"L’ufficiale e la spia", Robert Harris – Amato ma non adorato…


Fonte: Antiwarsongs



Dall’8 maggio è arrivato in libreria Robert Harris. Un nome di punta della letteratura di successo inglese, che si concentra sul genere dei grandi romanzi storici. Harris salì alla ribalta dei media nel 2007 con “Il gostwriter” in cui, si dice, che il suo protagonista Adam Langdon sia una velato ritratto di Tony Blair. In questo lavoro torna indietro nel tempo fino al 1894, il giorno in cui un maggiore in forze – perdonate la ripetizione – allo “Stato Maggiore” francese, viene condannato all’esilio sull’isola del diavolo per alto tradimento e spionaggio a favore della Prussia.

La differenza la fa il caso che si sceglie di raccontare, e Harris lo sa perfettamente, scegliendo di raccontare un caso da manuale che ancora oggi è dibattuto per le sue implicazioni sull’etica della “ragion di stato” e quale sia il limite oltre quale, lo “stato sovrano”, non si debba mai spingere. Così un lavoro di ricostruzione minuzioso, per certi versi e in alcuni tratti forse anche un pochino pedante, diventa un vero capolavoro. Fa gioco la maestria di Harris di inquadrare il periodo storico su fronti distinti; da un lato viene rappresentata la Francia che riconosciamo, quella della “storia ufficiale, di cui abbiamo ricordi scolastici, e dall’altro viene invece alla luce quella vita comune di cui si parla solo in testi specialistici e che invece non è poi così lontana dalle nostre abitudini. Questa formula premia sempre scritti del genere che viaggiano, per il loro cocciuto ma necessario attaccamento alla “Storia”, sul filo sottile tra il “polpettone noioso” e il grande romanzo storico.

La storia, come detto, è quella di Alfred Dreyfus e di colui che, dalle conseguenze della sua cattura, guadagnò il grado di colonnello e la carica di responsabile della “sezione statistica” del controspionaggio francese, Georges Piquart. Due personaggi agli antipodi: il condannato è un ebreo, ricco, che vive la propria carriera militare in maniera diversa dai suoi commilitoni, ha una famiglia e si equipaggia in autonomia con i migliori mezzi. Dall’altro lato il giovane Piquart, che ha fatto dell’esercito la sua famiglia. Scapolo impenitente, diviso fra le donne che nella sua vita sono importanti ma che non vuole sposare, amico sincero, amante della buona musica e gran lettore. Credeva fermamente nel tradimento di Dreyfus e si amareggiava del fatto che fosse stato suo allievo alla scuola ufficiali. Tutti e due hanno in comune l’origine alsaziana, all’epoca passata di mano dalla Francia alla Prussia, che però nel caso di Dreyfus è terra d’origine mentre per Piquart è terra occupata ingiustamente.

Quindi oltre a tema dominante che Harris ricostruisce, ma non giudica, della “ragion di stato” e delle conseguenze dei danni che ne derivano dalla cattiva gestione degli uomini che dovrebbero applicarla, si aggiunge anche in maniera preponderante l’antisemitismo che dilagava nell’opinione pubblica francese e i malumori per la questione alsaziana che rendono il quadro di una società che aveva un disperato bisogno o di stabilità o di un nemico da odiare per mantenere l’ordine. Ma quando la “ragion di stato” ragione e quando è follia? La follia è umana, la ragione dovrebbe essere solo illuminazione. Nel caso Dreyfus, come avviene per molti casi più recenti anche italiani, la ragion di stato è portata avanti da uomini, spesso senza scrupoli, che decidono per tutti ciò che è lecito far conoscere e ciò che non lo è in deroga alle loro aspettative di carriera e non a favore dello stato sovrano. Così, chi incappa in un errore giudiziario, rischia di avere la vita rovinata perché il solo ammettere l’errore è considerato un gesto debolezza.

Per quanto riguarda lo stile narrativo, come già accennato, è scorrevole ma in alcune parti un po’ ripetitivo. In parte è dovuto al fatto che questa indagine, nata per caso, si sviluppa a forza di scoperte casuali e difficili da collegare, all’epoca, in maniera organica. La base è il Bordereau un gruppo di fogli di corrispondenza la cui calligrafia è similare a quella di Dreyfus e da quello che nasce il caso e con quello poi, nel 1906, lo stesso condannato verrà riabilitato. Nel frattempo Piquart muovendosi nelle maglie di una struttura che gli viene affidata ma che ha delle logiche che finirà per capire ma non condividere, si trova a dover operare in maniera metodica accantonando indizio per indizio e smontando prova per prova, le prove di condanna in cui, invece, credeva ciecamente. Questo sovrapporre le prove, il continuo confronto con le stesse e i dibattimenti precedenti vengono continuamente riproposti e si fanno spazio, a volte un po’ a sproposito, nella trama. Ma alla fin fine l’impatto di questa commistione di fattori con la storia romanzata è decisamente positivo. 

Una piccola nota di colore è data dalla descrizione degli intellettuali che, all’epoca si schierarono per riaprire il caso Dreyfus; la figura che spicca è quella di Èmile Zola. L’impavido scrittore fece pubblicare l’articolo che vedete in calce alla recensione procurandosi quindi una condanna per vilipendio alle forze armate e fu costretto a lasciare la Francia e a riparare in Inghilterra.

Un libro che probabilmente sarà un successo per i due motivi evidenziati, ovvero la natura del caso scelto e la scelta dell’aderenza della storia a quella reale, che in questo periodo possono essere considerati temi caldi. Un lavoro che si legge agevolmente, non presenta refusi evidenti, scorrevole anche se un po’ lungo, ma che conferma che Harris ancora ci sa fare nonostante il suo precedente scritto sulle carte hitleriane sia ancora oggetto di critiche. Ma mi è d’obbligo specificare che la frasetta messa in calce al libro è scorretta, almeno in parte. Non si tratta di un thriller e sebbene abbia un sapore molto da epopea, si muove su un raggio di quasi dieci anni e quindi “L’impatto cinematografico del thriller” che Polansky sottolinea non è poi così evidente. Probabilmente la trasposizione cinematografica per questioni di show-business si nutrirebbe delle due figure contrapposte di Dreyfus e Piquart che non vengono rese ai lettori da Harris con descrizioni dirette bensì attraverso le azioni, le convinzioni e le scelte che fanno. Ma questa è una mia convinzione personale. Il libro mi è piaciuto ma non l’ho adorato e forse il segreto si nasconde proprio nella formula scelta di essere “storico fino in fondo” senza però mai entrare a piè pari negli aspetti forse più filosofici della questione. Però è un libro che rileggerò volentieri perché ad Harris non so dire di no.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


L’ufficiale e la spia
Robert Harris
Mondadori Editore, ed. 2014
Collana “Narrativa moderna e contemporanea”
Prezzo 19,00€


Fonte: LettureSconclusionate


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.