[Dal libro che sto leggendo] cassandra al matrimonio


Fonte:Autoblog


Siamo in un giugno dei primi anni ’60; alla Berkeley University stanno finendo gli esami e gli studenti si organizzano per tornare a casa o per le vacanze. Cassandra, sorella gemella di Judith, sta meditando di tornare un giorno prima di quanto aveva inizialmente comunicato. In fondo c’è un desiderio, che quel matrimonio, la cui notizia le era giunta inaspettata, come un mattone che la riportava nel baratro combattuto in nove mesi di analisi – da quando Judith era andata via da Berkeley per frequentare la Juliard di New York -, in fondo non si celebrasse. Lei e Judith, nonostante avessero sempre cercato di non sembrare uguali in fondo erano un’entità unica e quell’estraneo che aveva preso il cuore di Judith non sapeva cosa stata dividendo.

Questo è in sostanza quello di cui si parlerà in questo libro aperto, come dicevo ieri sui social, “solo per vedere se era scorrevole”. In effetti lo è, visto che ieri sera ho chiuso a 120 pagine lette e che oggi continuo a sbirciarlo con la curiosità di chi vuole sapere come andrà a finire. La Baker riesce, nonostante le continue divagazioni, che servono a dare l’immagine contestuale di presente e passato, a mantenere un ritmo costante con una tensione crescente volta a scoprire quello scontro fra due anime che sono in fondo facce della stessa medaglia. Due gemelle. Due pensieri che convergono anche quando sono lontani e la paura del cambiamento di chi si appresta a percorrerlo e di chi lo subisce.

Libro, manco a dirlo, stupendo, di cui vi relazionerò quando l’avrò finito.
Buone letture,
Simona

Parla Cassandra

Uno 

Ho detto a tutti che potevo liberarmi il ventuno e che sarei arrivata a casa il ventidue. (Giugno). Ma poi è andata meglio di come pensavo – sono riuscita a correggere tutti gli esami e a farmi mettere i voti e a consegnare in segreteria entro le dieci di mattina del ventuno e dono tornata a casa così leggera, e inquieta, che ho iniziato a rivedere i miei piani. Sono solo cinque ore di macchina dall’università al ranch – se mantieni una certa andatura, senza fermarti a bere il succo d’arancia ogni cinquanta chilometri come facevamo sempre io e Judiith nei primi due anni di college, o nei bar, come abbiamo fatto in seguito, dopo aver imparato a dimostrare ventun anni pur avendone meno di venti. Come ho già detto, se ti dai una mossa, puoi arrivare a Berkeley al nostro ranch in cinque ore, e il motivo per cui non ci è mai interessato farlo, ai vecchi tempi, è che avevamo bisogno di tornare in famiglia un po’ per gradi, preparandoci psicologicamente all’accoglienza tripartita di nonna, mamma e papà – che ci amavano ferocemente in tre modi diversi. Anche noi gli volevamo bene, in sei modi diversi – ma ce la prendevamo comoda lo stesso.
Ormai non era pi tripartita – l’accoglienza. Mamma era morta da tre anni ( giovanissima, anche se le probabilmente non la pensava così) e quindi non era stata invitata al matrimonio di Judith. Mentre io sì. E se ci fosse andata, ovviamente ci dovevo andare, avrei svolto un ruolo di notevole rilevanza ufficiale – in qualità di unica damigella della sposa. Judith me l’aveva chiesto per lettera e io non avevo risposto in modo chiaro – perché sono timida e m’imbarazzo, soprattutto ai matrimoni – ma le avevo detto che sarei tornata a casa in ventidue, e inconsciamente le avevo dato via libera già il ventuno, che a giugno è il giorno più lungo dell’anno. Quando sono rientrata dalla segreteria, ho capito che io fondo in fondo mi andava. Ho passeggiato un po’ per l’appartamento e ho guardato due o tre volte nel frigorifero – che era così freddo, bianco, vuoto – e più volte ancora fuori dalla grande finestra che dà verso ovest, sulla baia con le isole carcerarie e quel ponte incredibile.E’ veramente incredibile, solo che a forza di guardarlo così spesso alla fine mi sono convinta che esiste, e certe volte d’inverno mi sembra che sia bello. Perfino irresistibile, a volte – ma siccome lo è anche la mia analista, è come se si annullassero a vicenda.
Sono uscita fuori e mi sono fermata in terrazza a riflettere – a pensare al caldo che avrebbe fatto a casa, al caldo feroce, ustionante, e a come sarebbe stato bello rivedere il cane e il gatto nuovo e mio padre e mia nonna. E mia sorella. Judith.
Il ponte era tornato bello. Era illuminato dal sole, e attraente quasi quanto un’insegna al neon che indica l’uscita in un auditorium senz’aria e pieno di gente, dove stai seguendo una lezione che – come mi capita spesso – non ha niente di interessante. Ma non tutte le lezioni possono essere interessanti, ovviamente; puoi startene lì seduta ad ascoltarle per quello che valgono e ignorare l’insegna che indica l’uscita  anche se è lì che brilla. Oltretutto, il mio mentore mi assicura che io, di natura, non sono una che scappa; non fa per me. Sono portata solo per l’introspezione, e per l’inquietudine, e quindi, mentre me ne stavo lì a misurare il ponte, immagino che sapessi già chella fine sarei andata a casa, avrei partecipato al matrimonio di mia sorella come da invito, l’avrei aiutata ad abbottonare e a chiudere la zip di qualsiasi cosa avesse indossato, le avrei tenuto il bouquet mentre prendeva l’anello, mettendoselo al naso o al dito, ovunque avesse deciso di infilarselo, e sarei rimasta zitta al momento di parlare o tacere per sempre. Ci sarei andata, con ogni probabilità, e avrei fatto tutto quello che ci si aspetta dall’unica damigella della sposa. Probabilmente avrei perfino danzato, da damigella.

Questo pezzo è tratto da:

cassandra al matrimonio
dorothy baker
Fazi Editore, ed. 2014
Collana “Le strade”
Prezzo 16,50€ 

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