"19 Dicembre ’43", Donato Cutolo – La logica dell’abbandono e della speranza…

Fonte: La valle dell’eco

Forse aspettare a recensirlo per cause esterne, come il viaggio a Torino, mi ha aiutato a focalizzare qualche aspetto in più di questo bellissimo piccolo romanzo. Come avevo scritto nell’anteprima è un romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, e fulminante. In poche pagine ti ritrovi al centro della scena scartando tutti i preamboli e le descrizioni inutili che sono tanto care agli scrittori ampollosi. Tecnica molto usata nei romanzi contemporanei che qui assume fattezze nuove perché la storia che Donato Cutolo sceglie di raccontare fa appello ad un fatto veramente accaduto.

Ettore è cresciuto con uno zio e non si ricorda i suoi genitori che lo hanno affidato alle sue cure quando partirono in cerca di fortuna in America. Nel tempo anche quest’ultimo lo abbandona, ma a causa di una malattia, ma nel frattempo gli ha insegnato un mestiere e gli ha fatto vivere una vita povera ma felice. Ettore ha anche un amico, Giorgio, che con la sorella ha visto portar via dai fascisti il padre, comunista convinto. Giorgio vive questa mancanza come un’eredità, è lui a dover diffondere le idee ed è lui, che in vece del padre, deve realizzare il grande sogno di liberazione e di svolta per tutti.
Poi c’è Ada, la donna che Ettore ama infinitamente e appassionatamente, è una sarta sopraffina che però deve abbandonare il suo lavoro d’élite perché girare per le strade e soprattutto scendere in città dal paese è diventato pericoloso.
Poi un giorno una retata per un’uccisione di un fascista genera un attacco, case che scoppiano e infine il buio. Da qui parte la storia.

Perché logica dell’abbandono? Semplice perché come potete vedere tutto parte da abbandoni, dei genitori o di un lavoro non importa, c’è una privazione. E questa privazione, della libertà o dell’affetto si traduce micidialmente in successivi abbandoni che causano altri dolori. E’ una piramide il cui culmine termina in un soffio che lascia al lettore la speranza. E la speranza è presente in tutto il libro, come avviene all’inizio quando il libro si apre con una bellissima lettera di un figlio ad un padre che non ha mai conosciuto e che è silente senza motivo e quindi doppiamente assente. La speranza nasce dall’amore che nasce spontaneo e inaspettato fra due persone molto diverse fra loro, che si alimenta al lume di candela, con baci e abbracci, dietro le persiane oscurate. E’ un amore sentito e tacitamente approvato da chi circonda i due amanti, eppure la certezza di un’assenza basta a separare i due innamorati.

E poi c’è la speranza del cambiamento, la voglia di aiutare la speranza di libertà attraverso azioni concrete, il senso della giustizia che morde il freno anche grazie alla giovane età di Giorgio che non si rassegna alla tensione e oppressione della realtà. Questa dualità si rincorre per tutto il libro, garantendo una continua tensione fino alla fine, intervallata soltanto dalla saggezza popolare di qualche personaggio che spunta quasi a frenare la velocità che porterebbe immediatamente ad un finale certe. La qualità più grande di Cutolo in questo libro è la precisione nell’unica scena completamente descrittiva che si trova propri all’inizio, in cui Ettore è sommerso dalle macerie. La sensazione claustrofobica, la presa di coscienza, questo parto in cui l’uomo si libera di questo grembo che lo trattiene e lo opprime è forse la scena più vivida e forte che io abbia letto negli ultimi tempi.
Non è una novità, e non perché io conosca l’autore – come in effetti non è-, bensì perché Cutolo è campano e vive in una realtà regionale in cui la formazione allo “svisceramento” della realtà e la “decostruzione” dell’emozione al fine di riconoscerla e descriverla è una pratica abituale e rituale. Come Cappuccio, ne “il fuoco su Napoli”, scrive “Napoli ha un rapporto strano con gli spiriti” e io questo concetto lo posso tranquillamente ampliare a tutto il panorama regionale.

Il “rapporto con gli spiriti” che tanto affascinava anche Herling si traduce in una straordinaria capacità di rendere quel realismo narrativo, che in altri frangenti o in altri periodi veniva raggiunto con altri espedienti narrativi – a mio avviso- non così d’impatto come in questo caso, e che accompagnata al talento per la scrittura si traduce in un piccolo capolavoro come quello che vi ho presentato oggi.
A Maria di Scratchbook ho detto che per “leggere un libro campano devo entrare nel mood” e in effetti è proprio così, quando vi avvicinate alla letteratura campana, dovete lasciare alla porta le vostre convinzioni e quello che fino ad oggi vi hanno insegnato, lasciandovi portare per mano dall’autore nell’ade degli spiriti, sarà lui ad indicarvi quello giusto e a raccontarvi, in maniera del tutto diversa da quello che avete conosciuto sino ad oggi, la sua storia.
E ve lo dice una che campana non è.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


19 Dicembre ’43
Donato Cutolo
Zona Editore, ed. 2014
Cd di colonna sonora di Fausto Mesolella e Daniele Sepe
con la voce di Paolo Rossi
Prezzo 15,00€

Fonte: LettureSconclusionate



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