[Dal libro che sto leggendo] L’importo della ferita e altre storie


Fonte: Blog di Pippo Russo su Il fatto quotidiano



Dite la verità che mi avevate dato per dispersa eh? Per un attimo l’ho temuto anche io, ma alla fine ho optato per un trasloco in due tranche così da poter gestire i miei alti e bassi, legati a questa “convalescenza lunga”, con la necessità di collocare l’alto numero di libri in maniera consona all’interno della nuova casa.


Oggi parliamo nuovamente di un libro che ho in lettura (al momento -20 Agosto ore 15.30- sono a pagina 112 di 300 circa!) e che mi sta facendo morir dal ridere ma ha un obiettivo veramente serio: quello di dar voce ai lettori, consapevoli o no, che la “qualità” di quel che si legge (intesa come lingua e costruzione delle trame o delle storie a seconda del genere di lavoro che si decida di scrivere) deve sempre essere la migliore possibile. Chi firma questo lavoro, Pippo Russo, è giornalista (già seguitissimo per le sue rubriche sui giornali e il successivo libro –Pallonate Tic, eccessi e strafalcioni del giornalismo sportivo italiano“, Meltemi Editore ED. 2003, collana “Le melusine”– sugli strafalcioni dei giornalisti ) che ha una pazienza stoica nel leggere tutti i libri compongono la produzione dei vari scrittori presi in considerazione. A questa dote dobbiamo aggiungere anche un occhio vigile, che lo aiuta a scovare l’errore, e spiegazioni talmente puntuali e ironiche da far diventare questo lavoro un’irresistibile calamita per chi legge. Non c’è molto tempo di annoiarsi; gli errori, i must, le logiche contorte della mente di questi campioni di “stile maldestro” vengono catalogati e raggruppati perché i lettori possano godersi questa lettura con la lente d’ingrandimento in tutta tranquillità.

Ergo, quando deciderete di prendere questo libro vi ritroverete a sogghignare in continuazione, anche se non sarà vostra intenzione attirare gli sguardi altrui, e il vostro problema, come peraltro è il mio allo stato attuale, sarà quello di avere abbastanza tempo per poter procedere nella lettura; questa necessità sarà sicuramente dettata dalla curiosità di scoprire a quale grado di  bassezze, deformazioni della lingua italiana  nei testi e, ancora, quali logiche traballati siano inserite nelle trame che sicuramente non abbiamo notato, ammesso che tra le nostre mani sia passato uno dei testi qui analizzati. E’ anche il simbolo della responsabilità dello “scrittore e/o scribacchino” nei confronti dei lettori, proprio come Russo evidenzia in questa parte di introduzione che vi riporto. Ora, potrei anche dirvi di non aver letto nulla dei libri in questione, ma non è così. Ne ho avuti fra le mani due di Faletti – che mi furono regalati da mio fratello – e, sarà perché li ho letti in un giorno oppure il mio modo di leggere era meno puntuale di quello di oggi, ma non rammento di aver notato nulla di particolare mentre, quello che invece mi stupisce -rileggendone qui dentro le trame- è che di quei libri non ricordo assolutamente nulla, nemmeno un rigo! Ed è indicativo di quale peso abbiano avuto nella mia vita di lettrice visto che, invece, ricordo a menadito tutti i libri letti in precedenza e successivi!

Ho scelto di mettervi l’introduzione, e solo in parte, per rispettare una forma di correttezza dello scrittore verso i suoi lettori. Pippo Russo ci tiene a precisare da che posizione partano le sue ricerche e quindi in che modo vada letto il suo lavoro. So perfettamente che in passato ho detto, e per molti libri ci credo ancora, che, per me, le introduzioni non dovrebbero esser mai lette prima del libro stesso, ma stavolta sono veramente propedeutiche per evitare di cadere nei soliti luoghi comuni del “Fa il puntiglioso perché è invidioso”.
Io lo sto leggendo veramente con piacere e lo consiglio volentieri.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il Blog personale di questo autore lo trovate qui: Cercandooblivia

Introduzione

A tavola con Freak Antoni

A tutti i cani del mondo.

Che non scrivono perché

è poco commendevole

scrivere da cani.

Ogni persona è libera di scrivere e pubblicare un libro.

Enuncio e rivendico questo principio benché sia contrario a un mio fermo convincimento: che al giorno d’oggi vengano pubblicati troppi libri, e che sarebbe cosa buona e giusta arginare drasticamente la marea. La mia esperienza di assiduo lettore dice che, ogni dieci libri letti, il bilancio è il seguente: sei/sette sono da macero, tre/due sono accettabili, e non più di uno è degno di essere ricordato e consigliato a persone care. E certo un bilancio così catastrofico sarà effetto di idiosincrasie  personali  e gusti estetici che con l’andare del tempo si sono fatti più esigenti. Proprio per questo mi impongo di mettere da parte i miei pre-giudizi in materia di letture e affermo con forza la libertà  di scrivere e pubblicare come un diritto della persona da garantire.

E tuttavia, enunciato il principio garantista della Libertà Universale di Scrivere e Pubblicare, faccio seguire un principio ancor più tassativo: ogni persona che scrive e pubblica ha il DOVERE di farlo in modo più rigoroso e inappuntabile. Un rigore e un’inappuntabilità che dovrebbero essere assicurati attenendosi a pochi, elementari dettami.

Il primo è il rispetto assoluto della lingua. Del suo corretto uso, delle sue forme, delle elementari regole di grammatica e di sintassi, dell’appropriato significato delle parole da utilizzare. Chi legge starà pensando che quella appena scritta è un’ovvietà, qualcosa data talmente per scontata da non meritare di essere rimarcata. Purtroppo non è così. Molta libraglia odierna sembra essersi arruolata in una milizia rivoluzionaria, il cui obiettivo è la disarticolazione della lingua. E ciò si nota in particolar modo nei libri nati per essere best seller, e destinati a un pubblico vasto. A questi libri toccherebbe un supplemento di responsabilità sociale, consistente nell’attenta manutenzione della lingua; perché in quelle pagine uno sfondone linguistico ha ricadute di massa- Ciò che si trova stampato in un libro viene assorbito dal pubblico come lingua corrente, ulteriore declinazione della correttezza formale del discorso pubblico. Su questo versante autore e editori non vigilano abbastanza, o forse non ritengono sia il caso d’intristirsi a fare i notai della lingua. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il secondo è il rispetto di un patto originario con il lettore. Ogni libro è una promessa fatta dall’autore al lettore, che a sua volta investe risorse di vario tipo (denaro, tempo, facoltà cognitive, riserve emotive) ma tutte caratterizzate dalla condizione di scarsità: nel senso che la quota parte di quelle risorse destinate dal lettore al libro è sottratta ad altri libri o altre attività. Dunque, è ineludibile dovere dell’autore mantenere ciò che promette al lettore; e attenersi a ciò che il lettore si aspetta nel momento in cui investe, a scatola chiusa,  una quota parte delle sue risorse scarse nella lettura del libro. Se la promessa era quella di un romanzo, allora bisogna attenersi scrupolosamente ai canoni del romanzo. Il che significa non cedere alle seguenti tentazioni: improvvisarsi saggisti, deviando dal registro di scrittura che si conviene  al romanzo; cimentarsi in esercizi di scrittura autocompiacente, mettendosi a fabbricare ampolle e riempiendo le pagine di pesantezze barocche; disseminare il testo di citazioni libresche a vanvera con il solo intento di far sfoggio muscolare di cultura personale; essere sciatti nel fare quelle citazioni e ogni altro tipo di riferimento; tromboneggiare; soprattutto andare fuori misura in termini meramente quantitativi, e per la sola libidine di scrivere “il libro all’americana”.

Infine dovrebbe esserci da parte dello scrittore un dovere di non innamorarsi del personaggio di se stesso. Scrivere per pubblicare è una forma di narcisismo, una ricerca di riconoscimento, una volontà di imporre la propria visione del mondo come una versione degna d’essere eletta a punto di riferimento; Se così non fosse, ogni autore terrebbe nel cassetto le cose che scrive e le rileggerebbe di tanto in tanto per scoprire qualcosa di più di se stesso. Dunque nella ricerca di protagonismo da parte dello scrittore non c’è nulla di disdicevole. Il problema sta piuttosto nella misura di tale protagonismo. Che troppo spesso esonda. E allora succede che gli scrittori diventino animali da talk show quando in tempi ancora recenti facevano dell’assenza un elemento indispensabile per la costruzione dell’aura personale; o che sgomitino per entrare a fare parte delle giurie dei premi letterari, magari per fare in seguito il bel gesto d’andarsene sbattendo la porta e inveendo contro il “sistema corrotto”. Che poi la defezione avvenga perché il defezionante non si sia visto premiare a sua volta, è solo un dettaglio.


Questo pezzo è tratto da:

L’importo della ferita e altre storie
Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi.
Pippo Russo
Edizioni Clichy, Ed. 2013
Collana “Beaubourg”
Prezzo 15,00€ 
  

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