improvviso e non potessi portarmi più di un libro, forse, anzi quasi sicuramente è questo che porterei.

E’ una somma di viaggi: quello fisico dalla Germania a Los Angeles, quello spirituale dalla donna che era nel periodo della divisione della Germania poi c’è quello storico, nella vita e nei controlli oppressivi di una Berlino Est sotto il giogo russo e familiare, ovvero la ricerca delle proprie radici e infine anche nel futuro. Tutti questi percorsi che si incrociano tutti nell’unico nodo rappresentato dalla protagonista e autrice hanno inizio, e non poteva essere altrimenti, nel Nuovo Mondo, metafora di terre nuova e quindi incontaminata e, in questo caso “tela bianca” sulla quale riscrivere e riscriversi per potersi guardare con nuovi occhi.  

Non importa chi pensiamo di essere perché la reale percezione di noi stessi l’avremo solo quando sapremo guardarci da un lontano distacco, senza necessità di giudicare le nostre azioni o i pensieri e le scelte che abbiamo fatto. La vita come la Storia, pretendono distanza per essere inquadrate nella giusta visione d’insieme. I viaggi non terminano alla fine del libro, anzi convergono in uno nuovo, che è quello della consapevolezza che ci fa, a fronte di una nuova comprensione di noi stessi, capire le nostre azioni e pensieri in maniera diversa, matura e forse come lo definisce anche lei a modo suo “[…] vecchiaia. Eccola, la parola, è già finita sulla carta, in modo sufficientemente casuale, la parola la cui ombra all’epoca, più di un decennio e mezzo fa, mi lambia soltanto, e che nel frattempo si è così infittita da farmi temere che diventi impenetrabile […] 

Non si è necessariamente “vecchi” solo per l’anagrafe, lo si è nel momento in cui la relazione con noi stessi diviene consapevole e nemmeno questo termine, come avviene spesso, ha per forza un brutto significato. Perché la vecchiaia, quindi la nuova consapevolezza, dovuta all’esperienza e alla nuova consapevolezza è sinonimo anche di rinascita che viene dall’affacciarsi alla vita che ci aspetta con nuovi occhi e con nuove aspettative. Leggere o rileggere questo diario intimo, appassionato e che narra la lunga sofferenza per arrivare a questo nuovo stadio della vita e che si pon come testamento di una vita dedicata alla scrittura e alla cultura di una donna che ci ha abbandonato forse troppo presto ha un effetto positivo a chiunque vi si avvicini. Probabilmente è per questo che questo libro, che attende questa rubrica da tempo immemore, fatico ad abbandonarlo fra i letti.

Imperdibile, non si può dir altro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri




Nessuno scrittore è in grado di rendere
la reale consistenza della vita vissuta
E.L. Doctorow 
CADERE DALLE NUVOLE 
Ecco la frase che mi venne in mente quando aterrai a L.A. e i passeggeri del jet tributarono un applauso al pilota che aveva guidato il velivolo sull’oceano, puntando sul Nuovo Mondo dal mare, girato a lungo in tondo sopra le luci della gigantesca città e infine si era posato a terra dolcemente. Ricordo che mi ripromisi di usare la frase in seguito, quando avrei scritto dell’atterraggio e del soggiorno sulla costa straniera che mi attendeva: cioè adesso. Non potevo immaginare che avrei sprecato tanti anni in tentativi ostinati di giusta approssimazione alle frasi che a quella prima frase dovevano seguire. Mi ripromisi di imprimermi in mente tutto, ogni dettaglio, per dopo. Innanzitutto l’agitazione che il mio passaporto azzurro provocò nell’agente biondiccio e muscoloso che controllava minuziosamente e severamente i documenti di chi entrava nel paese: lo sfogliò a lungo, studiò ogni singolo visto, poi si prese  la lettera d’invito pluritimbrata del CENTER, sotto la cui protezione avrei trascorso i mesi seguenti, infine volse su di me gli occhi celesti: Germany?- Yes. EastGermany. – Avrei avuto difficoltà a dare ulteriori informazioni, anche da un punto di vista linguistico, ma l’impiegato chiese consiglio al telefono. Quella scena mi sembrò familiare, conoscevo bene la tensione e anche il senso di sollievo che provai allorché lui, avendo evidentemente ottenuto una risposta soddisfacente, stampigliò infine un timbro sul visto e mi allungò il passaporto al di là del banco con la mano cosparsa di lentiggini: Are you sure this country does exist? – Yes. I am, risposi concisa, me lo ricordo ancora, benché la risposta corretta sarebbe stata “No” e io stessa, mentre aspettavo a lungo i bagagli, mi chiedessi  se fare un viaggio negli USA con il passaporto ancora valido di uno stato che non esisteva più servisse soltanto, ormai, a disorientare un giovane addetto agli arrivi dai capelli rossi. Fu una di quelle reazioni indispettite di cui all’epoca ero ancora capace e che sono diventate, ora me ne accorgo, più rare nella vecchiaia. Eccola, la parola, è già finita sulla carta, in modo sufficientemente casuale, la parola la cui ombra all’epoca, più di un decennio e mezzo fa, mi lambia soltanto, e che nel frattempo si è così infittita da farmi temere che diventi impenetrabile prima ancora che io riesca a compiere il mio dovere professionale. Vale a dire prima di aver raccontato  come tirai giù i bagagli dal nastro trasportatore, come li caricai su un carrello gigantesco, come mi avviai verso l’EXIT in mezzo a una folla disordinata. E come, appena varcato l’atrio, accadde ciò  che secondo tutte le fervide raccomandazioni dei viaggiatori esperti avrei dovuto evitare, un enorme uomo nero mi venne incontro: Want a car, madam?, e io, inesperta persona di puro istinto quale sono, invece di rifiutare con decisione come mi era stato raccomandato, annui. Così quando il mio sistema d’allarme si risvegliò, l’uomo si stava già trascinando dietro il mio carrello allontanandosi a mai-più-rivederci. Lo seguii più in fretta che potei e in effetti lo trovai fuori, sul bordo della strada dove, paraurti contro paraurti, a fari bassi, i taxi si avvicendavano l’uno dopo l’altro. Incassò un dollaro che si era meritato e mi passò ad un collega, anche lui nero, incaricato di fare segno ai taxi. Costui svolse il proprio compito, fermò il primo taxi, aiutò a stiparvi le mie valigie, ricevette anche lui un dollaro e mi affidò al piccolo autista magro e svelto, un portoricano di cui non capivo l’inglese, che però ascoltò attentamente e volenterosamente il mio, di inglese, e dopo aver studiato l’intestazione della lettera col mio futuro indirizzo, parve sapere dove portarmi. Solo allora, quando il taxi si avviò, ricordo, sentii la mite aria notturna, l’alito del sud, che riconobbi grazie a una costa completamente diversa da quella, dove per la prima volta mi aveva colpito come un pesante panno caldo, all’ aeroporto di Varna. Il mar Nero, la sua oscurità setosa, il greve profumo dolce dei suoi giardini.

Questo pezzo è tratto da:

La città degli angeli
The overcoat of Dr. Freud
Christa Wolf
Edizioni E/O, Ed. 2011
Collana “Dal Mondo”
Prezzo 19,50€

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