[Dal libro che sto leggendo] Lo strano caso dell’apprendista libraia


Fonte: BlogLive




Quello di cui leggerete oggi è la prima parte del primo capitolo de “Lo strano caso dell’apprendista libraia”. Oggi – martedì 23 – mentre tornavo a casa pensavo a due coincidenze: Settembre 2013 “La verità sul caso Harry Quebert” Settembre 2014 “Lo strano caso dell’apprendista libraia”. Mesi simili, casi letterari entrambi a quanto pare e appartenenti alla medesima categoria ovvero i romanzi. Ma le analogie, a quanto sembra – non l’ho ancora finito questo libro! – pare non finiscano qui.

Hanno entrambi una predilezione per dialoghi assolutamente ininfluenti e nel ripetersi nelle descrizioni e nei “momenti bui”. Ieri, per Dicker, era sempre la storia della ragazza scomparsa oggi per la Meyler è la luce di New York. Quando c’è un buco, un momento in cui bisogna dare alla storia una svolta introspettiva, la nostra eroina declina frasi, senza alcun peso o poetica di sorta, su quanto l’affascini la luce della grande mela. E ancora una volta, davanti ad un romanzo “romantico” mi trovo a domandarmi: ma possibile mai che questo sia l’unico modo di raccontare l’amore? L’amore non può essere per le donne romantiche un sentimento al netto delle frasi cretine e dei nomignoli idioti? Possibile che una donna lasciata deve raccontarmi minuto per minuto la sua sofferenza tralasciando il tema principale per il quale sembra la storia stia in piedi?

Chissà, magari, più in là migliora…
Speriamo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

P.s. Anche le lettrici sconclusionate a volte ritornano…:D

I. 

Io, Esme Garland, detesto le complicazioni. E questa è una vera sfortuna, perché da quando mi sono svegliata stamattina ho la brutta sensazione che da un momento all’altro me ne capiterà una. Bevo il mio tè e mi chiedo se ho dimenticato di consegnare una tesina, di pagare l’affitto oppure di dare la pappa al gatto di Stella. Non mi viene in mente niente. Rifletto sul fatto che la probabilità di incorrere di una complicazione seria è piuttosto remota, visto che non riesco neppure a immaginarmela. Riprendo a bere il tè e guardo la Broadway sotto la mia finestra.
I grattacieli di New York spiccano così netti contro la luce del sole che sembrano ritagliati da un bambino sul cartoncino nero. Il sole del mattino invade le vie trasversali e lascia in ombra il lato est delle avenue. Questa luce così limpida è una delle cose che mi piacciono di più. La luce limpida, la gente limpida.
Mi piace svegliarmi con il sole che invade la stanza. Quando sono arrivata qui, pensavo di ritrovarmi in una cameretta da studente, con una finestra minuscola affacciata sulla scala antincendio. Invece in agosto ho aperto la porta di questo appartamento e la prima cosa che mi ha colpito è stata proprio la luce così invadente. È uno studio, due locali con bagno. Però la parola mi piace, dà l’impressione di essere come quegli artisti morti di fame che hanno abitato in minuscole soffitte per secoli. Si trova esattamente sopra un minimarket aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, quindi non è quello che propriamente si dice silenzioso, ma ha una bella vista sulla Broadway, che si insinua come un ruscello nel rigido reticolato delle strade di Manhattan. Ormai è ottobre, ma continua a farmi effetto.
Irv Franks, del 14D, sta calando il cestino davanti alla mia finestra, con la solita lista della spesa e un biglietto da venti dollari attaccato al filo. Come sempre uno dei coreani del negozio di sotto sta aspettando il cestino. Sì, sta sorridendo, me lo immaginavo. Chiunque, da qualsiasi paese provenga, sa quanto sia piacevole riprodurre la vita del villaggio in questo modo; e tutti sono contenti che funzioni ancora.
Non sono venuta a New York per evadere dai confini della mia cittadina inglese. Non pensavo che New York mi avrebbe aiutato a esprimere al meglio la mia personalità, e neppure che avrebbe contribuito a rinvigorire il mio animo depresso. Il mio animo si deprime assai raramente. Non ho commesso l’errore, o nutrito la speranza, di pensare che New York sarebbe stata il santuario della mia redenzione. La Columbia University mi ha offerto un posto dove studiare storia dell’arte, e in più mi ha messo a disposizione una borsa di studio. Nessun altro mi aveva offerto soldi.
Ecco perché sono venuta qui. All’inizio, la situazione non sembrava promettente. Sono arrivata come tutti gli altri, dopo aver giurato di non essere una spia o colpevole di depravazione morale, e di non portare lumache con me. Nei primi sconvolgenti minuti fuori dal JFK, un venerdì notte di pioggia, ho visto taxi gialli sfrecciare per la strada mentre inservienti dell’aeroporto si lanciavano insulti e limousine lucide passavano in mezzo a quel manicomio: sembrava di essere sull’orlo del caos. Come tanti altri, anch’io ho pensato: “Impossibile, non ce la farò mai”. Ma poi ce la si fa, eccome. Si riesce a entrare in città di sera senza venire uccisi, e a svegliarsi il giorno successivo ancora vivi, e un attimo dopo ci si ritrova a passeggiare sulla Broadway sotto il sole.

Questo pezzo è tratto da:

Lo strano caso dell’apprendista libraia
Deborah Mayler
Garzanti Editore, Ed. 2014
Prezzo 16,40€

– Posted using BlogPress from my iPad

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