"Villa Tarantola", Vincenzo Cardarelli – L’esploratore di stanze…

Fonte: Visioni Poetiche


Tanto tempo fa, ma proprio tanto – parliamo del 2012!- dopo aver a lungo pensato sulla recensione da fare per “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano conclusi il mio post dicendo che:

Questo libro è anche lo spunto per ripartire dalle radici del Premio Strega, oggi oggetto molto spesso di critiche per le sue scelte, a volte bislacche, dei testi da premiare. È vero, è cambiato il secolo, sono cambiate le persone, i gusti e le necessità ma, è anche vero, che tale onoreficenza dovrebbe estraniarsi dalle esigenze di mercato e dalle scelte di scuderia editoriale e dovrebbe rivolgersi alla sola qualità dei testi.
Ritornare indietro è quindi un modo per rinascere e reinventarsi.Pertanto, con un po’ di pazienza, per lasciarmi ritrovare tutti i testi, mano a mano inserirò le recensioni dei libri che hanno fatto la storia di questo premio.

Ora io dico spesso che sono molto fortunata, c’è gente che fa pessimi incontri in rete, nel mio caso vengono superati da quelli splendidi. Quel post fu notato da una cara amica, Paola (cheprimaopoiconvinceròametteresuquestobenedettoblog!) la quale dopo aver letto anche lei quel libro si impegnò a seguire con me questo percorso. Quest’anno complice la casualità è entrata in possesso di una copia dello stesso libro che avevo reperito io e così abbiamo deciso di leggerlo insieme. Ed eccoci qui! Nonostante la nostra copia sia una ristampa del 1964, siamo tornati indietro all’anno 1948. Il salotto Bellonci è l’occasione per poter incontrare personaggi famosi della scena culturale di un Italia appena uscita dalla guerra. 
Per avere un’idea ecco la premiazione di quell’anno filmata dall’Istituto Luce:




Ora che vi siete calati nell’atmosfera facciamo un paio di considerazioni. Il lavoro che fu premiato per primo, nel 1947, vedeva un Flaiano poco contento di ritirare il premio, peraltro a mio avviso meritatissimo, e il motivo c’è e risiede nel fatto che forse, la conclusione scelta, non era l’unica possibile e infatti si nota un brusco cambio di registro tra una prima parte ben definita e la parte finale che conclude la vicenda. Sempre lo stesso libro prende vita da un personaggio che era stato già protagonista di due racconti, che sono inseriti nel romanzo e ne formano due capitoli fra i primi. Quindi la scelta del salotto è una scelta ponderata ma anche innovativa, premia l’opera per il suo valore, indipendentemente dal suo finale e nonostante l’umore del suo autore. Nel 1948 si sceglie invece di premiare Vincenzo Cardarelli, poeta conosciuto e apprezzato che ha in sé un’animo doppio, quello dell’artista a tutto tondo, che si diletta negli studi umanistici ma che non disdegna le arti figurative e in particolare la tecnica dell’architettura. Architetto non lo è per studi fatti, anzi a dirla proprio tutta, come fu per Scerbanenco approda alla sua carriera finale dopo aver fatto un po’ di tutto ed essersi fatto le ossa sul campo.Ed è quindi naturale che Cardarelli sia un poeta e un autore di prosa, che sia interessato alla natura, in cui è nato e cresciuto, e alla città con le sue architetture e la sua urbanistica che ha accompagnato la sua vita da adulto.

Bigiaretti, che firma l’introduzione di questo libro, è un suo estimatore e uno dei pochi che sia riuscito ad entrare in contatto con il focoso, sulla questione letteraria e su quella politica, Cardarelli senza esserne stato respinto, ne parla come un uomo dal vivace intelletto e dall’arguzia tale da non esser sbattuto fuori da quella sala appartata del caffè Aragno, nel quale molti ambiscono a stare e pochi riescono a rimanere perché accettati da chi quel posto se lo è meritato con l’esercizio dell’oratoria. Ma dice anche che, dopo questo premio già ambito, la salute di Cardarelli viene minata dalla malattia e che quell’uomo che tanti dibattiti aveva vinto, che aveva conquistato il rispetto dell’italia e dell’establishment culturale che si andava delineando nel dopoguerra, ad un certo punto diventa sempre più solo, dimenticato e povero. Non ha mai avuto una compagna e nemmeno una casa fissa, come se cercasse il vero mondo cui apparteneva. In effetti è così e lo dice anche lui nei suoi ricordi in questo libro, ha cominciato da giovane a fare l’affittuario, che non c’era quasi mai per non disturbare e quindi il mondo è divenuto la sua compagnia, le strade e i palazzi amici che in silenzio raccontavano le loro storie, i viaggi il momento per conoscere il passato e il futuro dei mondi lontani da Roma.

Così la prima grande sorpresa a cui ci siamo trovate davanti con Paola è che, il secondo Premio Strega della storia di questa manifestazione, è una raccolta di racconti, anzi effettivamente sarebbero tre. Ancor più sorprendente è che questi racconti non sono tali ma da considerarsi “memorie autobiografiche”. Infine, dopo tutto questo, vince un poeta che si è proposto con la sua prosa e non con nel suo ambito artistico principale; mi spiego meglio, prima di salire agli onori della cronaca, la passione per lo studio di Cardarelli lo aveva portato nella vita a fare i più disparati lavori, tra quali anche l’insegnante e il giornalista. Queste memorie sono a metà fra un viaggio e la cronaca storica, raccontate con la sintesi del piglio giornalistico – sono tutti capitoletti – ma che conservano lo spirito poetico tipico e distintivo dell’autore stesso. 

E’ un grande viaggio che si apre con il racconto che da il titolo alla raccolta “Villa Tarantola” situata a Tarquinia, città dove è nato e dove è cresciuto culla della cultura che guarda alla “civita” ovvero la vecchia sede della città, distrutta e poi abbandonata per una posizione più protetta qualche km più in là. Vincenzo bambino si avventura fuori dalle mura, verso la campagna e suole fermarsi davanti al grande cancello che pare essere l’ingresso ad un luogo senza definizione. Una siepe , qualche albero, qualche masso antico messo in mostra, di sguincio si nota una villetta abbandonata. Non c’è mai nessuno lì, nessuno che va e che neanche manutiene e nella fantasia del ragazzino si fanno strada tante domande che vengono sanate con gli anni dagli anziani del luogo. Villa Tarantola è un luogo comprato dapprima alla ricerca di rovine antiche, nel quale, una volta stabilito che non avesse alcun valore storico, s’era provato a fare un giardino e nel quale infine era stata costruita questa villetta per dare un po’ di valore ad un terreno altrimenti deprezzato per la sua scarsa collaborazione verso l’intrepido e poco fortunato padrone che non trova nessuno che voglia vivere in un luogo così isolato e un po’ sinistro. Di qui si sviluppano tutti i racconti successivi che narrano della vita del giovane Cardarelli, fino alla sua partenza per Roma alla ricerca di fortuna, alle sue frequentazioni femminili, finendo per raccontare le sue peregrinazioni per le città italiane tra le quali spicca Recanati.

Leggere racconto dopo racconto è un po’ come girare fra le stanze di Villa Tarantola: La cucina il cuore della casa dove il focolare è sinonimo di famiglia, con la figura del padre operoso che spera per il figlio un futuro assicurato e migliore. Lo studio ovvero il periodo in cui i vari lavori formano il Vincenzo che sarà, il salotto, quello di una Roma baciata dal Tevere che si può vedere dai suoi innumerevoli ponti, che accoglie i suoi visitatori abbracciandoli nelle grandi piazze e che chiassosamente attira e respinge chiunque non abbia la caparbia per essere accettato. Poi ci sono le sale da bagno, che sono rappresentate del rapporto con l’acqua del maestoso Tevere, quella del Mar ligure e del lago di Como e delle donne conosciute in un periodo di vacanza, proprio al lago. Donne straniere e civettuole, in particolare una, che lo attira e lo respinge per poi sentirne la mancanza incalzata dalle amiche a non lasciarsi troppo coinvolgere dall’amore per un italiano. Infine ci sono le stanze da letto, a tema come si usava una volta – tipo la stanza blu, quella gialla etc- tipica di quei villini borghesi che tanto vorrebbero appartenere ai ranghi superiori e più nobili seppur decaduti. Qui, le stanze, avrebbero nomi diversi come “viaggi” ovvero quella stanza dove ricordare tutti i viaggi fatti e le città rimastegli nel cuore, oppure la sua tanto amata “Storia”, accanto a quella “Architettura urbanista” che tanto lo ispirò. Sono stante tappezzate di immagini vivide e poetiche come quella del guerriero scoperto per primo in uno scavo fatto fuori Tarquinia che si disintegra sotto lo sguardo stupito e allibito del suo scopritore, “forse perché offeso per essere stato disturbato nel suo eterno sonno” ipotizza l’autore, o come quella che vien fuori da una riflessione su Ferrara che, culla naturale del rinascimento, che solo in una città del genere poteva toccare le punte massime dell’arte del tempo, viene sconfitta e conquistata e abbandonata a sé stessa finché non trova la forza di riprendersi. Storia cittadina che, osserva Cardarelli è raccontata dalla sua struttura urbanistica dove alla presenza medioevale e rinascimentale mancano parecchi anni di arte e architettura a testimonianza dell’abbandono di quel periodo, creando contrasti marcati fra le diverse epoche rappresentate nei palazzi e nelle piazze.

E’ un viaggio affascinate, quello che si fa tra le descrizione cardarellinaine, un viaggio che ad un certo punto, per quanto mi riguarda, perde di smalto fra Ancona e Ferrara, per poi ritrovare ancora il Cardarelli appassionato delle prime pagine. Non è disamore intendiamoci, ma sono forse i luoghi e le persone che incontra a farlo diventare più asciutto, un po’ come paesi che frequenta compresa Recanati. Ma in tutto il libro il poeta è presente, lasciando da parte le metafore retoriche e gli inutili orpelli che appesantirebbero la sua prosa, utilizzando natura e architettura e la storia per creare un nuovo e diverso modo per creare una nuova forma poetica, probabilmente più contemporanea di tanti scritti che mi sono capitati fra le mani in questi anni.

Un viaggio affascinate che vi consiglio di fare, lasciandovi trasportare per le stanze della Villa immaginaria di Vincenzo Cardarelli.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Villa Tarantola
Vincenzo Cardarelli
Arnoldo Mondarori Editore, ed, 1968
Collana ” I grandi premi letterari italiani: I PREMI STREGA”
Collana diretta da Maria Bellonci
Prezzo per le edizioni del ’68 tra i 7€ e i 25€


Fonte: Letture Sconclusionate




2 thoughts on “"Villa Tarantola", Vincenzo Cardarelli – L’esploratore di stanze…

  1. Premiare le opere per il loro valore, sia esso innovativo, letterario, storico, ecc.
    Ho letto proprio ieri che, anche quest'anno, lo strega premierà molto probabilmente solo il valore commerciale di uno dei cinque autori finalista, ma tant'è, per il momento noi continueremo il nostro viaggio rigorosamente cronologico. Io sono pronta per affrontare il 1949, l'anno di Angioletti e de “La memoria”. Quando si comincia?

    A proposito, grazie per la citazione. Come ho già scritto da qualche altra parte, adoro essere citata nei tuoi articoli!

    Paola C. Sabatini

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  2. Se fossi il Premio Bancarella li denuncerei per plagio! In sostanza nella lista dei dodici c'erano libri veramente da premiare e scelgono uno/a che vende? Tristissimo! Per La memoria aspettiamo Elena, ci dirà lei se preferisce raggiungerci o leggerlo con noi.
    Detto ciò io adoro nominarti e il fatto che tu commenti, altrimenti le malelingue potrebbero pensare che non esisti! A occhio, dovrei poterlo fare per circa una sessantina di post… 😀 tutti per il premio Strega! 😀
    Simo

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