[Dal libro che sto leggendo] Marina Bellezza


Fonte: Hotel Morgana
L’ho appena iniziato, oggi 1 Ottobre sono infatti solamente al 2° capitolo e, quindi, ancora non ho molto da dire su questo libro i cui colori accesi mi ricordano le fotografie degli anni ’70. Non saprei giustificare questa mia impressione, ma per ora è così. Trovo molto interessante questo libro e quindi ve lo propongo con i commenti fatti nella presentazione del libro che è stata ribaltata in livetwetting in Twitter. In quell’occasione ho raccolto i post che mi sembravano più interessanti per poterli ricordare mentre leggevo questo lavoro e per poterli riproporre anche a voi.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

PARTE PRIMA
Far West 
Un chiarore diffuso risplendeva da qualche parte in mezzo ai boschi, a una decina di chilometri dalla strada provinciale 100 stretta fra due colossali montagne nere. Era l’unico segnale che una forma di vita abitava ancora quella valle, sul confine nudo e dimenticato della provincia.
Lo vedevano apparire attraverso il parabrezza, simile ad un’esca intermittente negli abissi. Poi, alla curva successiva, lo persero di vista.
Rallentarono a un crocicchio circondato del niente, di fronte al relitto di un ristorante. Due finestre sprangate e un cartello dove sbiadivano MENU’ FISSO e altre parole ora illeggibili. Uno di loro ricordò di aver festeggiato lì la prima comunione. Vent’anni dopo erano rimasti il tetto e le inferriate. Vent’anni dopo era tutto finito.
Proseguirono, accelerarono di nuovo. Non c’erano lampioni in quel tratto di strada, nessuna rete metallica a proteggerli dai massi che sporgevano minacciosi. I fari sorprendevano frammenti di ripe 
infestate dai rovi, ogni tanto un casolare caduto a pezzi. Si perdevano anche le indicazioni stradali, lassù, nella notte vuota.
Erano i soli a viaggiare sulla SP 100, tra il fondovalle e l’abbandono. S’inerpicavano tra i dirupi, su per quei tornanti che conoscevano a memoria da una vita, a bordo di una vecchia Volvo station 
wagon. Le latifoglie, via via che la strada saliva, si facevano sempre più spettrali. Le pareti della valle si stringevano a precipizio sul torrente e dai finestrini abbassati entrava solo il monotono logorio 
dell’acqua. 
La luce riapparve, fioca, seminascosta dalla dorsale di una montagna. La guardarono ancora, ma non dissero niente. 
Raggiunsero Andorno. I semafori arancioni pulsavano a intervalli regolari, e la Volvo sfrecciava a novanta all’ora senza rispettare né gli stop né le precedenze. 
Dopo il cimitero, dopo quanto restava del campetto da calcio dov’erano cresciuti, la sagoma scalcinata del bar Sirena se ne stava là, ad attenderli con l’insegna spenta. Parcheggiarono. Scesero dalla 
macchina. Erano uno alto, uno tarchiato e uno con due occhi più neri del petrolio. Si avvicinarono alla porta: dall’interno nessun rumore. La strattonarono lo stesso. 
«È chiuso.»
Sebastiano, quello alto, rimase impalato di fronte all’ingresso. Continuò a fissare la porta con sguardo torvo, le assestò un calcio, poi un altro. I tavoli esterni erano accatastati e legati con una corda, 
come se a qualcuno potesse venire in mente di rubarli. Per terra c’erano dei pacchetti di sigarette accartocciati.
Luca, quello tarchiato, fece il giro dell’edificio e ispezionò il retro.
«Niente, è proprio chiuso.»
«Andiamocene» disse Andrea.
Lui era calmo. I suoi occhi erano implacabili e affondati nell’oscurità.
 «E dove?»
La domanda venne subito riassorbita dal buio.
Sebastiano era nervoso, guardava Andrea come se dovesse sfidarlo e aspettava da lui una risposta. Luca tirò fuori dalla tasca il cellulare, si mise a scorrere i nomi della rubrica. 
«Non lo so» disse Andrea. Si sistemò il colletto della camicia, si accese una Lucky Strike. La città non faceva per lui, i locali del capoluogo lo avevano sempre messo a disagio. Preferiva quelle montagne spopolate da decenni, almeno lì non si sentiva un estraneo.
Si voltò a guardare in su, tra la Valle Cervo e la Valle Mosso, la luce che resisteva ancora e si appannava nell’umidità della notte. La indicò agli altri annuendo. Loro lo fissarono dubbiosi, poi risalirono in macchina. 
Sebastiano mise in moto e riattraversò Andorno. Cambiò strada questa volta, prese la SP 105 per San Giuseppe di Casto. Adesso il chiarore si vedeva meglio. Sembrava più vicino. Non dissero niente, 
ma decisero di seguirlo. Magari era solo un incendio, ma decisero di seguirlo lo stesso. 
A San Giuseppe c’erano un’edicola, un alimentari, una chiesa. Un paio di chilometri e scomparve nello specchietto retrovisore. Erano tutti così i paesi da quelle parti: abbandonati, con le imposte chiuse e le insegne spente. Ma loro non avevano mai pensato di andarsene, anzi: i loro sentimenti, il loro senso dell’orientamento, erano dettati da quelle strade, da quelle montagne.
Poi certe sere, come questa, erano di poche parole. Andrea se ne stava con la tempia appoggiata alla guarnizione del finestrino e guardava fuori. Sebastiano guidava e si godeva la sua libertà, riconquistata dopo nove mesi di arresti domiciliari. Solo per un attimo si chiese cosa avrebbe pensato un giorno di lui suo figlio, da grande.
Località Golzio. Lo stereo era rotto, e loro continuavano a non parlare. A forza di stare a contatto con i boschi e i sassi, avevano contratto il vizio del silenzio. Luca scorreva ancora i nomi della rubrica alla ricerca di una ragazza da chiamare – un’amica, una qualsiasi – però non si decideva.
«Vorrei capire dov’è che stiamo andando» disse. 
Nessuno gli rispose. I boschi erano masse scure dove i rami s’intricavano tra loro. Sebastiano non smetteva di domandarsi se Mathias avrebbe dato retta a lui o a quella stronza di sua madre. Andrea invece pensava a suo padre, si convinceva di essere abbastanza adulto per affrontarlo a muso duro. Tutti fissavano i dirupi sepolti nel buio, una terra di nessuno. Piccoli paesi diroccati tra le rocce. Cento, duecento abitanti. 
Continuavano a inseguire la luce lassù che non prometteva niente, così minima adesso da assomigliare alla fiamma di una candela. Continuavano a rimuginare, a risalire la strada deserta, a inabissarsi in quella voragine di abeti e di sterpi senza sapere come fare a trovare un biliardo, un bar aperto, a far accadere qualcosa dentro quel silenzio. 
Poi, in una frazione di secondo, quando Sebastiano si voltò verso i sedili posteriori per chiedere ad Andrea se gli accendeva la sigaretta, quando Luca si girò anche lui per raccogliere l’accendino che era caduto ad Andrea, proprio in quella frazione di secondo, qualcosa accadde davvero. 
Spuntò a velocità folle da un cespuglio. Si materializzò in mezzo alla strada. Ma anziché attraversarla, rimase ferma. Ed era viva. Era enorme. E non si schiodava. Rimaneva lì, come se una forza oscura l’avesse pietrificata. 
Due cerchi gialli s’illuminarono nella notte, rifransero la luce dei fari come specchi, solo che i ragazzi non riuscirono a vederli. E prima che potessero capire, prima che Sebastiano si voltasse finalmente e d’istinto affondasse il piede sul freno, la Volvo la investì in pieno.
L’urto fu devastante. Fu lo schianto feroce di un corpo fatto di lamiere contro un altro corpo ancora più duro. I fari si spensero insieme al motore. Luca si ritrovò con la faccia contro il parabrezza e il cuore in gola, Andrea finì incastrato tra i sedili anteriori. Il silenzio si era fatto abissale, come il buio pesto in cui erano precipitati. Sebastiano continuava a stringere il volante tra le mani. 
Ci fu un istante di panico, in cui tutti e tre ansimavano senza riuscire a fare altro, con gli occhi sbarrati. Poi si resero conto che la Volvo era morta in mezzo alla strada.
«Puttana troia» gridò Sebastiano. E cercò gli altri con lo sguardo.

Questo pezzo è tratto da:


Marina Bellezza
Silvia Avallone
Rizzoli Editore, Ed. 2013
Collana “La Scala”
Prezzo 18,50€

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