[Dal libro che sto leggendo] Un amore sbagliato


Fonte: Pinterest


Ci ho messo un po’ a lasciare a questo libro la possibilità di finire. Confesso, non lo volevo proprio lasciare andare, e chi vede gli avanzamenti delle mie letture ne è testimone, perché la scrittura aggraziata e gentile, quasi di altri tempi ma svecchiata di ogni inutile ampollosità, rendeva questa storia affascinante e in alcuni punti, più per la scrittura che per la trama vera e propria.

Lea conduce una vita normale da maestra elementare è da dieci anni compagna di Stefano e sente il peso della routine che porta, lei e il suo compagno, a stare per lungo tempo separati causa impegni di lavoro di lui presso un’università emiliana. Lei vive a Roma e la sua vita è fatta di lavoro, letture, incontri periodici con le amiche, “il quadrilatero” le chiama. Poi un giorno, un viaggio per un congresso, un relatore che affascina per quel che presenta, un incontro fortuito con lui nello stesso ristorante e subito dopo un complimento e un contatto con una scusa scatta qualcosa che nemmeno Lea sa cosa sia. E di qui parte questa storia tenera e a tratti complicata.

Questo è un vero romanzo, uno di quelli in cui si sogna, ci si innamora e a volte ci si commuove anche. Di tutti i personaggi che si avvicendano quelli che a me sono particolarmente piaciuto sono Zia Sofia e Immacolata, donne dal sapore dei tempi andati così opposte nelle scelte individuali e così identiche nella testardaggine con la quale vanno avanti.
Un bel libro dove amore e natura si fondono in un linguaggio altrettanto semplice e poetico ma mai smielato. E’ piaciuto anche a me che sono romantica come una lapide funeraria, difficilmente potrà non piacervi. Comunque ne riparleremo nella recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Da due settimane non riusciva più a fare un sonno filato. Si svegliava di colpo, più volte. Alle due, alle tre, alle cinque. Qualcosa di potente aveva ragione del buio e della dimenticanza che le concedeva il sonno. Se erano già le quattro o le cinque restava sveglia, non provava a chiudere di nuovo gli occhi, a spegnere la luce dell’abat-jour. Dalle fessure delle tapparelle arrivava già un chiarore di alba, un accenno di cielo di latte e, allora, preferiva aspettare, sveglia, che il nuovo giorno arrivasse pieno, intero. Gli si consegnava così, accesa, gravida di questo pensiero di lui che ormai le teneva compagnia come in una presa diretta continua, involontaria, inarginabile. Non si chiedeva mai – se non di sfuggita, ma così, tanto per – dove fosse e con chi fosse. Non la riguardava, non la toccava, non era una cosa importante.Sapeva di consistere in lui, così come lui in lei. Forse non gli toglieva il sonno, questo sì, ma era lei che era troppo eccitabile, sempre stata con reazioni amplificate, eccessive, glielo avevano detto fin da bambina. Però, pensava che, anche se non gli toglieva il sonno, aveva messo timidi villi dentro la pancia di lui. Ed era grande e luminosa la sensazione di averlo fecondato e di essere stata fecondata. Poter vivere a centinaia di chilometri di distanza con la consapevolezza d’essere gravidi, insieme. E felici di esserlo.Accecante e rapido come una folgore il nome di lui la trapassava fin dal risveglio. Sapere che c’era – da qualche parte nel vasto mondo – che si soffiava il naso, leggeva il giornale, appendeva il cappotto in un ristorante, si allacciava le scarpe, tutte queste minute cose che lui, da un’altra parte, faceva, la riempivano di stupefatta fierezza, di un sentimento verticale, solido, concreto, buono. Come il pane, come il gattò di patate che, da quando il nome di Marco era entrato tra i nomi amati, le veniva più morbido. Anche Stefano se n’era accorto. Un giorno le aveva detto: «Ma questo gattò ti viene meglio da un po’ di tempo in qua.»«Ho cambiato tipo di patate» aveva risposto lei.
Marco era arrivato a lei, con delle parole gentili, in un momento della sua vita in cui le pareva che dal mondo che abitava fossero scomparse la gentilezza e la grazia.Forse era lei che era inquieta, scontenta, nervosa: da tempo anche a scuola le parevano sgraziate le bidelle con certo fare brusco, certa aria di degnazione appena chiedeva loro un piacere. E Stefano era diventato un istrice. Il lavoro cui si stava dedicando ormai da tre anni, un manuale di Letteratura italiana per le scuole, lo assorbiva in modo totale, era sempre al telefono con l’editore, con il suo coautore che viveva a Torino, smadonnava, si capiva che non vedeva l’ora di licenziare un’opera che all’inizio l’aveva entusiasmato ma che, col tempo, per le mini censure che doveva porsi, i tagli da fare, era altra da quella che aveva in mente.

Questo pezzo è tratto da:

Un amore sbagliato
Giulia Alberico
Sonzogno Editore, Ed. 2015
Collana “Romanzi”
Prezzo 15,00€

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