[Dal libro che sto leggendo] Ritratto veneziano e altri racconti

Fonte: WIZJA LOKALNA


La storia di questo e degli altri libri di Herling l’avevo già scritta molto tempo fa e la ripeto in estrema sintesi per coloro che si volessero calare nel magico mondo di Gustaw.
Herling scrive un unico libro che si chiama “Diario scritto di notte”. In questo diario scrive e annota pensieri, racconti e riflessioni. Il diario, nella sua versione che consta di sei libri, esce in versione completa solo in Polonia. Per la restante parte del mondo i racconti vengono raggruppati in raccolte e pubblicate in libri diversi.

Fa parte della natura herlingiana descrivere questi panorami con un leggero retrogusto amaro che non è dato da pessimismo bensì dalla conoscenza da parte dello scrittore del lato del male che sta per raccontare al suo lettore. Attenzione “il male”  di cui parla non è pessimistica constatazione ma un modo per far riflettere i propri lettori e per far trarre loro le dovute constatazioni. Dopotutto, come diceva in una intervista resa alla tv polacca, lui era attaccato al ruolo dell’intellettuale che non giudicava ma che aveva da dire e in questo è sempre riuscito.

Tra le caratteristiche interessanti dei suoi racconti c’è la narrazione in prima persona, ovvero racconta come se fossero storie che ha vissuto, e la presenza di un libro, di solito veramente esistito che fa da sfondo e ogni tanto da contrasto alla trama che supporta. Un aneddoto che raccontava spesso è legato ad un racconto in cui parlava dell’ultima guerra bosniaca e in particolare di una ragazza violentata da criminali di guerra che era stata seppellita a Napoli. La storia era inventata ma ancora nel 1999, ne “Variazioni sulle tenebre – Conversazioni sul male” commenta dicendo che ancora gli scrivono per avere le indicazioni corrette per poter portare un fiore sulla tomba di quella giovane sfortunata.

Per entrare nel mondo herlinghiano basta solo lasciarsi trasportare dalle storie, in fondo Herling le ha sempre sapute raccontare bene e se non lo conoscete il consiglio è quello di rimediare anche se questo volume di cui parliamo oggi è praticamente introvabile.
Il mio è della biblioteca.
Buone letture,
Simona Scravaglieri
Ritratto Veneziano

Ho letto ieri sera tra i necrologi del “Corriere”: ” A Venezia, nella sua casa di Calle San Barnaba, * è deceduta all’età di 87 anni la Contessa Giuditta Terzan. Si è addormentata per sempre, in pace con Dio. Ne da notizia a Roma la sorella Giovanna Olindo. Si prega di non disturbare con condoglianze la sommessa dipartita della defunta”. 

Ho notato casualmente il necrologio la sera, cercando i programmi della televisione. E non mi sono più mosso dalla poltrona. Come riaffluiscono all’improvviso i ricordi lontani? Per ciascuno  forse in maniera diversa, in me assumono la forma di una tempesta caotica e violenta. Soltanto stamattina, dopo una notte inquieta e senza sogni, i fatti, i volti, le date si sistemano al loro posto come i tasselli di un puzzle mentre si ricostruisce gradualmente l’immagine.
Nella primavera del 1846, a cavallo tra aprile e maggio, mi recai a Venezia per delle questioni importanti per me ( e per i miei superiori dell’ufficio militare di Roma). Prevedevo che il viaggio sarebbe durato al massimo due settimane e diedi a mia moglie questo termine di ritorno. Strada facendo, e per quelle medesime questioni, dovevo fermarmi brevemente a Firenze.
All’epoca era già possibile muoversi liberamente con treni e autobus a lungo percorso, ma noi uomini in divisa ci fidavamo soltanto dei trasporti militari. Il loro difetto in caso di fretta, ma il loro pregio in caso di tentazioni turistiche, erano le frequenti e lunghe fermate. La mia missione era urgente al punto da non poterla liberamente prolungare con qualsivoglia pretesto. La prima jeep (Americana) mi portò a Orvieto e là passai un pomeriggio e una notte, dopo essermi precedentemente accordato con un pullman inglese l'(una gita militare) per il successivo trasferimento a Firenze.
Rimpiango di non essere in grado di ricreare mi ricordi, dopo tanti anni!, il clima dei primi incontri con gli incantesimi italiani dell’architettura, della pittura e del paesaggio, di quelle scoperte di uno sguardo vergine, scoperte poi cancellate o trasformate dagli incontri successivi. Ricordo unicamente chi, in preda a stordimento e a tremito interiore, che nulla aveva in comune con l’emozione estetica, trascorsi molte ore, ora seduto ora inginocchiato, nel duomo,* soprattutto nella cappella del Giudizio Universale. Via era in ciò un qualcosa che alludeva alla purificazione dalla guerra e da tutte le esperienze degli ultimi sei anni, l’qualcosa che assomigliava a una muta preghiera di grazia. Strano che a Roma non mi avesse indotto ad atti del genere.
La sera mi ubriacai e di vino orvietano in una taverna accanto al Duomo, dopodiché, senza badare al freddo primaverile, passai la notte sulle panche di pietra sul lato opposto di piazza della cattedrale, E ogni risveglio mi saziava Emilia tormentato con il profilo un po’ cancellato del frontone del Duomo, nella facciata simile nelle tenebre primaverili A un enorme organo di pietra.
A Firenze svegliare rapidamente le faccende mie personali E quelle affidatemi, gira intorno ai monumenti del centro e, in disposto dalla ressa di militari di turisti, fuggì sull’Arno. Là, da un rivenditore di libri in una botteguccia polverosa, comprai per due lire un volumone intitolato Album di ritratti.* E con quell’album nel tascapane mi ritrovai all’alba, dopo una notte passata presso persone raccomandatemi a Roma, al limitare della città in attesa di un’automobile diretta Venezia o dintorni. Si presentò un’occasione soltanto fino a Padova. A Padova mi imbatte in alcuni ufficiali polacchi di mia conoscenza in loro compagnia raggiunse Venezia intorno a mezzogiorno. Il comando militare della città, in una cavità canta Piazza San Marco, era già chiuso,  avrebbe riaperto in prima serata. Per un momento, rinunciando all’assegnazione, che mi era dovuta, di un alloggio, poi pronta bussare a uno qualsiasi tre pochi alberghi non requisiti. Tutti erano pretestuosamente completi; pretestuosamente, perché la verità si dipingeva nei malevoli sguardi dei portieri.
Feci quindi ritorno in piazza, Dove per un caso fortunato riesci a spedirmi all’unico tavolino libero di un caffè di fronte alla basilica. E dal tascapane tirai fuori il mio volumone. L’album di ritratti era un’evidente operazione commerciale degli anni 30 che neppure la mano dell’esperto curatore, uno storico dell’arte, riuscirà mascherare. Ma la scelta era ricca, le riproduzioni erano buoni elevati sui ritrattisti erano prese a prestito da biografie e monografie serie.
Nelle edizioni antologiche di questo tipo si cerca soprattutto di cogliere l’essenza del loro tema principale. Nel caso dell’album si trattava di presentare una gamma, possibilmente ampia, di sfumature nell’arte della ritrattistica. 


Questo pezzo è tratto da: 


Ritratto Veneziano 
Gustaw Herling 
Feltrinelli editore, ed. 1995 
Collana “I narratori” 
Prezzo 30.000£

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