"Stoner", John Williams – …. ed è tutto un baluginare di luci


Fonte:Daily Wired


Molti si sono chiesti perché ho deciso di leggere nuovamente Stoner. Il commento più diffuso è “masochismo” ed è sostanzialmente sbagliato. Leggo e rileggo i libri quando si appannano nella mia memoria, li riguardo quando qualcuno mi fa notare qualcosa che non avevo visto o quando ho il sospetto di non aver visto altro. Leggo e rileggo le cose per ricontrollare stili o temi che ritrovo o penso di ritrovare nei libri che ho in lettura o che programmo di leggere. Lo trovo un esercizio rilassante e istruttivo. Mi permette di accostarmi ad un libro senza l’aspettativa che è tipica di chi scopre una storia nuova e avendo la distanza giusta la lettura tira fuori eventuali sfumature che non avevo notato.

La rilettura mi permette di rivedere anche i giudizi altrui e di confrontarli con ciò che penso e devo dire che, almeno questa volta, un giudizio interessante l’ho trovato e, non me ne vogliano gli altri, è quello di Elena di “Appunti di una lettrice disordinata“. Premettiamo per lei è un capolavoro per me è un libro da tre stelline scarse (che prima erano una e anche un po’ stiracchiata) ma il confronto a questo punto può farsi interessante. Cominciamo con il parlare della storia che vede come protagonista appunto William Stoner “Professore emerito” (postumo) di una università americana. Cresciuto a Boville in campagna con dei genitori che hanno a malapena di che sostentarsi, va all’università per imparare le nuove tecniche agrarie e finisce per laurearsi in lettere, sposarsi una donna che lo odia già prima di dirgli sì e vivere una vita molto normale fino alla pensione.
Non svelo nulla visto che la soluzione della trama è in prefazione.

Elena sottolinea questo:
Molti personaggi affollano la vicenda personale di Stoner (che, come giustamente osserva Cameron, è William solo all’inizio, per tutto il libro solo Stoner, tranne che Willy per la moglie Edith, in pochi momenti di infantile attenzione. E Bill nell’attimo più autentico della sua vita sentimentale e intima), ma, per quanto importanti per definire la storia del protagonista, tutti impallidiscono davanti a lui, che giganteggia nella sua mediocrità di eroe involontario.
Un eroe al contrario e in effetti, a ben guardare nell’ultima rilettura, gli ultimi 4 capitoli segnano un po’ una piccola rivolta del protagonista verso questa grama vita. Non sono tantissimi per me, ma è una definizione che posso ritenere accettabile. Il problema risiede, per il mio modo di vedere, nello stile narrativo. Un eroe per dritto  o per contrario dovrebbe avere della “caratterizzazione” che nei 13 capitoli precedenti non ha. E’ pur vero che quando comincia a rialzare la testa è affiancato da personaggi forti, con i quali lo scontro, non è necessario ma vitale perché la storia possa proseguire, anche Stoner comincia a uscire dal suo guscio; le frasi non vengono più messe in prima persona ma raccontate e diventano discorsi quasi finiti. Rileggendolo salta all’occhio che per Williams l’effetto del cambiamento è sottolineato dal fascio di luce che, usato un po’ alla Caravaggio. Il fascio non serve a sottolineare però, come avviene per il pittore, l’azione fermata nel suo momento di massima espressività, bensì come a sottolineare il fotogramma, fisso quasi fosse l’immagine di una scultura greca.

Va da sè che l’immagine non viene commentata sta lì, ferma, a farsi guardare in attesa che il lettore si spieghi in autonomia i pezzi mancanti. Avviene quando ha l’interrogazione in cui non sa rispondere riguardo al sonetto shakesperiano, quando si sposa e il suo amico lo accompagna dalla novella sposa per partire, nei momenti in cui riflette, senza dirci specificatamente su che cosa, al “baluginare” delle luci dei lampioni (piace tanto questo termine al traduttore che lo piazza almeno tre volte per le luci elettriche e uno per la luce negli occhi di uno dei personaggi). La luce invece scompare nell’azione. Quando Stoner comincia ad avere attimi di azione – non vi immaginate cose all’americana eh!- allora questo “espediente narrativo scompare” come se non fosse più necessario.Ed è una cosa curiosa, visto che il focus sulle seppur minime azioni sarebbe d’obbligo proprio per sottolinearle.

Altra stranezza viene fuori dall’intervista rilasciata quest’anno a La Repubblica.it dalla vedova Williams, che scopro essere stata la quarta e ultima moglie dell’autore – mica male Williams, eh?-, e che in Mio Marito Stoner: vi racconto chi era davvero Jhon Williams  dice che :
“[…] John non avrebbe mai raccontato sé stesso nei suoi libri. Semplicemente perché la sua persona lo annoiava. Certo, come lui, William Stoner era nato in campagna ed era un professore universitario. E sicuramente all’inizio della sua carriera, in un posto sperduto come era Denver, ha sofferto e ha provato una certa solitudine. Ma tutto il resto non converge. Anzi, mi diceva che il suo vero romanzo autobiografico fosse Augustus“.
Uno dei dubbi che mi era venuto, leggendo le altre recensioni che mi sono capitate per le mani, è che nella ricostruzione che avevo fatto con delle semplici ricerche io avevo scritto che:
In primis, bisogna considerare che sembra in parte una autobiografia. E’ stato scritto nel 1965 (cosa che ai giorni d’oggi dovrebbe essere un’informazione che si mette all’inizio e invece è citata all’ultima pagina, segno che l’editore ci crede talmente tanto nel testo da serbare l’ultima sorpresa in fondo!), quando Williams aveva 45 anni (è nato nel 1922) e lui era professore universitario proprio in Letteratura Inglese; si ritirerà nel 1985 dalla carriera universitaria e morirà nel 1994 e, a differenza del suo personaggio, in gioventù si è anche arruolato ed è stato in India e Birmania. Mentre il suo protagonista, Stoner, diventa studente per apprendere le nuove tecnologie per la coltivazione dei campi (plausibile) e finisce per diventare professore (per caso), sposarsi con una donna che lo usa quasi dal primo momento. Tutto quello che avverrà nella sua vita, non è affatto cercato ma molto spesso subito.
E la stranezza non si ferma lì. Andando a memoria, i mie ricordi non collimano nemmeno con quelli della moglie, visto che dalle autobiografie che avevo trovato in giro, lui, non era figlio di contadini ma nipote. Quindi il mix cui facevo riferimento era montato mescolando vite diverse. Ma questo rimane solo un dubbio personale e che sanerò prima o poi.

Perché un voto aumentato. È stato aumentato perché rileggendolo a mente fredda e già conoscendo la storia ho rivalutato molto più delle tredici pagine, ovvero 4 capitoli. È chiaro che solo le uniche 13 pagine finali rendono il “pathos” dello scrittore di talento vero e le altre, rapportate a questo momento alto del romanzo, possiamo dire che ingialliscono e ammuffiscono. Ma nei 3 capitoli che precedono questo momento veramente partecipato, in effetti qualcosa c’è. C’è un uomo che finalmente si stufa di prendere scudisciate e che affronta il rapporto con la studentessa, dice l’autore, “quasi come un capriccio di un bimbo” che ha sempre fatto il bravo. C’è l’aggrapparsi all’idea che se ti hanno tolto tutto, non hai nulla da perdere. Come detto le azioni di rivolta si risolvono in un nulla di fatto o in parziali cambiamenti ma sono ascrivibili al topos dell’eroe al contrario di cui parla giustamente Elena.

L’opacità di tutto quello che c’è prima, nonostante il baluginare delle luci naturali e non – mi si passi almeno questo passo d’umorismo – non è ancora di mio gradimento, continua ad essere superfluo, ininfluente e poco utile allo scopo di trasmettere un messaggio, ovvero sembra quello che io continuo a definire un elenco della spesa che si costituisce di situazioni “elencate” ma non descritte. Se non si completano i discorsi o le situazioni e non si accenna nemmeno in seguito allo stato d’animo o ad una possibile conclusione è difficile capire dove si voglia andare a parare e il messaggio rimane sospeso. Interrotto. Interpretabile e non chiaro. Il famoso Masters che ritorna e ritorna qui e lì ha l’onore di una ventina di righe in due capitoli, poche per capire in maniera netta il rapporto con Stoner, eppure viene definito da molti come un riferimento per il protagonista. Lo stesso autore lo ritira fuori all’occorrenza ma senza dare informazioni aggiuntive che possano specificare in modo più peculiare il personaggio. Quindi appare come un santino tirato fuori solo per cercare conforto in una preghiera – ritratto però del quale,per sapere il nome, e chi o cosa protegge, devi girare l’immaginetta e leggerlo nel retro-. C’è un personaggio forte come Fisher, che invece viene piallato completamente finché anche Stoner non comincia a vivere di vita propria e forse la contrapposizione fra Edith e la Driscoe poteva essere un punto di forza e invece si risolve in un nulla di fatto.

Non ho letto Augustus ma ho scoperto che è pubblicato in Italia da Castelvecchio Editore e sono proprio curiosa di conoscere, spero un Williams diverso.
Sicuramente la valutazione a 3 stelline non lo rende né eterno e né sufficiente ma sono certa che anche i più agguerriti se ne faranno una ragione. Magari quando fra molto tempo lo rileggerò salterà fuori altro materiale per parlarne. Una cosa è certa, la parte più divertente della rilettura di questo libro sono le note inserite dalla sottoscritta nel 2012 molte delle quali non le ricordavo affatto. E’ stato divertente calarmi ancora in quei panni e pensare che, a conti fatti, oggi le riscriverei.

Pare sia una lettura necessaria, per me è solo una lettura da fare in libertà e in tranquillità.

Ora se siete proprio curiosi di vedere la precedente valutazione eccola:“Stoner”, John Williams – Non bastano 13 pagine… 

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Stoner
John Williams
Fazi Editore, ed 2012
Collana “Le strade”
Prezzo 17,50€

Fonte: LettureSconclusionate

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