[Dal libro che sto leggendo] Resistere non serve a niente



Fonte: Torino Oggi


Per questo libro è saltata la recensione venerdì scorso. L’avevo fatta ma non ero convinta completamente di quel che avevo scritto, così, invece di pubblicare una cosa che non mi convinceva, ho deciso di non farlo. Quindi probabilmente questa settimana sarà tutta dedicata a Siti ( a meno che non appronti una recensione ad un altro libro!).

Cominciamo con il dire, per i pochi che non lo conoscessero, che questo titolo è Premio Strega 2013 e che è anche maledettamente ben fatto (oddio, dopo aver letto Pippo Russo, già trascrivendo questo pezzo ho notato un paio di cose che non vanno, ma nel complesso e veramente un bel libro!). Vi ho trascritto il prologo perché non c’era altro modo di permettervi un assaggio di lettura che non vi rovinasse la lettura.

Perché la recensione non è uscita allora? Il discorso è abbastanza complicato come anche l’ambiente che ha deciso di trattare Siti. Come ha detto più volte nelle presentazioni dello scorso anno, questo libro spezza un modus operandi tipico di questo scrittore da sempre concentrato nel rapporto uomo-sessualità come esplicitazione dell’io e come modo di auto-definizione. In questo lavoro, invece, il tema è un altro, che ci riguarda anche da vicino, e di cui non si parla molto; tanto per darvi un’indicazione che vi possa dare il polso della situazione, circa tre anni fa, per le mie ricerche sulle mafie e sulla camorra, cercavo titoli in italiano sul “crimine dei colletti bianchi” e ho trovato solo tre libri (di cui due erano traduzione di testi americani). Qual era la difficoltà ieri? Prima dell’avvento della rete era dimostrare la collusione: il colletto bianco, che non necessariamente doveva appartenere alla politica (ma poteva anche avere altri tipi di mansioni come avvocato o notaio e via dicendo), poteva sempre dire di essere stato costretto a frodare. Quindi, anche se prendeva soldi, lo faceva per pura forma di impossibilità di liberarsi da quella situazione. Succedeva con lo zuccherificio e con le cooperative del cemento nella Terra di lavoro (vado a memoria),con i subappalti imposti del tratto della ferrovia e della ristrutturazione del regi Lagni. Oggi invece la difficoltà, oltre a contemplare questa necessità di dimostrare la collusione, è aumentata dall’avvento della rete e dalla possibilità che il “villaggio globale” da di non dover spostare soldi fisici ma virtuali. Ora vi rendete conto del perché devo rimettere mano alla recensione? 🙂

Di questo parla questo libro in maniera più che approfondita, ma resa meno pesante dalla storia principale che vede il protagonista Tommaso chiedere a Siti (c’è un’altro evento che mi è capitato di vedere dove dichiara che gli piace essere inserito nelle sue storie – quasi potesse vederle meglio da dentro penso io!) di dar forma “narrativa” alla sua storia personale da poter diffondere al momento opportuno. E’ scritto talmente bene e in maniera scorrevole che l’ho finito in tre giorni mentre gestivo parte del trasloco (lo faccio a puntate non ridete!) a cavallo di ferragosto. E per la seconda volta, dopo Flaiano (il caso vuole che nella recensione suggerisca l’edizione BUR, “Tempo di uccidere“), posso consigliare con convinzione un altro Premio Strega ovvero questo del 2013.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Prima e dopo, per sempre

Dalla strada di bonifica che incrocia la Pontina, un sentiero bianco e perpendicolare conduce allo slargo dove un’unica quercia ospita sotto la sua ombra cinque-sei auto di grossa cilindrata e un camioncino Iveco. I partecipanti alla riunione sono già tutti nel caseificio, tranne due nervosissimi che sbattono la portiera e corrono dentro bestemmiando. Dentro c’è il silenzio delle grandi occasioni, i commercianti raccolti a gruppi parlottano piano; il condannato è già seduto su una sedia da stalla, la schiena rigida contro la spalliera. Ma la compostezza del rito è interrotta da un “famme cacà” – il condannato ha bisogno di andare al gabinetto e uno dei due manigoldi che gli stavano ai lati (entrambi vestiti di scuro, con due cravatte Gattinoni che significano “io sono qui straniero e di passaggio”) l’accompagnava in fondo dietro un tramezzo, al cesso delle operaie. Approfittando del siparietto uno dei più sbruffoni sale sulla seggiola e declama, mimando un microfono, “io vi perdòno, ma voi dovete mettervi in ginòcchio…” – fa la voce da castrato o da donna, parodiando l’accento siciliano; poi finge di svenire tra le braccia e le risate degli altri.

Il leader alza un braccio e i presenti ammutoliscono perché il condannato sta rientrando a riprendere il suo posto; da lontano si sente il vagire di un bufaletto appena nato, coi brandelli di placenta ancora tra le zampe. Viene avanti il volontario, l’esecutore che deve riscattarsi; sputa due volte per terra e calpesta i propri sputi. Quando è alle spalle del condannato estrae dalla tasca una corda cerata, una di quelle con cui si appendono i caciocavalli ; subito gli si propone un problema tecnico, se avvolgerla sopra o sotto il pomo d’Adamo; prova e riprova , tra i commenti soffocati. Poi, mentre i due compari tengono il condannato per le braccia guardando altrove, stringe – per un tempo incalcolabile teme di non avere abbastanza forza, le nocche gli si fanno bianche ed escono contemporaneamente due urli che sfidano i secoli: “dài” cominciato dalla vittima e prolungato (daa-aààiii”) dal carnefice. Un rivolo sottile di sangue esce dall’orecchio sinistro del garrotato; con fretta forse eccessiva si affollano in parecchi a controllare. Temendo che il cadavere si irrigidisca, o più probabilmente per sfregio, gli tolgono i pantaloni e mutande mentre ancora sta seduto; nessuno ride più, si guardano come per confermarsi l’un l’altro di essere nel giusto.

Uscendo alla spicciolata ricominciano a distrarsi, la gerarchie dei fatti si aggroviglia; infamia ed espiazione si accavallano per dare somma zero – qualcuno butta l’occhio alla glassa rossastra spalmata tra gli eucalipti verso il mare: “a Rafé je fusse piaciuto ‘stu tramonto”. L?aria è fresca, lunghi sfilacci di nuvole striano il cielo, rivangano il futuro. Uccidere è una fede.


Questo pezzo è tratto da:
Resistere non serve a niente
Walter Siti
Rizzoli Editore, Ed. 2012
Collana “Rizzoli La scala”
Prezzo 17,00€ 

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