"Rumore bianco", Don DeLillo – Forse era meglio la tv di nonna…

Fonte: Impronta Unika

La definizione che più spesso si associa al rumore bianco è: fruscio che però abbassa i toni dei rumori circostanti e che ha anche una funzione rilassante. Si parla di persone che comprano macchine che producano rumori similari, ad esempio per rilassarsi e dormire meglio. Nel mio caso sono andata a cercare un emulatore di questo suono e l’ho trovato qui: Rumore bianco. Tenendo conto che io soffro di un’insonnia cronica, potrei utilizzarlo, come potrei usare anche il “Rumore bianco” di DeLillo, ma non perché mi ha rilassato leggerlo ma solo perché mi ha parecchio annoiata. Detto ciò, perché parliamo degli effetti del rumore bianco? Perché pare che pare che il bello di DeLillo sia proprio in questo, ovvero quello di riprodurre l’effetto del rumore bianco per 400 pagine in un romanzo. Effetto riuscito? Se uno lo guarda da un mero punto di vista scientifico sì, se lo si guarda da quello letterario assolutamente no.

Siamo in un’epoca imprecisata, o può anche essere che mi sia persa qualche data nel fiume di parole, ma si fa riferimento alla provincia Americana fatta di case allineate e con la giardinetta parcheggiata davanti casa. Nella cittadina in questione c’è un’Università in cui insegna Jack – corso di studi Hitleriani – che vive con la sua quinta (credo di aver tenuto bene i conti, al massimo è la quarta) moglie, anche lei reduce da un divorzio. I due vivono la vita di una famiglia allargata, molto più allargata di quanto possiate immaginare; in casa vivono 4 figli di cui una è la figlia di lui, un maschio e una femmina figli di lei e infine un amorevole pargolo che è figlio dell’attuale coppia. In più lui ha due figlie che vivono, si fa per dire, con le rispettive ex mogli. Situazione ingarbugliata? Ecco siatemi grati perché mi ci è voluto l’intero libro per capire chi era figlio di chi! Per tornare al punto della questione, ovvero alla trama, non c’è un elemento scatenante della storia ma questa comincia in un momento qualsiasi, rappresentando le vite di tutti i protagonisti e i loro rapporti con i pochi altri personaggi con cui interagiscono, finché un giorno non avviene un grosso incidente che genera una nube tossica e che costringe, cittadini, protagonisti e autore a cambiare i luoghi di narrazione. Come va a finire non ve lo racconterò ma posso dirvi che tra Babette (la moglie) e Jack c’è un sospeso, che non ha nulla a che fare con il disastro naturale e che diventa una storia nella storia.

Se prendiamo questo libro dal punto di vista scientifico, ovvero non tenendo per nulla in considerazione quello che c’è scritto come insieme di situazioni e persone che compongono una storia ci siamo, anche se non nelle tre grandi suddivisioni che DeLillo marca in parti, ci sono zone illuminate e piene di rumori che seguono ad altre caratterizzate da un rumore più basso e lieve che potrebbe sembrare quiete assoluta e invece è “attività minima”. Se invece analizziamo dal punto di vista letterario è un po’ un disastro. Principalmente perché, nelle zone di fruscio, ovvero nelle sfumature è comprensibile appieno solo da chi è vissuto in America, perché qua, nella cittadina di provincia che ospita l’università non sono descritte zone frenetiche e nemmeno i dialoghi più serrati riescono a rendere l’idea del frenetico, così come le riunioni al supermercato non portano quel senso di quiete che per l’immaginario collettivo americano da la certezza di avere la dispensa piena di inutili zozzerie gastronomiche. Per cui, se conosci bene le situazioni le intuisci, altrimenti non hai molti elementi per comprendere di cosa stia parlando.

Altro fattore negativo, si potrebbe definire “effetto ammucchiata”, è quello che ci vuole un’arte sopraffina per gestire tanti personaggi, soprattutto quando parlano, ma non pare appartenere a DeLillo in questo romanzo. La difficoltà assoluta di capire chi sta parlando e chi controbatte o interrompe è una fatica che accompagna il lettore dall’inizio fino alla fine. Ed è veramente pesante continuare a riguardare i dialoghi e  controllare i presenti al dialogo, tant’è che grazie a questo caos il lettore, in questo caso la lettrice, si dimentica bellamente del rumore bianco o del frastuono cercando di ricomporre la sequenza degli interventi.
Ultimo degli aspetti negativi che ritengo opportuno elencare è questo amorfismo anafettivo e questa finta morbosità dei protagonisti.Lui e lei stanno insieme senza essere presenti l’uno all’altra, i figli si rapportano a loro come se dovessero rivolgersi ai responsabili di un campo estivo. Denise, la figlia di lei, pare avere 80 anni e la sua quasi coetanea sorellastra e figlia di lui vive in un mondo a parte, tant’è che anche DeLillo sembra dimenticarsene qui e lì se non quando fa l’appello per riunirli in un’unica stanza o macchina, o edificio. Non ci sono rapporti di sorta e l’esclamazione che DeLillo mette in bocca a non mi ricordo chi che “la famiglia è la culla dell’ignoranza” fa sembrare questa ricostruzione familiare dipinta apposta per rappresentare il concetto e non la realtà.

Poi ci sono gli ufo, i servizi segreti, le donne sfuggenti che sembrano Wonder Woman per la velocità di spostamento, c’è un tedesco che ammucchia e un giornalista sportivo che insegna in un corso che analizza gli incidenti stradali nella filmografia ma che vorrebbe fare un corso universitario su Elvis Presley: così vi ritroverete in un paio di pagine epiche e folli in cui Murray, il professore-giornalista sportivo, parla alla classe di Elvis e Jack gli fa eco facendo i paralleli con la vita di Hitler. Strano? Assolutamente no, asserve al rumore sfrenato che poco dopo diventa bianco, ma non per la storia bensì per Elvis e Hitler che si guardano perché non ne capiscono il nesso insieme ai lettori.
E qui viene quello che danneggia tutto l’effetto d’insieme, ovvero che non c’è un motivo per tenerlo insieme, ne un rumore bianco, rosa o marrone. Tanti concetti lasciati lì, tirati fuori giusto per dire qualcosa, ma abbandonati quasi subito dalla distrazione dei protagonisti e dello scrittore stesso per altri concetti che verrano subitaneamente abbandonati dopo essere stati enunciati o scritti.

In sostanza e in conclusione, se dovessi dare un’immagine di questo libro, è un po’ come il televisore antidiluviano che mi aveva donato la mia nonna paterna. Aveva due manopole, quella a destra accendeva e regolava il volume, quella a sinistra serviva per la sintonizzazione. Quando me ne fece dono erano i primi anni ’80 e io andavo a letto ancora alle 20:00 per volere di mio padre. Accendevo con il volume al minimo e cominciava tutto lo show del riscaldamento: prima si vedevano le righe andare verso l’alto, poi verso il basso, poi verso sinistra, infine verso destra e dopo un attimo di coriandoli appariva l’immagine. Visto che per riscaldarsi ci metteva più di due ore, compariva sempre il Maurizio Costanzo Show che immancabilmente guardavo due minuti prima di addormentarmi definitivamente. Ecco questo libro è un po’ come quel televisore, con l’unica differenza che il televisore qualcosa alla fine me la faceva vedere mentre con DeLillo sto ancora aspettando.

Inutile dire che non m’è piaciuto, ma confido di trovare un altro libro dello stesso scrittore che me lo faccia apprezzare come fanno altri lettori.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Rumore bianco

Don DeLillo 
Einaudi Editore, ed. 2005 
Collana “Einaudi tascabili. Scrittori” 
Prezzo 14,00€ 



2 thoughts on “"Rumore bianco", Don DeLillo – Forse era meglio la tv di nonna…

  1. Ma il maschio non è figlio di Babette, ma di Jack, o no??!
    Comunque, a parte questo, sottoscrivo tutto ciò che hai detto su questo libro… è stata una faticaccia!!

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  2. No, il maschio grande era figlio di lei, tant'è che non è molto contento di vedere il padre per andare a mangiare fuori, ricordi? Di certo anche lui, come tutti i personaggi non afferenti alla famiglia è stata una meteora nel racconto! Però faticaccia per faticaccia, adesso sappimo di che parla! 😀
    Ciao Dani!

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