"The White Family", Maggie Gee – I gradi di sofferenza per la pura bellezza…

Fonte: Edencaf


Quando penso a libri libri del genere penso a tutte le inutili discussioni che ho fatto nel tempo sulla necessità o no di fare recensioni negative. Non è un libro da recensione negativa, ma per arrivare a comprenderne la bellezza lo devi sviscerare e analizzare come se stessi facendo una recensione negativa. Come sempre detto negli anni, recensire un libro che non è piaciuto richiede forti motivazioni e non un semplice “non m’è piaciuto!”. Se, però, non mi mettessi a scrivere ogni volta ciò che penso di quel che leggo, libri come questo, come anche “Il sale” e “La città degli angeli” non avrebbero svelato la loro bellezza. Io li definisco i libri a “scoppio ritardato” quelli che odi tra pagina 80 e pagina 100 fino alla fine e che, una volta chiusi, digeriti e analizzati si svelano nella loro immensa bellezza e non ti lasciano proprio più.

Solitamente sono saghe di famiglie o, come nel caso della Wolf, il caso parte da una questione di famiglia per diventare altro. Sempre la questione verte su un dolore, da ciò che lo provoca e ciò che comporta, ma sempre è evidente che il “dolore” non è qualcosa che continui a sentire ma diventa qualcosa che fa parte di te e che modifica il tuo essere in rapporto con te stesso e con gli altri; il dolore guida le tue scelte, i tuoi successi e i tuoi insuccessi ma questi ogni volta che avvengono non minano il dolore che rimane inalterato. Altra cosa che è ricorrente è che questo dolore, che assomiglia a quello che ci portiamo dietro quando viene a mancare qualcuno che ci è caro, è un dolore senza perdono. Non si può annullare con una atto di clemenza ma chiede altro: la comprensione.
Intesa come conoscenza, la comprensione in questo caso amplia questo concetto per diventare quello stato psicologico che ti permette di capire che cosa ha generato quel comportamento e la scelta deliberata di perseguirlo. E’ solo in quel momento che siamo in grado, secondo questi autori, di superare questo status per far diventare questo “dolore” paritetico a quello che ci accompagna giornalmente ma che non influisce più così pesantemente sul nostro modo di essere.

E’ quello che succede e non succede anche qui. Siamo di fronte alla famiglia White, siamo a Londra e intorno agli anni ’60-’70. La guerra è lontana, ma Alfred, padre di famiglia se la ricorda ancora bene, ricorda che da giovane che non aveva studiato è partito per la sua patria, che quando è tornato, nel parco dove oggi è rimasto l’unico guardiano, ha conosciuto May, ballando insieme a lei e innamorandosene quasi subito. Ricorda lo stupore e il piacere del fatto che lei, di un tipo di famiglia diversa e con un grado di studio molto più alto del suo, abbia accettato subito la sua proposta di matrimonio e ricorda la gioia, sempre nascosta perché non si pensasse che fosse meno “uomo”, per la nascita dei suoi tre figli. Darren, Shirley, Dirk sono tre risposte diverse ad una vita difficile con un padre difficile. La fuga, la scelta diversa e la ricerca di approvazione. Padre padrone, le botte, la mancata esternazione di affetto, comprensione e lode, l’alcol e l’assenza sono tutte cose che fanno sparire i passi invece fatti per amore verso i figli. Così Darren fugge grazie alla carriera fortunata di scrittore e Shirley sceglie di sposarsi con un uomo di colore in un momento dove la questione razziale è molto sentita e Dirk, il piccolo di casa, cerca l’approvazione del padre nelle sue frequentazioni ed esternazioni filo razziste.
Si ritrovano tutti al capezzale del padre, soccorso da un amico di famiglia Tom, ed è in quell’attimo che la storia comincia. E’ l’inizio del percorso di dolore verso la comprensione, ma non è detto che tutti riescano ad arrivarci.

Ecco, come già detto questo è uno dei libri che ho odiato da pagina 100. il problema appartiene al tipo di scrittura e alla scelta di svolgimento della trama. oltre ad avere simili risvolti, questi libri sono la risposta a coloro che sostengono che “la vita sia troppo breve per leggere ciò che non mi piace”. Sono composti di quelle che io definisco “pagine pregne” che senza alcun sotterfugio letterario – ripetizioni, metafore e via dicendo – fanno sì che ogni volta che hai letto due pagine ti sembra di aver letto un capitolo intero. In parte è dovuto all’architettura del libro, spesso i capitolo sono dedicati a singoli personaggi andando avanti e indietro nella loro vita personale per svolgere, volta per volta, quanto ha creato quello che sono nel presente della narrazione. In altri casi la costruzione è dedicata alla sommatoria di situazioni, ma non è questo il libro in questione. Altro motivo possiamo ritrovarlo nelle continue tensioni che compongono la trama fin quasi a spezzarla e le continue deviazioni di rotta senza un finale certo. Anche questa è una forma di arte, che si caratterizza per tutti questi strappi che si creano senza una direzione certa e senza un finale previsto fino all’ultima pagina. Che poi, a dirla tutta, un finale non c’è affatto, c’è un altro inizio, che però non annuncia un libro successivo ma conferma che la vita non finisce, continua oltre le nostre perdite finché non siamo noi stessi a morire. 

Allora la nostra vita finirà ma la vita di tutti proseguirà rigenerata dalla comprensione di ciò che è successo, in quel lasso di tempo in cui noi e coloro che ci sono sopravvissuti siamo entrati in contatto. In quel momento, la morte,  evolviamo in base alla comprensione di ciò che abbiamo vissuto. Non giustifichiamo e ne perdoniamo, capiamo le motivazioni delle scelte altrui che hanno influito sulla nostra vita, passiamo oltre, memori di quello che abbiamo imparato, sperando di non sbagliare più, ma forse commettendo nuovi errori – nessuno è perfetto – ma sperando di fare sempre minori danni di quelli che abbiamo subito noi.

A questo servono libri del genere ed è per questo che sono necessari i gradi del dolore dei personaggi, e anche del lettore. Perché è in casi come questo che concetti, sensazioni, emozioni non ti lasceranno mai, rimarranno lì a ricordarti storie come queste che con l’odio hai vissuto personalmente con i personaggi di cui hai letto e sono la vera magia che si nasconde nei libri. Maggie Gee è una che ha fatto la sua gavetta, che ha scritto per riviste di narrativa contemporanea e sperimentale come l’inglese Granta e che nel suo porsi ai lettori cerca di replicare le emozioni di cui parla a chi si avvicina alla su scrittura.
Ha anche trovato una felice traduzione italiana ad opera di Giovanni Giri per Edizioni Spartaco – guarda se questa decisione di scegliere nominare i traduttori non mi farà diventare anche una che selezionerà i libri in base a chi ha tradotto! – che è riuscito a rendere l’atmosfera di questo genere di libro.

Inutile dire che è un libro consigliatissimo, che continuerò a leggere libri del genere quando mi capiteranno. La persistenza di un libro è data dal fatto che ci possa abbandonare o no nel tempo. Io questo libro l’ho iniziato a Gennaio, interrotto a Febbraio e ripreso a Marzo per finirlo ad Aprile. Non l’ho aperto oggi, non è stato necessario. E’ rimasto tutto ancora nitido, così come avviene per “La città degli angeli” e per “Il sale”.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

The White family
Maggie Gee
Edizioni Spartaco, ed. 2010
Collana “Dissensi”
Traduttore Giovanni Giri
Prezzo 16,50€

Fonte: LettureSconclusionate






– Posted using BlogPress from my iPad

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