"Gli anni di nessuno", Giuseppe Aloe – Dipendenze infelici….

Fonte: Giacinto Onlus
Devo ammettere che mi piange il cuore a scrivere di questo libro. Non tanto per la storia, ma per la mia affezione all’autore che trovo sia uno scrittore di grande talento; non lo scrivo tanto per indorare la pillola ma perché l’ho già dichiarato nelle recensioni degli altri suoi lavori che ho letto (“Non è successo niente“,”Lo splendore dei discorsi” e “La logica del desiderio“) e continuo a pensare quanto allora scritto nonostante questo libro. Ma non posso prescindere e ne rimandare oltre le mie considerazioni in merito; è rimasto sospeso per parecchio tempo nell’attesa che la storia si depositasse e mi mostrasse un barlume di speranza, ma non è successo proprio nulla.  Oggi pertanto parliamo de “Gli anni di nessuno” che è l’ultimo libro scritto da Giuseppe Aloe uscito alla fine del 2012.

La storia è in perfetto stile di “aloiano”, chi parla e riflette in prima persona è uno scrittore che è stato oggetto di attenzioni della cronaca nazionale per la sua prigionia nei suoi primi anni di vita. I suoi genitori, la classica coppia perfetta composta, da un uomo e una donna che si sono trovati come “destinati l’uno all’altra”, è diventata “monca” alla sua nascita perché la madre muore di parto e il padre sente la necessità di rinchiudere, praticamente in detenzione, il figlio perché “colpevole” di questa tragedia incolmabile che lo ha colpito in maniera irreparabile. Quando il bambino sarà liberato, prima sarà mandato in una casa d’accoglienza e dopo affidato alle cure di uno studioso – amico di famiglia- che si fa carico del suo recupero e della sua formazione. L’oggi, il presente narrativo, vede, questo bimbo, un uomo fatto che deve affrontare la prossimità della morte del suo protettore che è metafora di una nuova forma di liberazione da un tipo diverso di prigionia rappresentata dalla “dipendenza” psicologica a questa figura quasi paterna.

Trama e tema quindi ci sarebbero, ovvero il passaggio di “dipendenze” e l’accettazione dello status di liberazione finale dal punto di vista di un “recluso” – da praticamente sempre – che guarda, alla sconosciuta nuova condizione, come un uomo in bilico di davanti a un burrone. E allora  la domanda finale sarebbe: “E allora cosa c’è che non va?”. Quel che non va è che il “tema” non viene svolto ma solo accennato. Il personaggio principale, come quelli che gli satellitano attorno, vengono trattati come negli altri romanzi: le caratteristiche fisiche non sono esplicitate nella scrittura ma vengono fuori in maniera diversa per ogni lettore, dalla conoscenza che fa il lettore, attraverso i loro pensieri, dei personaggi. Fa parte proprio dello stile di Aloe agire così, far vedere attraverso gli occhi dei suoi personaggi, far sentire il lettore che sta pensando, gioendo o soffrendo come colui di cui sta leggendo. Il problema è che solitamente a tutto questo, che avviene non solo per le caratteristiche fisiche delle persone ma anche per quelle dei luoghi, s’affiancava, negli altri lavori, un percorso di evoluzione di lettore e personaggio che portava dallo status iniziale a quello rinnovato finale.
E’ un percorso che lettore, autore e personaggio di solito facevano insieme e che quindi esplodeva anche il tema o il significante, come lo chiamo io, della storia attraverso lo scorrere della trama della storia di superficie.

In questo caso il tema non viene svolto ma solo accennato, quasi che, la fine della dipendenza, non fosse interessante per l’autore e che solo quello status di “attesa” fosse il vero argomento principe. Per cui l’insieme appare incompiuto e alla fine del romanzo ti viene da chiedere: “Beh? E quindi? Perché mi hai raccontato questa storia?”. Ad una lettura senza pretese potrebbe anche apparire  un ottimo lavoro, visto lo stile di Aloe che si rivela sempre vincente, mentre per un lettore, che pretende un pelino di più di una trama accattivante, risulta mancante di una soluzione finale. Non basta che l’anziano studioso muoia, non serve descrivere nei minimi particolari la precedente prigionia e la successiva liberazione per non descrivere il nuovo binomio che gli segue. Questo perché, se la nostra vita è un susseguirsi di dipendenze, cosa che se ci riflettiamo è in effetti reale, non ci basta che se ne descriva una sola e che la liberazione sia fatta da un principe azzurro sotto forma dello studioso, cosa che ha un che di fiabesco, ma da uno come Aloe mi e ci dovremmo aspettare, anzi ci aspettiamo, una riflessione più profonda. Qui non ne ho trovata traccia. Un vero peccato.

Nell’attesa del prossimo libro che mi faccia dimenticare questa piccola delusione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Gli anni di nessuno
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, Ed. 2012
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€



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