"L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio", Haruki Murakami – L’inconsistenza del colore incolore…


Fonte: Soave Mente


Scherzando con gli amici ho sempre detto che a “L’uccello che girava le viti del mondo”, uno dei romanzi di Murakami, io “avevo tolto il cacciavite perché faceva troppo rumore nell’attesa di essere letto”! In effetti, io e Murakami, ci siamo guardati sempre con una certa diffidenza. Dalla mia c’era che lui, giapponese, fa parte di quella cultura che, anche per dire un semplice “no”, deve fare un gran giro di parole che, io, volentieri eviterei, mentre dalla sua c’è che mi è stato regalato in un momento che non era il suo “momento”, per cui mi solo limitata a scorrere velocemente la prima pagina e poi mi sono lasciata sedurre da J.C. Ballard (in questo caso mi era stato regalato “Un gioco da bambini“). Invece per il 21 Giugno per la serata di #lettidinotte mi sono ritrovata a dover leggere l’ultimo libro edito in Italia proprio di Murakami.

Ora, vi dovessi dire, come feci a suo tempo per “Meno di zero” anche qui il titolo è un’indicazione del contenuto e le analogie sembrano non finire qui. Potrei sommariamente racchiuderle in pochi punti:
– a parte essere una storia asettica è anche senza significante;
– sembra l’introduzione ad altri libri, manca addirittura una risposta ad un mistero che ad un certo punto sembra quasi “vitale” per il protagonista;
– la “metafora” del rapporto “colore”/”incolore” messa a rapporto con “gioioso e peno di qualità”/”insignificante e piatto” è, potremmo dire, quasi insignificante o infantile.

La storia di Tazaki è abbastanza lineare. Nasce e vive nella stessa città di provincia e alle superiori entra a far parte di un gruppo di cinque ragazzi che si conoscono in occasione di una attività parascolastica di beneficenza. Il rapporto che li lega è molto profondo, ma mai ne viene specificata la natura, ma si spezza quando, dopo che Tazaki ha scelto di andare a Tokio per frequentare la facoltà di ingegneria, torna dalle vacanze e gli amici non si fanno più trovare. Dopo continue telefonate uno di loro gli fa sapere che è meglio che non si sentano più. Nessun altra spiegazione, né richiesta dal protagonista e né fornita dall’amico, viene data. Ma questo evento ha effetti devastanti sul protagonista che su questo dolore incentra e costruisce la vita successiva. Sarà una delle sue ragazze, Sara, a suggerirli di risolvere questo dolore andando a fondo al problema quasi sedici anni dopo.

Detta così non sarebbe una storia malvagia, il problema è solo che rimane così, una storia di superficie anche se Murakami ci tiene a farci delle interessanti lezioni di filosofia, che poi però hanno la validità di commento solo per il pezzo in cui sono inserite. C’è anche un mistero non risolto, che è dato dal fatto che, l’incolore Tazaki, incontra anche un’altra persona che per lui è importante, ma anche questa sparisce. Ad un certo punto del suo percorso di introspezione (nulla di che eh!) sembra che questo sia la chiave di qualcosa che Murakami accenna ma non sviluppa e nonostante venga nominato fin quasi ai capitoli finali, finisce per sparire senza alcun approfondimento ulteriore.

In più non ha significante e sotto temi prevalenti. Ad uno sguardo superficiale potremmo dire che la trama riporta storie di amicizia, che però non approfondisce. L’amicizia è velata da questa mancanza di spiegazioni che sembrano tutte avere un senso nella spiegazione “eravamo amici, tutti avevano il nome di un colore meno che io. Tutti avevano delle qualità che io non avevo, probabilmente perchè io non ho un colore nel mio nome o cognome”. Questo come anche gli altri temi cui si accenna, ma si approfondisce poco, come l’amore, i rapporti, la solitudine, vengono solo piazzati ad arte per essere di contorno alla storia e nulla più. Ed è chiaro che questa mancanza lo trasforma in un racconto che non sembra avere motivazioni particolari che giustifichino l’ansia di metterlo a fattor comune con noi. Tant’è che sono sempre più convinta che sia la prima parte di un successivo libro.

Chiaramente, non era il Murakami che mi è sempre stato descritto, non è quello che mi è stato presentato quando il caro amico mi ha consegnato il libro di cui vi parlavo in calce a questa recensione e che, probabilmente, leggerò per carpirne le differenze visto che, l’amico in questione, è un gran lettore grazie al quale ho anche conosciuto Ballard. Quindi sono disponibile a marchiare solo questo lavoro come “dimenticabile” e una svista di Murakami. Certo è che la consistenza di questa storia è praticamente nulla, il testo scorre finché non si intoppa in qualche spiegazione filosofica che ha degli appigli molto fragili e motivazioni che paiono essere di mera elencazione; l’introspezione si ferma in superficie e non va a fondo, la risoluzione parziale dei misteri sull’abbandono hanno una soluzione che definirei “infantile”.

Questo è quello che ci ho visto io, se avete visto altro fatemelo sapere, sono curiosa di leggere le vostre impressioni e valutazioni. Nel frattempo vi segnalo un altro punto di vista, quello di Irene di LibrangoloAcuto:
“L’incolore di Tazaki Tsukuro e i suoi anni di pellegrinaggio”
Aggiungerò man mano i commenti di coloro che dovevano fare il dibattito su questo libro a #lettidinotte, non appena verranno pubblicati.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio
Murakami Haruki
Einaudi Editore, Ed. 2014
Collana “I supercoralli”
Prezzo 20,00€

Fonte: Amazon


2 thoughts on “"L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio", Haruki Murakami – L’inconsistenza del colore incolore…

  1. Sai cosa penso di questo libro, ne hai letto la recensione. Sì, il secondo mistero non viene approfondito e il primo, tra l'altro, sembra quasi “assurdo”. Mentre leggevo del motivo per cui il povero Tazaki era stato allontanato pensavo, tra me e me, “Ma davvero degli essere pensanti possono comportarsi così?”. E la risposta – giunta nella mia mente quasi a fine lettura – sebbene mi duole ammetterlo, è sì. Possono comportarsi così, se non addirittura peggio e per motivi decisamente meno importanti.
    Vero anche ciò che dici sull'autocommiserazione di Tazaki, che non fa altro che dire di essere anonimo, incolore, poco interessante. Non c'è nulla di più triste di un uomo che si piange addosso, sono d'accordo. C'è da aggiungere, però, che ho trovato interessante quanto Tazaki comprende in un secondo momento e ossia che ciò che lui percepisce e percepiva di sé non è quanto trasmette al mondo che lo circonda. Questo, sebbene sia un concetto abbastanza semplice e che avrebbe potuto esprimere anche Flavia Vento, mi ha portata a riflettere su quanto, ogni giorno, tendiamo a sminuire ciò che siamo aspirando ottusamente a ciò che, idealmente, vorremmo essere. Credo, probabilmente però è una cosa che ci ho visto solo io che ho l'animo così dolce e romantico da subire l'invidia di un marshmallow, che questo romanzo non voglia raccontare la storia di un gruppo di amici. In effetti, se ci pensi, di questi amici cosa diavolo sappiamo? Quasi nulla. Notizie che potresti apprendere tranquillamente su Google di chiunque dei tuoi vicini, nulla più. Perché la storia non riguarda il gruppo di amici e non riguarda nemmeno la relazione tra Tazaki e Sara. Anzi, credo che Tazaki non sia nemmeno il personaggio principale del romanzo. L'animo di Tazaki, i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue “errate” convinzioni sono i protagonisti di questa storia. E quante volte le “errate” convinzioni sono state protagoniste di un evento importante della mia vita? Tante, troppe volte. Lo sono tuttora. Quindi, niente, è interessante scoprire cosa io ho visto dentro queste 260 pagine che tu non hai nemmeno notato e viceversa, ovviamente. Magari sono visionaria xD Oppure ho troppa fantasia e ho riscritto un libro nella mia mente. Chissà 🙂

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  2. Probabilmente non sei visionaria, ma il concetto così come lo ha espresso è applicabile ad un ragazzo fino alla soglia dei trent'anni. Questo è alla soglia dei 40. Tieni conto anche che nella società giapponese non sono ammesse sbavature di sorta e quindi, costui sarebbe un reietto della società, e difficilmente riuscirebbe a trovarsi in una posizione di responsabilità associata ad una depressione cronica. Per contro essendo la società nipponica fortemente orientata al risultato individuale e per natura tradizionale incentrata anche sull'io chiaramente non dovrebbe essere così problematico fare un percorso solitario.

    Detto ciò, non dico che non ci siano spunti, il problema è come vengono proposti. In una situazione standard nel processo di lettura significato/significante viaggiano di pari passo. Secondo Magris -che ho scoperto pensarla come me-, il significante non sempre, anzi quasi mai è voluto, ma esce a stesura e rilettura ultimata. É in quella fase che l'autore lima e modella il suo lavoro perché il significante che ritiene più consono alla trama esca ancora in misura più netta e sia visibile al lettore. Laddove invece per arrivare al significante si debba fare qualcosa di macchinoso, vuol dire che il significante o non c'è o non è stato adeguatamente evidenziato.

    In questo caso per me è la prima delle opzioni cioè che, forse per la necessità di fare la pubblicazione, il lavoro non sia stato ultimato a “regola d'arte” e che quindi manchi dell'adeguata profondità che avrebbe potuto aver e e che invece non si evidenzia.

    Però mi hai ricordato che mi ero ripromessa di inserire la tua recensione così che chi passa di qua possa avere anche un punto di vista diverso dal mio e quindi rimedio subito!

    Baci Simo 🙂

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